<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544</id><updated>2011-10-22T09:19:20.083+02:00</updated><category term='storia'/><category term='cristianesimo'/><category term='politica'/><category term='sport'/><category term='basket'/><category term='viaggi'/><category term='ricordi'/><title type='text'>Doctor J</title><subtitle type='html'>Scrivo per diletto e per soddisfare un mio piacere personale</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>26</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-8764210488279545199</id><published>2011-02-27T22:09:00.003+01:00</published><updated>2011-02-27T22:14:54.694+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ricordi'/><title type='text'>Ricordi liceali</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.minghettiani.it/public/T06_Imma_Gallerie/2d_7980_d.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 500px; height: 500px;" src="http://www.minghettiani.it/public/T06_Imma_Gallerie/2d_7980_d.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riporto qui uno scambio di ricordi dell'epoca del Liceo Minghetti con l'amico Riccardo De Cesare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;( Riccardo De Cesare ) Torna il Minghetti, ma sotto una forma diversa. Si faceva ginnastica ( allora ginnastica, poi educazione fisica, poi scienze motorie ) in almeno tre o quattro classi contemporaneamente e mai per due ore ma una. Siamo stati abbinati alla classe di Tarozzi al ginnasio, poi a quella di De Bonis al liceo, insieme a quella di Bolognini. Parliamo di Bolognini,che aveva un fisico imponente e che ho ritrovato anche all'Isef. Sezione E, tutti normali tranne Bolognini, due metri e passa, faccia da inglese, biondo con evidente prognatismo ( insomma aveva la gaggia ) in perenne allenamento da pesista per fare le Olimpiadi ( ma come detto già in quegli anni andava alle Olimpiadi un solo supermassimo ed era Oberburger ). Ricordo che faceva il commentatore ( non pagato) delle partite di calcio minore, di cui peraltro sapeva tutti i risultati e per un altro che non girava per vederle.&lt;br /&gt;Nella sua classe c'erano un mio grande amico, Mansuelli ( suo padre aveva una serie di fotografie di epigrafi uniche in Italia, dalla cui libreria ero affascinato e attingevo a piene mani, restituendo tutto, sia ben chiaro ) talento incredibile nel disegno, una Antonacci che è forse una delle nostre soprano più conosciute e poi altre e altri ( non voglio citarle,dopo mi tocca raccontare storie strane). Quello che ricordo meglio però era Grassi, non un gigante, ma sempre insieme a Bolognini ( capite l'immagine che ne spuntava ). Nello spogliatoio della palestra Bolognini e Grassi improvvisavano un ring e fingevano di colpirsi come i pugili, ognuno col suo uomo all'angolo e noi spettatori, finchè un giorno su un allungo di sinistro doppiato da un destro che non doveva arrivare Bolognini colpì Grassi che franò al suolo e faticò molto a rialzarsi.&lt;br /&gt;Bolo era un buon cinno ed era molto dispiaciuto; non fecero più i pugili. Ma del resto Bolognini è quello che l'ultimo anno di liceo,beccato verbalmente da Mussita ("Bolognini è la dimostrazione che discendiamo dalle scimmie""Dall'uomo di Cro Magnon a Bolognini" "Bolognini è l'uomo post atomico") per prenderlo distrusse la porta di un bagno. Riccardone&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;( Io ) Grande Riccardone! Quando ti ho trovato ero un pò titubante perchè non sapevo neanche se ti ricordavi di me. Invece non solo ti ricordavi di me: ti ricordavi tutto!  &lt;br /&gt;Mi fa un enorme piacere!&lt;br /&gt;Probabilmente perchè sono stati per tutti noi troppo grandi e belli quegli anni; tanto che, ti dirò, l'ho detto anche recentemente, a me sembrano quasi più reali quegli anni là che questi.&lt;br /&gt;Ti ricordavi anche del pugilato: me l'hai fatto tornare in mente..&lt;br /&gt;Tutto vero!! &lt;br /&gt;Non ti sei però ricordato di quella volta ( ma forse tu non c'eri ) che eravamo impegnati in un durissimo 4 contro 4 a basket, in un solo canestro, mentre a metà campo giocavano a pallavolo. La partita era durissima e serratissima, solo bisognava fare talvolta la gimcana tra i pallavolisti. Io non sono mai stato forte a basket, ma quella volta stavo giocando benissimo. Era la mia grande occasione per vendicare anni di scarse figure. Era la palla della vittoria. Salgo su con una sospensione maestosa. In piena trance agonistica, ero sicuro che avrei fatto canestro.&lt;br /&gt;Solo che mentre andavo su, si è sentito, dall'altra parte:" PALLA!!"&lt;br /&gt;E poi una martellata sorda, come quando uno fa la battuta in salto a pallavolo. Così, mentre ero all'apice della sospensione, m è arrivata una "savarnata" tremenda proprio in mezzo alle orecchie che mi ha fatto esplodere i capelli. &lt;br /&gt;Io ho cercato di mantenere ugualmente tutto il mio aplomb perchè, pensavo," mi potete rubare tutto ma non la dignità"... e ho tirato lo stesso: non ho preso il ferro...!! Addio sogni di gloria...mentre tutti gli altri, fetenti, si rotolavano in terra dal ridere...!!&lt;br /&gt;Sì, con Bolognini c'era un rapporto speciale: lui era 2 metri, l'avevano anche invitato ad un provino con la fortitudo, probabilmente ti ricorderai che prometteva più che bene soprattutto come portiere, di calcio fra l'altro sapeva tutto, roba da andare a Rischiatutto ( per rimanere nel clima dell'epoca ) senza neanche aprire un libro ( anche perchè ogni giorno leggeva e automaticamente imparava a memoria Stadio e Gazzetta ): ma aveva deciso, sai te perchè, di fare sollevamento pesi. Convinse anche me di andare alla Record con lui, per allenarmi coi pesi e i bilancieri; ma io facevo solo la mascotte, facevo finta, non sono mai stato capace di sollevare pesi e poi, a dirla tutta, dei pesi non me ne fregava niente.&lt;br /&gt;Però mi piaceva stare con lui. &lt;br /&gt;A scuola, quando finivamo l'ora di ginnastica, lui faceva anche la doccia e io dovevo aspettarlo perchè così - diceva lui - se rientriamo tardi in classe in due non fanno la nota a nessuno. &lt;br /&gt;Quindi rientravamo; io con un sacchetto di plastica, di quelli della coop, a volte bucato, dove avevo la maglia sudata, pantaloncini e scarpe; mentre lui aveva un borsone rosso gigante di ultima generazione, tipo silos, e con mille tasche e tasconi, di quelli che usano i marines quando partono per stare 3 anni in Afghanistan. &lt;br /&gt;Mi ricordo che l'ultimo anno rientravamo almeno dopo mezz’ora e che c'era la Barsi, di matematica, una vecchietta rinsecchita e ormai sorda che non si accorgeva mai di nulla: stava con la faccia sempre voltata verso la lavagna e spiegava, veloce come un treno. &lt;br /&gt;Io perdevo sempre quasi tutta la lezione con questo giochino, perché lui doveva farsi la doccia. Da lì ho cominciato a perdere il filo e ad avere la sensazione di non capire un cavolo in matematica:  anche per quello non ho scelto una facoltà scientifica all'Università. &lt;br /&gt;Pensa da cosa dipendono certe scelte della vita! &lt;br /&gt;Sliding doors.&lt;br /&gt;Mi ricordo anche qual'era il tuo ritornello; tu, tutte le volte che vedevi Bolognini, dovevi sempre dirgli qualcosa. Quasi sempre gli andavi un pò sotto e gli dicevi:" Ma per farti dei muscoli così cosa fai, ti dai le creeeeeeeeeme?" &lt;br /&gt;E lui:"No. E poi, Di Cesare, guarda che la parola  "creme" ha una sola e"...!! &lt;br /&gt;E giù ghignate!!! :-) :-) :-) &lt;br /&gt;Personalmente però, il ricordo migliore che ho di te, è stato dopo il tema della maturità; ci vedemmo a scuola e tu, evidentemente ben informato, con un sorriso a 34 denti mi dicesti:" Oh, Grassi, qui circolano delle voci: sembra che tu abbia fatto un tema "monstre!" &lt;br /&gt;Per tanti motivi, ci tenevo in modo particolare, quell'anno, a fare un bel tema; perchè scrivere, da sempre, è stata la cosa che so fare meglio e la mia vera passione. &lt;br /&gt;Effettivamente fu così, presi la valutazione massima: non 8, credo 9, se non 10.&lt;br /&gt;Il voto non me lo ricordo. &lt;br /&gt;Ricordo però, anche in questo momento che ho scritto tutto di getto ( sono le 2 di notte ) il tuo sorriso e la parola "monstre" che mi rimarranno per sempre nel cuore.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-8764210488279545199?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/8764210488279545199/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2011/02/ricordi-liceali.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/8764210488279545199'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/8764210488279545199'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2011/02/ricordi-liceali.html' title='Ricordi liceali'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-2043747445881291523</id><published>2011-02-24T22:40:00.004+01:00</published><updated>2011-02-24T22:50:18.330+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia'/><title type='text'>Gheddafi e la rivolta del suo popolo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.blitzquotidiano.it/wp/wp/wp-content/uploads/2010/08/gheddafi14.png"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 309px; height: 320px;" src="http://www.blitzquotidiano.it/wp/wp/wp-content/uploads/2010/08/gheddafi14.png" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questi giorni, a pochi chilometri dall’Italia sta avvenendo un massacro. &lt;br /&gt;In Libia Gheddafi sta cercando di soffocare nel sangue la prima vera rivolta del suo popolo dopo 42 anni. Certe fonti parlano già di 10 mila morti. Una parte del territorio è già in mano ai ribelli ma, al momento, il bagno di sangue non è ancora finito. &lt;br /&gt;Il Corriere della sera ieri ha pubblicato di nuovo l’intervista che la Fallaci fece a Gheddafi nel 1979.     &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Fallaci e il Colonnello L'intervista 2 dicembre 1979&lt;br /&gt;E a Oriana diceva: voi ci massacrate&lt;br /&gt;Hitler e Mussolini sfruttavano le masse, io non faccio &lt;br /&gt;che appellarmi perché il popolo si governi da solo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblichiamo una sintesi dell’intervista al colonnello Gheddafi realizzata da Oriana Fallaci e uscita sul «Corriere della Sera» il 2 dicembre 1979. Il testo è tratto dalla seconda parte della conversazione, in cui Gheddafi si soffermava sulla sua politica e rispondeva alle accuse di appoggio al terrorismo che gli venivano rivolte. La prima parte riguardava invece la crisi degli ostaggi americani fatti prigionieri dagli iraniani nell’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, perché il colonnello libico si era offerto all’epoca per un’opera di mediazione. Sulla base degli appunti di quello stesso incontro con Gheddafi, la Fallaci pubblicò un’altra intervista sul «Corriere» il 20 aprile 1986, poco dopo il bombardamento di Tripoli da parte americana&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Colonnello, ho l'impressione che il suo odio per l'America e per gli ebrei sia in realtà odio per l'Occidente. Proprio come nel caso di Khomeini. Si rende conto che di questo passo si torna indietro di mille anni, si ricomincia con Saladino e le Crociate?&lt;br /&gt;«Sì e la colpa è vostra: degli americani, dell'Occidente. Anche allora fu vostra, dell'Occidente. Siete sempre voi che ci massacrate. Ieri come oggi».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma chi vi massacra, oggi, dove?&lt;br /&gt;«Fu la Libia a invadere l'Italia o fu l'Italia a invadere la Libia? Ci aggredite ora come allora. In altro modo, con altri sistemi e cioè sostenendo Israele, opponendovi all'unità araba e alle nostre rivoluzioni, guardando in cagnesco l'Islam, dandoci dei fanatici. Abbiamo avuto fin troppa pazienza con voi, abbiamo sopportato fin troppo a lungo le vostre provocazioni. Se non fossimo stati saggi, saremmo entrati mille volte in guerra con voi. Non l'abbiamo fatto perché pensiamo che l'uso della forza sia l'ultimo mezzo per sopravvivere e perché noi siamo sempre dalla parte della civiltà. Del resto, nel Medioevo, siamo stati noi a civilizzarvi. Eravate poveri barbari, creature primitive e selvagge...».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;...e piangevamo invocando la luce della sua civiltà.&lt;br /&gt;«Sì, la luce della nostra civiltà. La scienza di cui ora gioite è quella che vi abbiamo insegnato noi, la medicina con cui vi curate è quella che vi abbiamo dato noi. E così l'astronomia che sapete, e la matematica, la letteratura, l'arte...».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Davvero?!?&lt;br /&gt;«Sì, perfino la vostra religione viene dall'Oriente. Cristo non era romano».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era ebreo. Questa è una gaffe. Colonnello, che ne pensa delle Brigate rosse?&lt;br /&gt;«Penso... penso che questi fenomeni dell'Occidente siano il risultato della società capitalistica, movimenti che esprimono il rifiuto di una società da abbattere. Questo sia che si chiamino Brigate rosse sia che si chiamino hippies o Beatles o Figli di Dio. E sebbene sia contro i sequestri di persona come contro il dirottamento degli aerei, non voglio interferire con quello che fanno».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vedo. Ma non risponde all'accusa di aiutare le Brigate rosse.&lt;br /&gt;«Si tratta di propaganda sionista, una propaganda che risale al periodo in cui il mondo non ci capiva ed eravamo ancora una repubblica. Ora siamo una Jamahiriya, cioè un congresso del popolo e...».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma che c'entra la Jamahiriya! Riformulo la domanda: Colonnello, da dove arrivano le armi sovietiche che puntualmente vengono trovate in possesso dei brigatisti e dei loro associati? Non sarà che una parte delle armi da lei fornite ai palestinesi si spostano altrove?&lt;br /&gt;(Cercando le parole) «Ciò... ciò... ciò che lei dice non mi farà esitare un attimo dall'aiutare i palestinesi».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Colonnello, non cambi le carte in tavola per cortesia. E segua il mio ragionamento: supponiamo che lei, in buona fede, consegni le armi ai palestinesi i quali le forniscono di rimando alle Br...&lt;br /&gt;«Non siamo responsabili dell'uso che può essere fatto delle armi che diamo ai palestinesi. Noi le diamo ai palestinesi perché crediamo nella loro causa e riteniamo doveroso aiutarli. Quel che succede dopo non mi riguarda. Se devo essere condannato indirettamente, preferisco le accuse dirette. Ma non ci sono prove».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Forse ci sono indizi. Eccone uno. Pochi giorni prima dell'assassinio di Moro lei offrì il suo intervento per salvargli la vita. Se non ha, non aveva contatti con le Brigate rosse, come poteva dirsi in grado di salvargli la vita?&lt;br /&gt;«Dissi alle autorità italiane che se avevano bisogno di una cooperazione da parte nostra, noi eravamo pronti. Se fossimo stati in contatto con le Brigate rosse gli avremmo salvato senz'altro la vita perché Moro era nostro amico, era sostenitore della causa araba».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E va bene, passiamo a un altro argomento. Colonnello, ma come fa a essere così comprensivo coi terroristi, giudicarli fenomeno di una società da abbattere e poi mantenere ottimi rapporti con gli esponenti più rappresentativi di quella società da abbattere? A parte gli affari che fa con gli americani, pensi a quelli che fa con Gianni Agnelli.&lt;br /&gt;«Gianni chi?».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gianni Agnelli. Il presidente della Fiat.&lt;br /&gt;«La Fiat? La mia azienda, my company!»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sì, la sua azienda, la sua company. La Fiat. Agnelli.&lt;br /&gt;«Non lo conosco».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non conosce Agnelli, il suo socio?!?&lt;br /&gt;«No, non è affar mio conoscerlo. È una faccenda che riguarda i miei funzionari, gli impiegati della mia banca. La Lybian Foreign Bank».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Davvero lei non sa chi è Agnelli, il suo socio? &lt;br /&gt;«No, non lo so».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mai visto la sua fotografia? Mai udito il suo nome?&lt;br /&gt;«Mai. Non mi interessa, non mi riguarda. Ho altre cose da fare, io, che conoscere i nomi dei miei soci o della gente che appartiene al mondo delle banche».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma, a parte finanziare il terrorismo mondiale, che ne fa di tutti quei soldi che guadagna col petrolio?&lt;br /&gt;«Ho già detto...».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sì, ha già detto che l'accusa non è suffragata da prove. Quindi chiedo scusa e mi correggo: che ne fa di tutti quei soldi, a parte i miliardi che impiega alla Fiat e i terreni che compra e i regali a Malta?&lt;br /&gt;«Noi non compriamo terreni, facciamo investimenti in certi Paesi attraverso la nostra banca estera. Investimenti commerciali. Quanto a Malta è un Paese amico perché è un Paese liberato e neutrale e quei soldi non li diamo al governo di Malta: li diamo al popolo di Malta affinché allarghi il campo della libertà e della neutralità. Del resto non siamo mica soltanto noi libici ad aiutare Malta. Tanti altri aiutano Malta».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E va bene, parliamo della rivoluzione. Ma cosa intende per rivoluzione? Come non mi stancherò mai di ricordare, anche Papadopulos parlava di rivoluzione. Anche Pinochet. Anche Mussolini.&lt;br /&gt;«La rivoluzione è quando le masse fanno la rivoluzione. La rivoluzione popolare. Ma anche se la rivoluzione la fanno gli altri a nome delle masse esprimendo ciò che vogliono le masse, può essere rivoluzione. Popolare perché ha l'appoggio delle masse e interpreta la volontà delle masse».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma quello che avvenne in Libia nel settembre del 1969 non fu mica una rivoluzione: fu un colpo di Stato. Sì o no?&lt;br /&gt;«Sì, però dopo divenne rivoluzione. Io ho fatto il colpo di Stato e i lavoratori hanno fatto la rivoluzione: occupando le fabbriche, diventando soci anziché salariati, eliminando l'amministrazione monarchica e formando i comitati popolari, insomma liberandosi da soli. E lo stesso hanno fatto gli studenti, sicché oggi in Libia conta il popolo e basta».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Davvero? Allora perché ovunque posi gli occhi vedo soltanto il suo ritratto, la sua fotografia? &lt;br /&gt;«Io che c'entro? È il popolo che vuole così. Io che posso fare per impedirglielo?».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Beh, proibisce tante cose, non fa che proibire, figuriamoci se non può proibire questo culto della sua persona. Per esempio, questo inneggiarla ogni momento alla televisione.&lt;br /&gt;«Io che posso farci?».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nulla. È che da bambina vedevo la stessa roba per Mussolini.&lt;br /&gt;«Ha detto la medesima cosa a Khomeini».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È vero. Ricorro sempre a quel paragone quando intervisto qualcuno che mi ricorda Mussolini.&lt;br /&gt;«Gli ha detto che le masse sostenevano anche Mussolini e Hitler».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È vero.&lt;br /&gt;«Si tratta di un'accusa essenziale. E richiede una risposta essenziale. Questa: lei non capisce la differenza che c'è tra me e loro, tra Khomeini e loro. Hitler e Mussolini sfruttavano l'appoggio delle masse per governare il popolo, noi rivoluzionari invece beneficiamo dell'appoggio delle masse per aiutare il popolo a diventar capace di governarsi da solo.&lt;br /&gt;«Io in particolare non faccio che appellarmi alle masse perché si governino da sole. Dico al mio popolo: "Se mi amate, ascoltatemi. E governatevi da soli". Per questo mi amano: perché, al contrario di Hitler che diceva farò-tutto-per-voi, io dico fate-le-cose-da voi».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Colonnello, visto che non si considera un dittatore, nemmeno un presidente, nemmeno un ministro, mi spieghi: ma lei che incarico ha? Che cos'è?&lt;br /&gt;«Sono il leader della rivoluzione. Ah, come si vede che non ha letto il mio Libro Verde!».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sì che l'ho letto, invece! Non ci vuole mica tanto. Un quarto d'ora al massimo: è così piccino. Il mio portacipria è più grande del suo libretto verde.&lt;br /&gt;«Lei parla come Sadat. Lui dice che sta sul palmo di una mano».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sta. Dica: e quanto ci ha messo a scriverlo?&lt;br /&gt;«Molti anni. Prima di trovare la soluzione definitiva ho dovuto meditare molto sulla storia dell'umanità, sui conflitti del passato e del presente».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Davvero? E com'è giunto alla conclusione che la democrazia è un sistema dittatoriale, il Parlamento è un'impostura, le elezioni un imbroglio? Vi sono cose che non mi tornano in quel libriccino.&lt;br /&gt;«Perché non lo ha studiato bene, non ha cercato di capire cos'è la Jamahiriya. Lei deve sistemarsi qui in Libia e studiare come funziona un Paese dove non c'è governo né Parlamento né rappresentanza né scioperi e tutto è Jamahiriya».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che vuol dire?&lt;br /&gt;«Comando del popolo, congresso del popolo. Lei è proprio ignorante».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E l'opposizione dov'è? &lt;br /&gt;«Che opposizione? Che c'entra l'opposizione? Quando tutti fanno parte del congresso del popolo, che bisogno c'è dell'opposizione? Opposizione a cosa? L'opposizione si fa al governo! Se il governo scompare e il popolo si governa da solo, a chi deve opporsi: a quello che non c'è?». &lt;br /&gt;Oriana Fallaci&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;( commento ) Certo che leggendo questa intervista l’impressione è lo scontro di due belle teste dure!! In un capo beduino guerrigliero uno se lo può attendere: in una giornalista donna, per giunta di fronte ad una persona di grande potere ( purtroppo lo vediamo oggi ) che non ha certo la concezione della donna emancipata occidentale, nel ‘79, sicuramente molto meno. A porsi in quel modo ci vuole anche del coraggio. Mi pare di ricordare infatti che questa intervista, in un mondo senza internet e cellulari, fece molto scalpore. A me Oriana Fallaci piaceva molto e condividevo la maggioranza delle cose che diceva. Più di tutto mi piaceva il suo modo chiaro di esprimersi e il suo essere se stessa a discapito del politically correct e del convenzionale. Magari avrei evitato certi eccessi, l’andare a volte un po’ sopra le righe. Comunque, fa niente: molto meglio qualche esagerazione che il conformismo, o anche alla saccenza di coloro che si credono rivoluzionari e speciali mentre invece sono, in realtà, i più ordinari e manovrati di tutti. Quando lei parlava o scriveva era sempre interessante stare a sentire o leggere i suoi pezzi incendiari: perché si sentiva che dietro alle parole lei c’era, semplicemente e integralmente, senza timore a mostrarsi. &lt;br /&gt;L’altra cosa che mi ha colpito, leggendo l’intervista, sono questi due passaggi:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(F)E va bene, parliamo della rivoluzione. Ma cosa intende per rivoluzione? Come non mi stancherò mai di ricordare, anche Papadopulos parlava di rivoluzione. Anche Pinochet. Anche Mussolini.&lt;br /&gt;(G)«La rivoluzione è quando le masse fanno la rivoluzione. La rivoluzione popolare. Ma anche se la rivoluzione la fanno gli altri a nome delle masse esprimendo ciò che vogliono le masse, può essere rivoluzione. Popolare perché ha l'appoggio delle masse e interpreta la volontà delle masse».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(F)Ma quello che avvenne in Libia nel settembre del 1969 non fu mica una rivoluzione: fu un colpo di Stato. Sì o no?&lt;br /&gt;(G)«Sì, però dopo divenne rivoluzione. Io ho fatto il colpo di Stato e i lavoratori hanno fatto la rivoluzione: occupando le fabbriche, diventando soci anziché salariati, eliminando l'amministrazione monarchica e formando i comitati popolari, insomma liberandosi da soli. E lo stesso hanno fatto gli studenti, sicché oggi in Libia conta il popolo e basta».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Forse sarebbe bastato leggerli per capire da dove parte quello che sta accadendo in Libia in questi giorni. Perché uno che si crede un apripista rivoluzionario che interpreta il popolo al punto tale che del popolo non ce n’è neppure più bisogno, che può anche arrivare dopo; allora costui è ovvio che ben difficilmente potrà tollerare della gente che scende in piazza per manifestare qualcosa che non è compreso e va al di là del proprio io.  &lt;br /&gt;Va bene, è chiaro che una cosa sono i discorsi e un’altra sono le stragi a cui stiamo assistendo. &lt;br /&gt;E’ vero che l’intervista è del 1979 e il tempo per ravvedersi l’avrebbe avuto.&lt;br /&gt;Ma ci sono uomini per cui il tempo passa invano.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-2043747445881291523?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/2043747445881291523/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2011/02/gheddafi-e-la-rivolta-del-suo-popolo.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/2043747445881291523'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/2043747445881291523'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2011/02/gheddafi-e-la-rivolta-del-suo-popolo.html' title='Gheddafi e la rivolta del suo popolo'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-8477155772605316423</id><published>2011-02-16T14:17:00.004+01:00</published><updated>2011-02-16T14:20:00.514+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sport'/><title type='text'>Un omaggio al Pirata</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.marcobonatti.it/nuovo/ciclo/pantani97.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 1024px; height: 769px;" src="http://www.marcobonatti.it/nuovo/ciclo/pantani97.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando correvo in bicicletta il mio sogno era di essere un campione. Ma avevo capito che sarebbe stato impossibile, perché anche essere al livello medio era un’impresa già assolutamente eccezionale per me. Così sognavo di inventare un meccanismo, invisibile e silenzioso, che mi avrebbe permesso di andare più forte di tutti, senza neanche faticare. Come sarebbe stato bello vincere sempre e vivere come un mito, senza neanche fare fatica! Tagliare il traguardo a braccia alzate, ricevere il bacio della miss, prendere tanti soldi, essere indicato come un esempio da un padre per un figlio, entrare nella mitologia sportiva. Che vita da sogno! Però, certo, ogni tanto la mia coscienza si svegliava e mi ricordava:” Sì, però, metti se ti scoprono:  non sarebbe certo una bella figura!! Anzi, diciamo la verità: una tragedia!! Roba da non aver nemmeno più il coraggio di uscire di casa.”&lt;br /&gt;Credo che questi miei più brutti pensieri si sono realizzati proprio nella vita di Marco Pantani. &lt;br /&gt;So cosa vuol dire fare fatica, so cosa vuol dire andare in salita dando tutto quello che hai dentro e sentire tutto che ti fa male. So anche cosa vuol dire arrivare in cima ad una salita con lo sguardo un po’ annebbiato dallo sforzo e lanciarsi in discesa a rotta di collo, in bilico su quelle gomme stretta.  Perciò ho sempre avuto la massima ammirazione per tutti i ciclisti professionisti: sono tutti dei fenomeni, pieni di smisurato coraggio e degni della massima esaltazione. Ma Pantani era qualcosa di più e di diverso. Lui era un marziano! Sembrava che andasse in motocicletta anche in salita. Credo che tutti, vedendolo, qualche volta avessero pensato:”Ma no… è impossibile andare così veloci! Qui c’è un trucco!!”&lt;br /&gt;E così, sulla scia di questo velato sospetto, arrivò quel maledetto antidoping. Mille polemiche, gente che non sopportava più questo omino pelato che andava come un razzo, non lo so bene cosa sia successo; so però che ci sono state irregolarità, adesso tutta la procedura è diversa per cui Pantani adesso sarebbe uscito pulito.&lt;br /&gt;Adesso. Ma quella volta no.&lt;br /&gt;E quando sei un mito mondiale della fatica, dello sforzo, dell’abnegazione, se ti dicono che sei un falso è di più della morte. &lt;br /&gt;Per un romagnolo verace poi, che ha costruito tutta la sua vita sull’onestà e sulla fatica, è la frantumazione dello stesso concetto filosofico della vita. &lt;br /&gt;Ma i veri eroi non muoiono e io non ti ho dimenticato.&lt;br /&gt;Ciao Marco.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-8477155772605316423?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/8477155772605316423/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2011/02/un-omaggio-al-pirata.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/8477155772605316423'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/8477155772605316423'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2011/02/un-omaggio-al-pirata.html' title='Un omaggio al Pirata'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-5059351098536221099</id><published>2011-02-13T15:30:00.006+01:00</published><updated>2011-02-13T15:40:53.942+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cristianesimo'/><title type='text'>L'importanza di un gesto d'amore</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.menphis75.com/images/foto_varie/MadreTeresa1.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 570px; height: 350px;" src="http://www.menphis75.com/images/foto_varie/MadreTeresa1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Madre Teresa disse una volta:&lt;br /&gt;"Non dimenticherò mai il giorni in cui, camminando per una strada di Londra, vidi un uomo seduto, che sembrava terribilmente solo&lt;br /&gt;Andai verso di lui, gli presi la mano e la strinsi. Lui allora esclamò:&lt;br /&gt;“dopo tanto tempo, sento finalmente il calore di una mano umana”.&lt;br /&gt;Il suo viso s’illuminò. Sentiva che c’era qualcuno che teneva a lui.&lt;br /&gt;Capii che un’azione così piccola poteva dare tanta gioia.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Oggi la gente è affamata d'amore,&lt;br /&gt;e l'amore è la sola risposta&lt;br /&gt;alla solitudine e alla grande povertà.&lt;br /&gt;In alcuni paesi non c'è fame di pane,&lt;br /&gt;la gente soffre invece di terribile solitudine,&lt;br /&gt;terribile disperazione, terribile odio,&lt;br /&gt;perché si sente indesiderata,&lt;br /&gt;derelitta e senza speranza.&lt;br /&gt;ha dimenticato come si fa a sorridere.&lt;br /&gt;ha dimenticato la bellezza del tocco umano.&lt;br /&gt;ha dimenticato cos'è l'amore degli uomini.&lt;br /&gt;Ha bisogno di qualcuno che&lt;br /&gt;la capisca e la rispetti".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una cosa è capire che anche un piccolo gesto d'amore può essere così importante per chi è umanamente solo, per chi non ha niente.&lt;br /&gt;Un'altra cosa è decidere di spendere la propria vita su questa intuizione.&lt;br /&gt;Un'altra cosa ancora è decidere di spenderla in uno dei posti posti più di frontiera che ci sia nel mondo dal punto di vista dell'emergenza umana, un posto che definire impossibile è, per certi versi, molto, ma molto riduttivo.&lt;br /&gt;Madre Teresa ha compiuto tutto questo personalissimo viaggio, armata solo di un amore indistruttibile.&lt;br /&gt;A Calcutta ci sono stato anch'io, prendo dal mio diario:&lt;br /&gt;"Visitiamo la tomba di Madre Teresa, alla cui fondazione tutti lasciamo quel poco che possiamo; ci affacciamo anche sulla soglia dell’ospedale che forse ancor meglio dell’orfanotrofio ricorda l’opera di questa minuscola donnina, tanto piccola quanto leggendaria. Qui volontari di tutto il mondo assistono vecchi macilenti, tutti rigorosamente in verde, in un’ordinata pulizia; proprietari dei soli vestiti stracciati che portavano addosso, strappati alle strade e al bivacco, pur nell’approssimarsi della morte, essi ritrovano in un attimo, in una nuova luce del volto, la dignità umana di persone, così spesso bistrattata nei meandri di una vita troppo miserevole per essere anche solo immaginata. Non è poco, se si considera anche che, quasi prospiciente all’ospedale, si trova il tempio della dea Kalì, dove ogni giorno viene sgozzata davanti a tutti una pecora come offerta sacrificale".&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-5059351098536221099?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/5059351098536221099/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2011/02/limportanza-di-un-gesto-damore.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/5059351098536221099'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/5059351098536221099'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2011/02/limportanza-di-un-gesto-damore.html' title='L&apos;importanza di un gesto d&apos;amore'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-5381607729007643821</id><published>2011-02-12T16:54:00.008+01:00</published><updated>2011-02-18T18:39:02.263+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storia'/><title type='text'>Sul 150° anniversario unità d'Italia</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://salastampa.poste.it/uploaded_files/Image/unita_italia(1).jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 520px; height: 392px;" src="http://salastampa.poste.it/uploaded_files/Image/unita_italia(1).jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riporto qui un dialogo avuto con un mio caro amico. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;( Bruno Venturi )"Il Presidente della Provincia di Bolzano, annuncia che la sua provincia non parteciperà ai festeggiamenti per il 150° dell'Unità d'Italia, adducendo il motivo che "...non l'abbiamo certo chiesto noi di esser parte di questo Stato...". Ma perchè? L'ha scelto forse la Sardegna? L'hanno chiesto l'Emilia, la Toscana, la Campania e la Sicilia? L'unità d'Italia fu un sogno prima culturale che geografico Era il sogno di una terra, prima che dei suoi regnanti. E nonostante tutto quello che si potrebbe dire di male, da qui, dalla Sardegna, su quel momento storico, tengo quel grande sogno abortito, alla volontà bolzanina di tornare attaccati alla tetta austriaca...Tengo il nostro buttarci nel mare, alle rivendicazioni alpine, padane, incolte, volgari. Non sono per i festeggiamenti, ma credo che la ricorrenza potrebbe farci riflettere, insieme, stupiti di esserci ancora"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;( Mia risposta ) "Sono completamente d’accordo col tuo discorso a favore dell’Unità d’Italia. &lt;br /&gt;Però credo sia giusto tenere presente che l’Italia è molto lunga, non è tutta uguale ed è stata, da sempre, un coacervo di popoli diversi, non tutti facili da amalgamare gli uni con gli altri: e alcune di queste comunità, specie quelle di frontiera, si trovano, a volte, in una situazione particolare. Sono stato per anni in vacanza in Trentino Alto Adige, per la precisione in Val Badia: lì i locali parlano il ladino, poi il tedesco e, se proprio serve, anche italiano ma in modo molto maccheronico e con un accento buffo, tipo Sturmtruppen. Però non ho mai avvertito, tranne sparuti casi, un’ostilità verso l’Italia e gli italiani; più che altro, una forte consapevolezza della loro etnia. Del resto mangiano roba tedesca, parlano tedesco, hanno nomi tedeschi e caratteri somatici assolutamente analoghi a quelli germanici: è da comprendere che sentano forte una loro identità distinta da quella italiana e che facciano riferimento anche ad una storia diversa. &lt;br /&gt;Anche dal punto di vista del carattere non posso immaginare una tipologia umana più lontana di quella altoatesina, ad esempio, da quella dei napoletani, o dai romani, o dai siciliani ( ecc, ecc ) e dalla loro concezione della vita. Insomma, si sentono tedeschi ( austriaci ) perchè sono enormemente più simili ai tedeschi ( austriaci ) che agli italiani.  &lt;br /&gt;A Bolzano ci sono stato diverse vote, ci sono i cartelli bilingue perché vivono a contatto italiani con tedeschi ( il Presidente in questione si chiama Luis Durnwalder ),&lt;br /&gt;Quindi a mio parere qui si pone più che altro il problema di rispettare una diversa etnia; perché poi non mi sembra prendano questa posizione auspicando di tornare a far parte dell’Austria. &lt;br /&gt;Il sindaco, infatti, ha dichiarato: “…. Non è che abbiamo tanto interesse per questi festeggiamenti, non partecipare non mi pare un grandissimo problema. Al contrario delle altre regioni, noi non abbiamo fatto iniziative per favorire l'unità d'Italia. Siamo una minoranza austriaca e non abbiamo scelto di far parte dello Stato italiano. Non volevamo nel 1919, non volevamo nel 1945. Poi abbiamo accettato il compromesso dell'autonomia amministrativa e normativa all'interno di questo Stato. Festeggiare? Non mi sembra il caso. Potrebbe essere interpretato male da qualcuno. Non è una questione etnica e non vogliamo offendere nessuno. Ma non credo che come giunta prenderemo parte alle celebrazioni ufficiali. Però non faremo nemmeno nulla contro i festeggiamenti. Quindi, se gli italiani vorranno prendervi parte, lo facciano pure. Di certo non ci opporremo”.&lt;br /&gt;Mi sembra di ravvisare quindi più la consapevolezza di se stessi come comunità a se stante, pur entro i confini italiani, che ostilità verso l’unità d’Italia. E non vedo la manifestazione di nostalgie austriache: semmai, solo un fare riferimento a una storia che solo in parte coincide con la nostra. &lt;br /&gt;Sensazioni che avevo avuto anche durante le mie permanenze in quei luoghi.&lt;br /&gt;Ecco perché, a mio avviso, è giusto anche rispettare i loro sentimenti: specie quando sono espressi in modo corretto e senza particolari intenti provocatori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Bruno Venturi )&lt;br /&gt;"Caro Fausto, ti avevo mandato una risposta, ma vedo che non è apparsa. Provo allora a sintetizzarla qui sotto. Volevo dirti che la presa di posizione del presidente della Provincia di Bolzano, mi è sembrata più rivendicare una visibili...tà promozionale e turistica, piuttosto che fare un discorso storico-culturale. Da poco ho compiuto 50 anni, e come da sempre, festeggio la ricorrenza riflettendo sugli anni trascorsi e quelli a venire. Per questo, credo, che anche la ricorrenza dei 150 anni, voglia richiamarci tutti ad una riflessione: niente feste, ma un'occasione per riprendere in mano la propria storia. Qui, in Sardegna abbiamo (hanno) avuto una storia molto più complicata di quella Altoatesina. Ma qui si tace -colpevolmente, mi verrebbe da aggiungere. Questa ricorrenza vorrebbe essere un'occasione per riflettere. E allora da una riflessione pacata, serena e ben ponderata, verrebbe fuori che anche in questa regione esisteva un'altra lingua che il fascismo e i fascismi hanno tentato di sotterrare. La nostra è la terza regione più grande d'Italia, e la sua popolazione -fortunatamente poco numerosa- è comunque molto più elevata della 'regione' in questione. Qui, esiste una storia molto più antica e 'lontana'. E da qui è nata l'Unità d'Italia. Ma a quale prezzo... Loro -la minoranza tedesca- si lamentano di un'annessione non da tutti riconosciuta, conseguenza di una guerra. Qui, l'annessione avvenne con un trattato internazionale (1720!). Qui sono stati cambiati i connotati fisici alle persone, ai luoghi. Qui c'è stato un disboscamento feroce in favore delle ferrovie italiche ed europee. Qui si è usata una violenza (impiccagioni, scene di caccia grossa al bandito...tassazioni che nel 1861 raggiunsero un quinto dell'intera nazione...) che nessun'altra regione ha mai subito. Qui, i nomi dei paesi sono stati storpiati ancor di più che nei luoghi di cui parli. Qui abbiamo ancora una presenza delle forze dell'ordine, credo, superiore a quelle delle regioni del Meridione -mai ho visto nelle altre Regioni (che percorro sempre a causa del mio lavoro) tanti posti di blocco come qui, in Sardegna. Eppure di Sardegna si pensa solo in occasione delle vacanze... Neanche la 'povera' elucubrazione di Benigni ha saputo citare la provenienza e le origini di questa povera e meravigliosa terra -Mameli era di origini sarde, da parte del padre....tanto per dirne una. Ma mai, mai, una parola. E allora prima di passare alle rivendicazioni, credo bisognerebbe riconsiderare tutta questa storia 'nazionale', che ha una sua identità, una sua forza, una sua ragione, se vuoi, senza ragioni. Che questa ricorrenza sia l'occasione per riflettere, allora, per considerare la storia di questa entità geografica che ha avuta una percorso lungo, articolato e assai interessante. Il resto è 'pula', come si dice da queste parti, e impuro alimento della ragione irragionevole. Da qui non festeggeremo, ma ricorderemo. Col diritto di poter essere i primi a farlo. Da là, di là dal mare, provate a fare lo stesso. Poi un giorno parleremo delle minoranze, dell'autonomia di cui hanno sempre tutti goduto, tranne che qui, in Sardegna. Che Italia sia, dunque! Ma con consapevolezza, cultura e senso della storia"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;( mia risposta )" Ciao grande Bruno!  &lt;br /&gt;Ottime le tue parole sul senso dell’unità d’Italia che condivido in pieno. Sono anche contento che si stabilisca un giorno per festeggiare l’ Unità d’Italia perché, pur essendo l’italianità ormai da tempo presente nel sentire comune, questo è anche il paese dei mille dialetti e dei particolarismi che covano sotto la cenere e sempre sul punto di saltare fuori, magari nei momenti sbagliati. Non conosco come te la storia della Sardegna, ma sono convinto di quello che tu dici: e cioè che il processo di annessione non sia stato indolore per i sardi. Sono anch’io un turista ( entusiasta ) che conosce la Sardegna solo per quello che riesce a vedere in estate.  &lt;br /&gt;Mi sono permesso di fare quella precisazione precedente perché ho passato dei periodi di vacanza,  per più di 10 anni, anche in Trentino Alto Adige; per cui, presumendo magari erroneamente di partire da una base di conoscenza migliore della tua ( perché non so quante volte ti sia capitato di andare a Bolzano, partendo dalla Sardegna, ) ho solo voluto portarti la ma testimonianza per integrare il tuo discorso sulla base della mia esperienza. &lt;br /&gt;E’ vero che molte regioni italiane hanno avuto diverse difficoltà nel far parte di questo processo unitario. E che le pagine oscure sono state molte. &lt;br /&gt;Tanto che adesso va un po’ di moda evidenziare anche queste, mentre quando andavo a scuola tutto era posto in aurea di assoluta esaltazione patriottica.  &lt;br /&gt;Forse però sarebbe giusto non dimenticare che gli altoatesini sono, in buona parte, una minoranza proprio austriaca; che, tra l’altro, ha mantenutole sue tradizioni e la sua identità, anche linguistica, pur vivendo ormai da molti decenni ufficialmente in Italia. &lt;br /&gt;Sono cioè qualcosa di distinto in modo netto dagli italiani; mentre i sardi mi sembrano comunque far parte con ogni diritto di una tradizione che possiamo definire italica.&lt;br /&gt;E’ vero che dalle parti di Alghero ( ci sono stato ) si trovano ancora influenze spagnole piuttosto marcate. E che un’isola come la Sardegna, isolata dal mare, è stata sempre naturalmente esposta a scambi marittimi con tutto il mediterraneo, fin dalla preistoria. Ricordo ad esempio Tarros che, se non erro, è un antico insediamento fenicio.&lt;br /&gt;Però in linea di massima i sardi a me adesso, e ripeto adesso, sembrano italiani a tutti gli effetti.&lt;br /&gt;Anche questi credo di conoscerli abbastanza bene perché c’è una comunità di sardi molto nutrita anche qui, nel mio paese, a San Giorgio di Piano; e alcuni abitano proprio vicino a me, splendide persone ultra-gentili. &lt;br /&gt;Gli altoatesini invece, almeno quella parte tedesca, mi sembrano ancora adesso, e ripeto adesso, una minoranza etnica austriaca che sta al di qua della nostra frontiera. Per questo ritengo che il loro sia tutto un discorso diverso. E poi una minoranza non qualunque: ma austriaca. Come sai, i rapporti Italia/Austria nel secolo scorso non sono stati sempre tranquilli, per usare un pallido eufemismo: basti pensare alla Prima Guerra Mondiale che l’Italia ha combattuto proprio contro di loro. Mentre nella Seconda Guerra Mondiale l’Austria era stata annessa alla Germania e probabilmente gli altoatesini pensavano di confluire, in qualche modo, al mondo germanico che lambiva i loro confini. Non è successo perchè la storia ha preso un’altra direzione: però mi ricordo ancora quando, da piccolissimo, al telegiornale riferivano abbastanza speso degli attentati ai tralicci ad opera dei separatisti che evidentemente ritenevano la causa del ritorno all’Austria non ancora persa.   &lt;br /&gt;Adesso però, per quanto ho potuto capire durante i miei soggiorni, i risentimenti e le rivendicazioni separatiste sono svanite. &lt;br /&gt;Adesso ormai gli altoatesini/austriaci si sono integrati da noi e, per quello che ho potuto riscontrare, sono nella stragrande maggioranza leali e fedeli all’Italia. Esempi sotto gli occhi di tutti: i loro ragazzi sono alpini e i loro sciatori gareggiano per l’Italia. &lt;br /&gt;Però, sempre a mio parere, se in questa occasione, loro, essendo e sentendosi ancora austriaci, non si sentono ancora di partecipare ufficialmente ai festeggiamenti per l’unità d’Italia, essendo una fetta di storia che, se non proprio avversa, obiettivamente a loro non appartiene per nulla, pur permettendo agli italiani che vivono lì di parteciparvi, se vogliono; ecco, dicevo, sempre a mio parere, in un contesto di rispetto reciproco, da parte nostra è giusto non farne un dramma  e collocare questa cosa nelle sue giuste dimensioni. &lt;br /&gt;Per me è meglio evitare l’insorgere di motivi di frizione, così faticosamente assopiti, che esigere dall’alto una riflessione forzata, evidentemente ancora non del tutto serena. &lt;br /&gt;Ho condiviso anche l’appello di Napoletano che ha ricordato a quel sindaco che, comunque, la giunta ora in carica rappresenta tutti: quindi anche gli italiani e non solo gli (italo)austriaci.&lt;br /&gt;Però mi sono anche ricordato che “quelli” ( come vedi, viene anche a me di distinguerli ) non sono dei “festaioli”, di natura; quindi a me sembra assurdo volerli costringere a festeggiare per qualcosa che non sentono. Non solo: ma queste cose, anche se sarebbero solo di facciata, potrebbero rinfocolare sentimenti opposti, soprattutto nei più anziani che, magari, ricordano ancora alcuni loro avi morti combattendo contro l’Italia ( il sindaco, tra le righe, a me pare alludesse proprio a questo ) .  &lt;br /&gt;Tu dici che bisognerebbe che questa festa facesse riflettere e in generale lo condivido: ma, in questo caso particolare, forse non è ancora il caso.&lt;br /&gt;Molto diversa e, questa sì, negativa, reputo invece la presa di posizione odierna di Calderoli e Bossi ( loro sono certamente italiani ) di dissenso sul giorno di festa stabilito per il 17 marzo ( ufficialmente per motivi economici ): nonostante io ritenga giusto il federalismo economico e giurisdizionale, come è del resto in molti paesi, questo per me non deve assolutamente prescindere dall’Unità Nazionale politica, storica e sociale e dal sentimento di Patria.  &lt;br /&gt;Ovviamente, Bruno, non voglio convincere nessuno: queste sono solo le mie opinioni. &lt;br /&gt;Ho solo voluto avere il piacere di interloquire con un amico antico che abita lontano e con una persona che stimo molto e che solleva questioni storiche giuste e rispettabili, quando pochi di quelli coi quali sono a contatto hanno la cultura e la sensibilità per esprimerle".&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-5381607729007643821?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/5381607729007643821/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2011/02/sul-150-anniversario-unita-ditalia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/5381607729007643821'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/5381607729007643821'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2011/02/sul-150-anniversario-unita-ditalia.html' title='Sul 150° anniversario unità d&apos;Italia'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-8004673562973001074</id><published>2011-02-08T21:38:00.006+01:00</published><updated>2011-02-12T16:53:40.906+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggi'/><title type='text'>Una serata a Praga</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://images.voiaganto.it/repubblica-ceca/hlavni-m-sto-praha/praga/recensione-ristorante-u-fleku-praga-P12364PZ.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 560px; height: 384px;" src="http://images.voiaganto.it/repubblica-ceca/hlavni-m-sto-praha/praga/recensione-ristorante-u-fleku-praga-P12364PZ.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Praga, la serata è quella dell'1 gennaio 2006.&lt;br /&gt;Sono lì con un gruppo di italiani provenienti da molte zone d'Italia e decidiamo di andare a provare la birreria più vecchia e famosa della città, U Fleku. Locale molto bello e antico, composto di più sale molto grandi e comunicanti, dove ci sono grandi tavolate, da compagnia. In ogni sala ci stanno molte decine di persone, nella mia ce ne stavano forse 150/200, gente proveniente da ogni nazione. Ci si siede e subito cominciano a passare tra i tavoli numerosi camerieri che portano dei vassoi, sul palmo della mano rovesciato, appoggiandoli in parte sulla spalla, colmi di grandi bicchieri di birra nera al malto, ottima e densa; oppure di decine di bicchierini di Bechorovka, una specie di vodka che fanno finta di offrire e invece poi alla fine paghi.&lt;br /&gt;Te lo mettono lì davanti e poi :"One shot", dicono, cioè "bevilo d'un fiato", brandendo il pugno e con un ghigno come a dire:"Facci vedere se sei un vero macho!" Ho fatto questo "One shot" 4/5 volte prima che mi portassero la prima birrona e il piatto unico, bello grande, composto da 4/5 salsicce da urlo, patate al forno spettacolari, crauti e varie verdure. Alla terza birrona e diversi altri "One shot", mi sentivo ormai maturo per volare su Marte, le narici cominciavano a fumare perchè avevo dentro una specie di eruzione vulcanica. Però stavo benissimo, nient'affatto ubriaco, solo desideroso di affrontare un dinosauro a mani nude, galleggiante in un consapevole e lucidissimo equlibrio magmatico e ribollente di energia pura.&lt;br /&gt;Il nostro tavolo era posto sotto una specie di orchestrina formata da 4 musicanti locali, dalla faccia annoiata e che eseguivano motivetti stereotipati e internazionali. Avendo capito che noi eravamo italiani, avevano già eseguito, sommessamente, qualche motivo tipico nostro.&lt;br /&gt;A quel punto, mentre il rumore di sottofondo aveva già raggiunto un notevole livello, accennano timidamente a "Romagna mia". Non dovevano farlo. Sono bolognese purosangue; ma negli anni, a causa della lunga frequentazione, si è sviluppata in me un'immedesimazione con questa terra veramente notevole e sottopelle.&lt;br /&gt;Ma lì la pelle non c'era più.&lt;br /&gt;E allora è successo: senza alzarmi in piedi, in una sala improvvisamente ammutolita, con una voce bassa e stentorea, miracolosamente intonata e impastata di prodigiosa forza calorica, ho eseguito con tutti i decibel che avevo a disposizione questo epocale inno alla gioia.&lt;br /&gt;Dopo qualche attimo di imbarazzato silenzio dei miei commensali, che mi guardavano come a dire.."ma questo qui, da dove salta fuori? Oh, noi non lo conosciamo eh, si è seduto qui ma non era con noi..." guardandomi attorno tutto pieno di malcelato orgoglio per come mi era venuta, ho capito di aver lanciato un guanto di sfida che francesi, spagnoli, ceki, tedeschi, olandesi ma soprattutto russi, per il loro onore, non potevano non raccogliere.&lt;br /&gt;Da lì è stato come aver gettato un candelotto di dinamite in una santabarbara.&lt;br /&gt;Dal tavolo russo si alza un tipo tozzo e tarchiato, in maglietta della salute e già sudatissimo, corre dai musici e, spiegandosi in maniera concitata, un pò con le buone e un pò prendendoli per il bavero, pretendeva che eseguissero loro canti nazionali...e loro, con la faccia sempre più annoiata, come dire:"Ci siamo, è successo anche stasera...'zzo vuoi, va via, barbone, non capisco nulla, torna quando sarai più sobrio.."... &lt;br /&gt;Così dai vari tavoli si attaccava il pezzo e i musici tentavano di accompagnare. All'inizio è stato un match Italia - Russia, senza pietà e senza esclusione di colpi, un incontro ringhioso e incertissimo col tipo tarchiato e gli altri, russi e italiani, a fare da controcanto: ma quanto sono belli i canti russi! &lt;br /&gt;Poi tavoli che si univano, gruppi nazionali che si compattavano ( eravamo diventati 3 tavoli di italiani, i nuovi erano toscani e romani, dei diavoli che ancora adesso li ricordo con immenso piacere, perchè quelli con cui ero erano troppo scarsi!...però poi si erano scatenati anche loro...), ognuno eseguiva un proprio canto, dando il meglio di se, pur tra declinazioni alticce, e alla fine tutti gli altri applaudivano.&lt;br /&gt;E' finita con un trenino collettivo che correva per tutta la sala, travolgendo tavoli, bicchieri, sedie, una bolgia generale, tutti cercavano di abbracciare tutti, casino, io che cercavo di abbracciare le russe ma ogni volta arrivava il tipo tarchiato ad abbracciarmi lui e a tirarmi poderose manate sulla schiena, guardandomi dritto negli occhi, felice. Grazie a Dio, non mi ha mai baciato: però ho dovuto eseguire con lui uno di quei balli durante i quali si tengono le braccia conserte e si saltella, tipo cosacco. &lt;br /&gt;Non so quanto sia durato.&lt;br /&gt;Trascinato fuori, attraversando sale messe in modo simile, pagato un conto salatino perchè niente era stato offerto come invece ci avevano fatto credere, ancora immerso nei fumi della competizione, ho lanciato un minaccioso "...ma porca miseria! Datemi un pugno di romagnoli come dico io, quelli da baracca, e vi tiro giù il locale"; al che uno, l'unico che aveva mantenuto ancora la riga tra i capelli ed era rimasto come quando era entrato, fa:" Non preoccuparti, stasera la tua parte l'hai fatta anche da solo!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-8004673562973001074?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/8004673562973001074/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2011/02/praga-la-serata-e-quella-dell1-gennaio.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/8004673562973001074'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/8004673562973001074'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2011/02/praga-la-serata-e-quella-dell1-gennaio.html' title='Una serata a Praga'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-2040690787458559568</id><published>2011-01-09T23:31:00.013+01:00</published><updated>2011-01-14T12:18:22.462+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggi'/><title type='text'>Viaggio a Medjugorie: un ponte tra la terra e il cielo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.medjugorje.ws/data/olm/images/pictures/medjugorje-photos/medjugorje-apparitions-anniversary-2008/p1010258.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 812px; height: 612px;" src="http://www.medjugorje.ws/data/olm/images/pictures/medjugorje-photos/medjugorje-apparitions-anniversary-2008/p1010258.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Dopo tanti viaggi fatti per scoprire il mondo, in questo fine anno 2010 ne ho voluto compierne uno alla ricerca di qualcosa di più grande: Medjugorie. Già convinto da casa che in questo posto sta accadendo da quasi 30 anni qualcosa di eccezionale, nonostante le sollecitazioni e le insistenze di una amico non avevo mai voluto andare perché ritenevo di avere già capito tutto e che non fosse necessaria proprio la mia presenza fisica.&lt;br /&gt;Così, quando la notte dell’ultimo dell’anno gli ho inviato un sms di auguri specificando il luogo dove mi trovavo, lui ha risposto:”Finalmente! Maria ti ha chiamato! Lo sapevo! Alleluja!” &lt;br /&gt;Ed è proprio così. &lt;br /&gt;In quei luoghi lo si comprende con chiarezza: si va a Medjugorie rispondendo ad una chiamata. &lt;br /&gt;La mia ha quasi dell’incredibile per come si è presentata. Infatti è passata per un invito ricevuto su Facebook da una ragazza che abita nel mio stesso paese, che ora è un’insegnante all’università di Barcellona, la quale, curiosando dalla Spagna sul mio profilo dopo aver letto una mia frase in dialetto bolognese sul sito “succede solo a Bologna”, poiché non mi aveva mai conosciuto prima, ha voluto farlo in occasione delle sue vacanze natalizie proponendomi il viaggio al quale lei stessa aveva aderito. &lt;br /&gt;Un caso. Ma si comincia subito ad imparare che, alla fine e riflettendoci bene, anche il caso appare come un tassello di un disegno che non è completamente nelle nostre mani.     &lt;br /&gt;Partenza da Bologna il 29 dicembre, in pullman. Siamo poco più di una ventina, viaggio notturno, passiamo sopra Trieste tra il buio e il gelo, poi vento, un po’ di neve; non conosco quasi nessuno, ma il clima è da subito molto cordiale e positivo con tutti. Ci sono anche due famiglie con un disabile per ciascuna, che formano una coppia. Passiamo diverse frontiere, la più complicata sembra quella bosniaca dove con la carta d’identità rinnovata non si passa, serve nuova; e controllano minuziosamente tutto quello che non sta racchiuso dentro la valigia. Il pullman ci scarica circa alle 7.30 del mattino di un 30 dicembre dal fantastico cielo terso, di fronte all’albergo, in mezzo a campi bianchi di brina e di gelo.&lt;br /&gt;Medjugorie me l’aspettavo molto più piccola; mi dicono che lo era, prima di un notevole sviluppo alberghiero conseguente all’invasione di pellegrini. &lt;br /&gt;Mattinata libera prima della messa per gli italiani delle 11. Nonostante le scorie di stanchezza della notte passata in pullman, con un piccolo drappello vado subito alla casa di Viska dove la veggente, dalle 8, sulle scale della sua vecchia abitazione di sasso, riceve i pellegrini per rendere testimonianza. Passiamo davanti alla ben nota chiesa, giallina e dal doppio campanile, poi lasciamo il centro abitato e proseguiamo per i sentieri sterrati, tra i campi, fino a giungere a Bijakovici, un piccolo borgo dove abitavano da ragazzi quasi tutti i veggenti e che si trova proprio ai piedi del Podbrdo, la collina delle prime apparizioni. &lt;br /&gt;C’è una grande folla, l’incontro di Viska è appena finito ma la gente fatica ad andarsene, cercando di scambiare ancora qualche parola personale a tu per tu con la veggente, nonostante i taxi, tutti vecchi modelli di Mercedes fumanti, guidati da tipi poco raccomandabili, cerchino continuamente di stirare qualcuno. Non ha più il microfono, non sento quello che dice; ma sono colpito dalla gioia profondissima del suo sorriso e dal suo modo semplice e cordiale, ma molto intenso, di mandare baci a tutti. &lt;br /&gt;Non si avverte nessun senso di divismo, né in lei né nella gente che le sta intorno: solo un senso molto intimo di cordialità e fratellanza.&lt;br /&gt;Torniamo in tempo per assistere alla messa, trovando posto faticosamente nella chiesa murata di gente: ci sono tanti preti che concelebrano, fuori ci sono file di decine di persone ai confessionali, in tutte le lingue, mentre i canti sono di una corposità e di una partecipazione mai ascoltata prima.&lt;br /&gt;Al pomeriggio, dopo la testimonianza di Ivan al capannone giallo, bella, chiara e senza fronzoli, ancora una visita a Bijakovici e poi saliamo sul Podbrdo, il monte brullo e scomodissimo delle prime apparizioni avvenute nel 1981; il sentiero è molto duro, fatto da sassi instabili. Prima non esisteva nessun sentiero tra le rocce ma ora una parvenza di tracciato è distinguibile grazie alle arrampicate incessanti dei pellegrini. I gruppi procedono tra preghiere e riflessioni lungo la via crucis contrassegnata da grandi steli scure che è stata posta lungo il sentiero, avendo come meta le croci e le statue di Maria che indicano i luoghi delle apparizioni del passato e del presente. Il luogo, sopra la vallata di Medjugorie, è piuttosto selvaggio ma di grande fascino e bellezza.   &lt;br /&gt;Di seguito inizia l’Adorazione, ma questa volta non c’è posto in chiesa, per cui si sta fuori, al freddo, con la temperatura che, appena si fa buio, scende velocemente sotto zero. La preghiera a Medjugorie la fa sempre da padrone, perché così chiede la “Kralize Mira” ( la Regina della Pace ); ma qui è gioiosa, come segno di ringraziamento di un amore superiore e insperato che si avverte in modo tangibile.&lt;br /&gt;C’è dovunque un senso di pace che è difficile, direi impossibile, da spiegare; ed è anche impossibile sperimentarne oggi uno uguale sulla faccia della terra.&lt;br /&gt;Al mattino del 31 ci dirigiamo col pullman e di buon ora ancora a Bijakovici perché è il nostro turno di presenziare all’incontro con Viska. Nonostante sia ancora molto presto, non riusciamo ad avvicinarci più di tanto al giardinetto della veggente a causa della folla. In compenso, ci riempiamo di freddo nell’attesa che si concluda l’incontro coi tedeschi, che hanno la messa alle 9. Si sente come un rullo di tamburi, ma sono i piedi che battono a terra cercando di riscaldarsi. E ancora Viska, tradotta da qualcuno in simultanea, dalle scale della sua casa trasmette ai presenti tutta la sua gioia per questo prolungatissimo, incredibile e inopinato incontro celeste.  &lt;br /&gt;Nel pomeriggio decidiamo di visitare la Comunità del Cenacolo, sorta grazie al polso fermo di Suor Elvira, dove si tenta il recupero dei tossicodipendenti o comunque di ragazzi con gravi problemi esistenziali.&lt;br /&gt;I principi sono praticamente quelli dell’ordine di San Benedetto, molto semplici, dell’ora et labora. Fin dal primo mattino la preghiera scandisce la giornata lavorativa, dove non viene lasciato spazio alla televisione, al bere alcolici, alle sigarette, ai giornali; inoltre la musica viene selezionata e anche il telefono viene limitato all’essenziale. &lt;br /&gt;Si cerca insomma di impostare la vita unicamente sulla preghiera, sul lavoro e sulla sincera amicizia comunitaria e con Dio. Qui non importa quello che hai, ma ciò che sei.              &lt;br /&gt;In sostanza, l'insegnamento che si percepisce qui dentro è che quando si ha tutto, difficilmente si riesce ad avere una felicità piena; invece una vita semplice, comunitaria, vera e pulita, riesce a dare la gioia nel cuore e a far ritornare la voglia di vivere. L’obiettivo che viene perseguito è quello di imparare a vivere la propria vita in modo sereno, alla luce della Parola di Dio e di una vera condivisione di tutto con i fratelli e le sorelle della Comunità.&lt;br /&gt;Il ragazzo ex-tossico-dipendente ha dato una splendida testimonianza del successo e del miracolo di conversione che ha operato in lui questo modo di vivere. Si può infatti parlare di miracolo quando si vede un ragazzo che viveva come un rifiuto della società trasformarsi in una persona solida, che basa la propria vita solo sui valori giusti e luminosi del bene. Nella sua semplicità, sembra tuttavia possedere una sapienza superiore, certamente anche sulla scorta delle sue passate esperienze. Ascoltando lui, si comprende, in qualche modo, anche un nuovo senso delle parole di Gesù :”I primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi”.  E ancor più di lui è stato commovente il padre, presente tra il pubblico e quindi invitato a parlare, nel testimoniare la gioia per aver recuperato questo figlio; trasformato pure lui da questo stile di vita ora si accinge, con una forza piena di vita, di luce e di serenità che proviene dalle opere di bene viste fiorire attorno a lui e poi compiute lui stesso nella sua vita, a tentare di recuperare un altro figlio caduto nella droga. Si abbracciano commossi. I presenti nella sala sono visibilmente colpiti.&lt;br /&gt;Bellissima anche la simpaticissima testimonianza di Don Massimo, ex dentista di successo in Italia che ora, per l’occasione, veste anche i panni di un oratore geniale: accortosi della inconsistenza della vita materiale nella quale aveva sempre creduto e dei soldi, poco alla volta, dopo molte visite a Medjugorie, luogo dal quale si sentiva sempre misteriosamente attratto, alla fine ha deciso di mollare tutto e andare a fare il prete e il dentista presso la comunità, &lt;br /&gt;E Suor Elvira che, dopo averlo invitato in modo piuttosto perentorio a lavorare presso la Comunità, di fronte alla sua decisione finalmente presa di andare, espressa per telefono a qualcun altro, dall’Italia, non dice nulla, non lo richiama per accoglierlo: aspetta che Don Massimo stesso vada a Medjugorie, di sua iniziativa e stupito da questo silenzio. Perché, dirà quando le verrà chiesto il motivo del suo comportamento, “…così quando ci saranno i momenti difficili tu non potrai dirmi:- Sei stata tu a farmi venire” ma sarò io a dirti –E chi ti cercava? Sei stato tu a venire qui di tua volontà”.&lt;br /&gt;Grandi risate! Ma anche genuina commozione di tutti i presenti nell’auditorium.&lt;br /&gt;Perché è evidente che la sua scelta di vita per Don Massimo è stata dura, che la vita in generale che si prospetta per chi sceglie di stare al Cenacolo è dura; anche se promette, chiaramente stampato nei volti di chi ne parla, di dare una gioia profonda, almeno pari alle sofferenze che procura.  &lt;br /&gt;Difficile immaginare un compendio migliore della conversione che spetta all’uomo in nome del Signore e della Madonna, che plasma misteriosamente proprio quei luoghi della sua presenza. &lt;br /&gt;Alla sera, Adorazione e Messa di mezzanotte nel capannone verde, una delle due grandi strutture ideate per completare la capienza ormai decisamente insufficiente della chiesa. Infatti, anche solo contando gli italiani, che sono senz’altro il gruppo nazionale più folto, ci sono sicuramente diverse di migliaia di persone. Fuori è tutto uno scoppiare di petardi e festeggiamenti; dentro ci sono solo silenzio, canti e preghiere. Debbo dire che non ho sentito nessun rimpianto per l’armamentario solito della mezzanotte dell’ultimo dell’anno. E’ stato solo curioso e inusuale scambiarsi il segno della pace con annessi anche gli auguri di buon anno. &lt;br /&gt;Ma a Medjugorie si vive in una dimensione già quasi soprannaturale e tutto ciò che ha costituito la nostra vita, da sempre, sembra che non conti più. &lt;br /&gt;Nella splendida mattinata del primo dell’anno 2011 ci aspetta l’ascesa la Krizevac, anche questa durissima, più lunga di quella del Podbrdo. Sentiero veramente aspro, sassoso e roccioso, anche questo disseminato delle stazioni della Via Crucis dove i gruppi si fermano in preghiera e in meditazione. Arrivati in cima c’è questa croce grande e bianchissima, anche questo luogo storico di apparizioni. Il paesaggio è essenziale e selvaggio, fatto di sassi, vegetazione bassa, rovi, piccoli spazi aperti e cielo blu intenso; sotto si stende tutto l’agglomerato urbano di Medjugorie, si distinguono benissimo i due campanili della chiesa, e all’orizzonte si distingue perfettamente una catena montuosa, innevata oltre una certa quota. Gita già di per sé magnifica dal punto di vista naturalistico. &lt;br /&gt;Viene da riflettere sulla scelta dei luoghi. C’è sempre una salita molto difficile e piena di pericoli, dove sarebbe fin troppo semplice mettere un piede in fallo e farsi male in vari modi; ma poi, quando si giunge in cima, lo spettacolo che si contempla è grandioso e capace di riempire l’anima.  &lt;br /&gt;Ci può essere qualcosa di casuale in tutto questo, e in generale nell’azione di Maria? &lt;br /&gt;Non credo: sicuramente non questo.         &lt;br /&gt;Al pomeriggio, testimonianza di Marija al capannone giallo. Marija fa sempre belle testimonianze. A me colpisce sempre la semplicità e familiarità nel raccontare vicende così grandiose. Sembra la vicina di casa che racconta episodi innocenti della sua quotidianità. Ma, per la verità, questa è una quotidianità che da 30 anni risulta intrisa di un mistero d'amore sconvolgente. Così anche lo spettatore, a poco a poco, sembra trovarsi avvolto da questa luce sfolgorante di amore materno; ma, allo stesso tempo, è una luce tranquilla, quieta, presente eppure mai invadente.&lt;br /&gt;Viska comunica la gioia straripante dell’Incontro; invece Marija la quieta certezza della Presenza salvifica.&lt;br /&gt;Guardandosi attorno non è infrequente vedere gente adulta che piange, in silenzio.&lt;br /&gt;Ci si sente di nuovo come bambini quando si è compresa per la prima volta la bellezza e l’importanza dell’amore della mamma. &lt;br /&gt;Ma la giornata non è ancora finita perché alle 22 c’è l’apparizione straordinaria della Madonna a Ivan sul Podbrdo. “Come faceva a saperlo che appariva, se questa è un’apparizione straordinaria?” – mi viene da chiedere.”Gliel’ha detto la Madonna stessa, ieri sera” è la disarmante risposta di Don Marco. Ah, ecco, mi sembra giusto. Non avevo considerato l'amicizia ormai solida tra i due. Potrebbe sembrare incredibile, ma qui lo straordinario è di casa: infatti moltissimi, ad esempio, qui hanno visto il miracolo del sole roteante e pulsante come a Fatima e vicino alla chiesa c’è una stratua del Cristo risorto dalla quale escono, quasi incessantemente e inspiegabilmente, dalla gamba, delle gocce di liquido che all’analisi si sono rivelate essere lacrime umane. &lt;br /&gt;Ma queste sono "quisquilie" su cui ormai non ci si sofferma più di tanto, nessuno ci fa quasi più caso: perchè a Medjugorie questa dimensione straordinaria è di casa e si viene soprattutto per incontrare Lei, la Kralize Mira. &lt;br /&gt;Alla notte, lungo il sentiero, illuminato parzialmente dai fari e dalle torce personali, un fiume di gente sale fino alla statua grande della Madonna. Dopo un lungo momento di preghiera, avviene l’apparizione e allora il silenzio, denso e totale, come se il cuore di tutti avesse interrotto il proprio battito, viene occupato solo dall'eco delle preghiere e dei canti che il vento porta su dalla chiesa, dal paese sottostante.&lt;br /&gt;Stranamente non è freddo e si avverte un senso di pace incredibile.&lt;br /&gt;Il messaggio è molto bello ed è sembrato realmente essere rivolto alle centinaia, forse migliaia di persone che erano assiepate sulla montagna:     &lt;br /&gt;«Desidero descrivere anche a voi, - ha detto Ivan – avvicinarvi a ciò che è più importante dell’incontro di questa sera. Stasera la Madonna è venuta a noi molto gioiosa e felice, all’inizio ha salutato tutti noi col suo consueto saluto materno: &lt;span style="font-style:italic;"&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;“Sia lodato Gesù, cari figli miei!&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;”. Poi la Madonna ha detto:&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;“Pregate, cari figli, e aiutatemi nella realizzazione dei miei piani che desidero realizzare nel mondo con questa parrocchia. Cari figli, anche oggi la Madre con gioia vi invita: pregate, pregate, pregate. Cari figli, in modo particolare oggi vi invito: pregate per le vocazioni nella Chiesa, per la fede forte dei miei sacerdoti. Sappiate, cari figli, che prego sempre con voi, che sono sempre con voi quando attraversate momenti più difficili. Perciò perseverate nella preghiera, pregate insieme a me. Oggi desidero dirvi grazie perché avete risposto ed accolto i miei messaggi e vivete i miei messaggi&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;”.&lt;br /&gt;Nella discesa, un po’ riflettendo su quanto era appena accaduto e dovendo un po’ fare attenzione a dove mettevo i piedi, ( ma cado lo stesso ), riesco nell’impresa di perdere di vista tutti gli altri membri del gruppo. Decido allora di prendere la strada dei campi; però, senza nessuna pila o luce, completamente al buio, dopo un po’ mi rendo conto che mi sono perso. Comincia pure a fare freddino, mentre durante l’apparizione, lo hanno notato tutti, la temperatura era quasi mite; eppure moltissimi si erano presentati con coperte e con tutto quello che avevano di più pesante da mettersi, vista l’usale temperatura polare notturna. Ogni tanto incrocio ragazzi solitari, insagomati in quei giubbotti spartani tipo il primo Danilovic, che per fortuna non mi fanno la pelle. Sbuco di nuovo dentro al paese, però in un punto che è molto lontano da quello che avrebbe dovuto essere. Poi rivedo il duplice campanile e allora ritrovo la strada, oltre che alcuni del gruppo; con loro raggiungo l’albergo.&lt;br /&gt;La mattina dopo, 2 gennaio, nostro ultimo giorno di permanenza a Medjugorie, alle 9.00, c’è l’apparizione a Mirjana alla Croce Blu del Podbrdo.&lt;br /&gt;Arriviamo abbastanza presto, ma c’è già una grande folla: impossibile avvicinarsi più di una venina di metri dal posto dove si metterà Mirjana. C’è gente anche nei palazzi vicini alle finestre e in equilibrio sui balconi. Vengono alzati due corde come di nave per ricavare un passaggio in mezzo alla folla e cinque minuti prima delle 9 arriva la veggente, scortata da uno stuolo di persone che la circondano. Mi passa a mezzo metro, tra silenzi, canti e preghiere. Poi tacciono tutti e ci si mette in ginocchio. E’ un silenzio denso di una presenza che sembra palpabile. Alla fine una donna dalla mente evidentemente disturbata emette un grido agghiacciante e alza le braccia al cielo, proprio mentre ha termine l’apparizione.    &lt;br /&gt;Ecco il messaggio che Mirjana ha ricevuto il 2 Gennaio 2011, trasmessoci da Krizan Brekalo e dato a lui da Milenko Vasilj: &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;“Cari figli, oggi vi invito alla comunione in Gesù, mio Figlio. Il mio Cuore Materno prega affinché comprendiate che siete la famiglia di Dio. Per mezzo della libertà spirituale della volontà che vi ha donato il Padre Celeste, siete chiamati a conoscere da voi stessi la verità, il bene o il male. Che la preghiera e il digiuno aprano i vostri cuori e vi aiutino nella scoperta del Padre Celeste attraverso mio Figlio. Con la scoperta del Padre, la vostra vita sarà indirizzata al compimento della volontà di Dio ed alla creazione della famiglia di Dio, così come desidera mio Figlio. Io non vi abbandonerò su questo cammino. Vi ringrazio”. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Mirjana ha inoltre sentito di poter dire alla Madonna:&lt;/span&gt; “Tutti siamo venuti a te con le nostre sofferenze e croci. Aiutaci, ti preghiamo”. La Madonna ha rivolto le mani verso di noi ed ha detto: "Apritemi i vostri cuori, datemi le vostre sofferenze. La Madre vi aiuterà”. La Madonna ha benedetto tutti i presenti, tutti gli oggetti di devozione ed ha sottolineato ancora una volta l’importanza della benedizione sacerdotale. &lt;br /&gt;Sembra di riportare fatti della quotidianità: come una Madre che si prende cura dei figli. &lt;br /&gt;In realtà, si tratta invece di qualcosa di sconvolgente! &lt;br /&gt;Nello scendere, Mirjana si ferma proprio a pochi passi da me e si trattiene per un po’ di tempo a parlare amabilmente con uno spastico. Ancora messa, poi al pomeriggio torniamo alla Croce Blu portando la disabile che era con noi per un momento di meditazione. &lt;br /&gt;Prima di cena, c’è ancora il tempo per la bellissima testimonianza di Marco e Jenny, la giovane coppia di piemontesi che ci ha ospitato ottimamente, sia dal punto di vista umano che culinario, nella loro pensione “Eden”. &lt;br /&gt;Marco era un tossicodipendente ed era entrato in una delle tante Comunità che ci sono a Medjugorie per curarsi. Attraverso la fede, in breve tempo ritrova completamente se stesso, tanto che si rende disponibile per andare a lavorare in una casa della Comunità in Brasile che raccoglie bambini poverissimi e abbandonati delle favelas. Invece scopre con terrore di avere 2 grossi tumori in testa e così non può partire. Cade di nuovo nella disperazione, sta per essere risucchiato dalla droga, ma viene aiutato dall’amicizia e dalla fede di Jenny, una ragazza che ad un incontro pubblico lo aveva provocato con osservazioni molto dure e con la quale però erano sempre rimasti sempre in contatto;  sopporta 7 pesantissime operazioni che gli lasciano cicatrici in testa molto profonde e una smorfia di dolore facciale che non lo abbandonerà mai più. Tornano in Italia e si sposano, ma lui, come non bastasse, scopre di avere una bruttissima malattia ereditaria e tutti, compreso i medici, li sconsigliano fortemente di avere figli perché le possibilità di trasmissione di questo pericolosissima malattia tumorale sono altissime. In Italia però non si trovano bene, la vita è tutta diversa, la società consumistica rende più debole la fede e il loro rapporto diventa più fragile. Allora decidono di tornare a Medjugorie con un semplice pellegrinaggio, avendo la vaga idea di provare ad aprire un attività alberghiera, praticamente senza soldi o quasi. Dopo una salita orante al Krizevac chiedendo aiuto alla Madonna. trovano in modo roccambolesco un rudere da ristrutturare. Da lì incomincia una nuova straordinaria avventura basata sul loro totale affidamento a Dio e alla Madonna, attraverso incessanti preghiere e novene di lei; sarà sicuramente stato un caso, ma da lì cominciano una serie di piccoli grandi miracoli, sia economici che umani, che sembrano non finire mai e che li portano ad avere adesso una bellissima attività avviata, due splendidi bambini sanissimi e una vita felice, fatta di serenità nel totale affidamento alla Nostra Madre celeste. Sarà stato sicuramente un caso: ma a Madjugorie il caso, quando riguarda la rinascita umana e spirituale, diventa molto suggestivo e quantomeno sospetto. E in Medjugorie questa “casualità” costituisce un tessuto connettivo profondo fra la gente, si respirano nell’aria.&lt;br /&gt;Dopo cena, ancora toccati dalla loro testimonianza, li salutiamo caldamente; è venuto il momento di partire. Eppure, diretti alla propria solita vita, nessuno vorrebbe andarsene da lì. Sul pullman ognuno racconta le sue impressioni sul pellegrinaggio, tutte per lo meno straordinarie. &lt;br /&gt;Per quanto mi riguarda, pur sapendo da anni di Medjugorie ed essendo perfettamente al corrente della situazione, il viaggio è stata per me un’esperienza sconvolgente. &lt;br /&gt;Infatti un conto è ragionare su quanto sta avvenendo qui da casa: un conto è essere presente in questo luogo incredibile. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal mio punto di vista, le ipotesi che si possono fare sono due e soltanto due: &lt;br /&gt;1) I veggenti si prendono gioco di tutti da quasi 30 anni. &lt;br /&gt;Ma questa ipotesi mi sembra che abbia soltanto minime possibilità di essere quella giusta. Infatti i veggenti dovrebbero essere tutti consumati attori dal momento che in 30 anni nessuno di loro si è mai contraddetto, né stancato di questa presunta recita. Inoltre tutta questa storia è cominciata nella Jugoslavia di Tito, dove a raccontare una cosa del genere si aveva tutto, ma veramente tutto, da perdere, anche per le proprie famiglie, e nulla da guadagnare. Infatti i ragazzi furono perseguitati e nonostante questo nessuno mai ritrattò. Tutte le commissioni mediche e scientifiche che li hanno avuti in cura in questi 30 anni non hanno mai rilevato nessuna cosa strana in nessuno di loro, dichiarandoli persone perfettamente normali. Appaiono anche oggi persone molto semplici; e tutti, secondo la mia personale impressione, tramite il linguaggio non verbale comunicano di tutto tranne la falsità. Particolare non secondario, da sempre sono i primi a mettere in atto i messaggi che ricevono, attraverso l’ubbidienza, con la preghiera incessante, anche notturna, e coi digiuni.&lt;br /&gt;I messaggi inoltre, passati al setaccio dai teologi, pur nella loro apparente semplicità in realtà restano sempre rigorosamente all’interno dell’insegnamento cattolico e cristiano e quindi appaiono autentici.    &lt;br /&gt;2) Siamo in presenza dell’evento più importante e sconvolgente della storia dell’umanità dopo la venuta di Gesù Cristo.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualsiasi altra ipotesi che tentasse in qualche modo spiegare tutto quello che è già accaduto in questi 30 anni, che ancora sta accadendo ogni giorno, e che è sul punto di accadere, mi sembra così assurda, cervellotica e astrusa che non penso valga neppure la pena di essere cercata. Infatti, piuttosto che inventarsi assurdità e arrampicarsi sugli specchi dello scetticismo, a me sembra molto più razionale ammettere l’intervento della Madonna, che del resto è già apparsa decine di volte, in tutto il mondo, in questi 2000 anni di storia che ci separano da Cristo. Certamente, di recente, è apparsa a Fatima e a Lourdes ( ma non solo). &lt;br /&gt;Le apparizioni non aggiungono e tolgono nulla a quanto già rivelato e compiuto da Cristo, ma certamente sono molto utili a rafforzare la fede nel fatto cristiano, in un momento di grande tribolazione. &lt;br /&gt;La Chiesa giustamente si muove con prudenza e non può pronunciarsi prima della fine delle apparizioni. Ma è certo che  Papa Giovanni Paolo II disse a una veggente che se non fosse stato Papa sarebbe andato di sicuro a Medjugorie; del resto, sia lui che il suo successore, Papa Benedetto XVI, spesso nei loro discorsi hanno usato la stessa terminologia usata magari pochi giorni prima dalla Madonna. In altre parole sembrano spesso già parlare all’unisono. &lt;br /&gt;Ma tutto si capirà quando verranno ad uno ad uno svelati i 10 segreti che sono già stati affidati ai veggenti da tempo e che saranno annunciati al mondo da un sacerdote 3 giorni prima che accadano.&lt;br /&gt;Siamo probabilmente alla vigilia di una svolta epocale dell’umanità, anche nella sua dimensione spirituale.&lt;br /&gt;Dopo tutti i tentativi che Dio ha fatto per salvare l’uomo, riuscirà finalmente con questo estremo tentativo a far sì che anche i non credenti, o “coloro che non hanno ancora sperimentato l’amore di Dio “ , come li chiama la Madonna, si convertano? &lt;br /&gt;Speriamo! &lt;br /&gt;Quello sarebbe finalmente un mondo nuovo! &lt;br /&gt;Perché come quando si è bambini si capiscono le ragioni del bene e del giusto solo accompagnati e rassicurati dall'amore dei genitori; così da adulti solo un amore che ci trascende può darci la ragione vera e radicale del perseguimento di quegli stessi valori improntati al bene.     &lt;br /&gt;Intanto, già da ora, dove accade l’imponderabile, si sente finalmente con chiarezza l’abisso di un mistero d’amore che dolcemente ci sovrasta. E dove il soprannaturale diventa la naturalità quotidiana, immersi nella gioia semplice e senza ombre dei veggenti, oltre che in un senso di pace infinito che si legge nei volti, nelle preghiere e nei canti dei pellegrini, è come se per la prima volta si facesse esperienza del significato più bello e profondo di noi stessi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-2040690787458559568?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/2040690787458559568/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2011/01/viaggio-medjugorie-un-ponte-tra-la.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/2040690787458559568'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/2040690787458559568'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2011/01/viaggio-medjugorie-un-ponte-tra-la.html' title='Viaggio a Medjugorie: un ponte tra la terra e il cielo'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-386448260423654134</id><published>2010-03-05T22:16:00.002+01:00</published><updated>2010-03-05T22:27:40.560+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cristianesimo'/><title type='text'>Discussione intorno al cristianesimo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/0/08/Leonardo_da_Vinci_%281452-1519%29_-_The_Last_Supper_%281495-1498%29.jpg/800px-Leonardo_da_Vinci_%281452-1519%29_-_The_Last_Supper_%281495-1498%29.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 800px; height: 409px;" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/0/08/Leonardo_da_Vinci_%281452-1519%29_-_The_Last_Supper_%281495-1498%29.jpg/800px-Leonardo_da_Vinci_%281452-1519%29_-_The_Last_Supper_%281495-1498%29.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Bosforo, sul fatto che ognuno abbia il diritto di scegliere la religione che sente più vicina a sè, o anche di non sceglierne nessuna, è giusto. Però, se queste opzioni uno non le conosce, allora mi sembra già condizionata la scelta. Adesso molte famiglie sono atee e non trasmettono ai figli più nessuna nozione di questo tipo. E si vede anche il disorientamento e lo sbandamento nel quale vivono i ragazzi, preda delle mode e di modelli per lo più deteriori. Secondo me, la scuola, specie in Italia e in Europa, potrebbe ricordare ai ragazzi, con quel semplice simbolo, da dove derivano le radici della nostra cultura e la possibilità di una scelta importante di vita. Perchè comunque, anche se uno decide che quel simbolo crocifisso non rappresenta niente per lui se non un uomo ucciso, sta agli insegnanti fare loro capire che comunque quel simbolo si porta con sè tutta una lunga serie di valori positivi nei quali la nostra civiltà si è sempre imbevuta. Una scuola che non si assuma il compito anche di educare i ragazzi a me sembra una scuola monca. Perchè col tecnicismo fine a se stesso non si va da nessuna parte, non si costruisce una persona.&lt;br /&gt;Ma a me, il sospetto che mi sorge, è proprio questo: che in realtà i poteri "forti", gli opinion leader, facciano di tutto per non dare nessuna solida base all'educazione delle nuovi generazioni, per plasmarle poi meglio secondo i loro dettami, che sono sempre molto "terreni" e hanno ben poco di etereo e celestiale. &lt;br /&gt;E non posso fare a meno di notare che questa "democratizzazione" dei supremi organismi istituzionali si rivolge sempre contro alla religione cristiana, mai contro le altre. Del cristianesimo si vorrebbe elimnare il crocifisso nelle classi, per cercare di svilirlo come recita il relativismo dilagante; quando un ragazzo, basta che giri per una normale città italiana, vede chiese ovunque ( dovremo togliere anche quelle?). Dei mussulmani però, che vivono in questo paese secondo leggi del tutto proprie, si è disponibili a tollerare qualunque cosa, anche che le ragazze vadano a scuola col burqa o similari...mah...sarò io che sono retrogrado...ma io, in questi strani e discutibili esercizi di razionalismo democratico, sento sempre puzza di zolfo.&lt;br /&gt;Per quanto riguarda la tua dotta dissertazione sulla storicità dei Vangeli, hai accennato anche tu ai rotoli di Qumran dove, secondo me al di là di ogni possibile dubbio ( avevo letto un libro in proposito), sono emersi dei frammenti scritti in greco dove ci sono delle parti di Vangelo, quindi smentendo coloro che ritenevano la stesura scritta essere un risultato postumo di almeno 1 secolo, derivante da un a tradizione orale, per cui imprecisa.&lt;br /&gt;I 4 vangeli si distinguono da quelli, tanti, apocrifi, proprio perchè la tradizione ha selezionato quelli che, pur seguendo filoni etici leggermente differenti, rappresentavano proprio un tutt'uno omogeneo, con precisi elementi storici, ( verficati poi puntualmente ai nostri giorni) e con qualche episodio omesso da uno o aggiunto in un altro.&lt;br /&gt;Proprio il fatto di aver scartato una così gran massa di scritti inattendibili, per un motivo o per l'altro, conferiscono a questi 4 la riconosciuta autorevolezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noto poi che anche la dotta Wikipedia, la quale capisco che debba poi tenere anche un profilo di imparzialità e di equidistanza, omette di evidenziare un particolare strano e suggestivo che, secondo me, merita invece molto rilievo.&lt;br /&gt;Alludo al fatto, cioè, che il Cristianesimo deve la sua forza propulsiva innanzitutto ai primi tempi della sua divulgazione, dove avveniva un fatto strano e completamente nuovo nell'antichità.&lt;br /&gt;Non solo gli Evangelisti e i discepoli, ma anche coloro che si erano aggiunti strada facendo, presumibili testimoni dietti dei fatti, non solo affermavano queste cose straordinarie intorno a Gesù: ma quando, nel corso della loro predicazione, venivano a contatto coi Poteri del tempo, quando gli veniva chiesto conto delle cose che andavano dicendo, e poi, esplicitamente, di ritrattare simili "eresie" pena i più terribili supplizi, costoro non ritrattavano e subivano supplizi atroci senza difendersi.&lt;br /&gt;Ecco, sarebbe stato interssante che Wikipedia avesse fornito una spiegazione logica anche di questo.&lt;br /&gt;Perchè, per quanto mi riguarda, se so che sto diffondendo fandonie solo per motivi miei e imperscrutabili, qualora mi venisse rivolta una simile minaccia, sono certo che smentirei sicuramente, cercherei di minimizzare con una bella e grassa risata per salvarmi la vita.&lt;br /&gt;Questi invece accettavano il martirio.&lt;br /&gt;Perchè?&lt;br /&gt;Lo stesso San Pietro, dopo aver rinnegato di conoscere Cristo durante la crocifissione nel noto episodio, giunto a Roma subisce lo stesso martirio di croce; ma stavolta è talmente consapevole di quello che fa, che chiede di essere crocifisso a testa in giù, perchè indegno di subire la stessa sorte di Cristo.&lt;br /&gt;Da dove gli veniva, ora, questo coraggio?&lt;br /&gt;A questi martiri si deve la diffusione del Cristianesimo, perchè nell'antichità un comportamento così era inconcepibile e inspiegabile ( e tanto più lo sarebbe adesso); in questo modo il Cristianesimo, a poco a poco, ha fatto breccia tra le mura dell'Impero Romano e si è diffuso.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-386448260423654134?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/386448260423654134/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/03/discussione-intorno-al-cristianesimo.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/386448260423654134'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/386448260423654134'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/03/discussione-intorno-al-cristianesimo.html' title='Discussione intorno al cristianesimo'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-786867678374394707</id><published>2010-02-22T22:25:00.003+01:00</published><updated>2010-02-22T22:52:03.893+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='basket'/><title type='text'>Sugar mania!</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://images.corrieredibologna.corriereobjects.it/fotogallery/2009/12/virtus/img_virtus/virtus10_672-458_resize.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 362px; height: 458px;" src="http://images.corrieredibologna.corriereobjects.it/fotogallery/2009/12/virtus/img_virtus/virtus10_672-458_resize.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Io c'ero.&lt;br /&gt;Indimenticabile, perchè fino a quel momento in Europa non si era mai vinto un tubo e tutti sentivano che era la grande occasione, soprattutto perchè si giocava a Firenze e poi anche contro una grandissima del basket europeo come il Real Madrid.&lt;br /&gt;Faccio un lavoro in giacca e cravatta, così senza neanche chiedere il permesso mi cambio nel corridoio dell'ufficio e saluto tutti, tra sguardi attoniti, e raggiungo il punto di ritrovo; siamo in 5 in una macchina, bella stipata perchè tutti gli altri hanno una discreta stazza e l'entusiasmo è già a mille, in macchina, scavalcando l'appennino.&lt;br /&gt;A Firenze arriviamo urlando, prendendo letteralmente per il bavero quelli a cui chiediamo le informazioni per raggiungre il palazzo.&lt;br /&gt;Penso che siamo gli unici a essere così, quasi impazziti; invece, dentro, in un palazzetto murato di gente, già prima dell'ingresso delle squadre, scopro che praticamente tutti sono così, tutti urlanti e assatanati ancora prima che inizi la partita.&lt;br /&gt;Di atmosfere elettriche ne ho vissute parecchie, attorno ad una partita basket: ma come quella faccio proprio molta fatica a trovare un esempio che regga veramente, nel profondo, il paragone.&lt;br /&gt;Forse perchè a quell'epoca ero veramente molto appassionato; o forse perchè essendo là dentro tutti virtussini sembrava di stare al Colosseo, quando tutti vogliono vedere solo il colore del sangue e non vogliono neanche accettare l'idea di un verdetto di misericordia.&lt;br /&gt;La partita fu discreta. Noi sempre in leggero controllo, seppure senza mai dettare legge.&lt;br /&gt;Però tutti lottarono benissimo.&lt;br /&gt;E poi, c'era la sensazione netta che, tanto, in qualsiasi inghippo ci fossimo cacciati, ci avrebbe pensato lui, il grande Sugar. Eletto a vero capopolo, la folla gridava il suo nome ( anche storpiandolo...Ciuga...Sciuga...) con tale rabbia che l'edificio tremava dalle fondamenta: dire che lui fosse eccitato è un pallidissimo eufemismo. Penso che, nel secondo tempo, neanche sparandogli l'avrebbero fermato. Provò anche a tirare un cazzottone a un iberico che gli aveva fatto un fallo un pò duro quando la partita era praticamente finita, ma lo mancò. Ci fu solo un pò di apprensione quando portarono fuori Brunamonti a braccia per colpa di una storta; ma la partita proseguì sugli stessi binari, anche grazie al giovane Coldebella. Poi l'invasione e i giocatori che scappano per difendersi dall'abbraccio quasi violento della gente; ma era un abbraccio che veniva da molto lontano, era come se la tradizione e tanta storia di cui tutti improvvisamente si trovavano ed essere viva memoria, si fosse incarnata in un mostro dalle mille spire, capace di stritolare d'affetto.&lt;br /&gt;Fu anche la prima vittoria europea di quel giovane assistente, Ettore Messina.&lt;br /&gt;E la gente, uscendo, diceva: " va là che quello lì non è male, ha la faccia di uno che ne capisce di basket, l'avevo detto che si poteva stare tranquilli..."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ancora adesso, pensando a quel giorno, mi sale un groppo alla gola...&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-786867678374394707?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/786867678374394707/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/02/sugar-mania.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/786867678374394707'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/786867678374394707'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/02/sugar-mania.html' title='Sugar mania!'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-2229543733380878973</id><published>2010-02-12T14:07:00.003+01:00</published><updated>2010-02-12T14:26:23.548+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sport'/><title type='text'>Onorevole Giacomino!</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.xcorre.it/Sito2/cronache/icone/20090307-Giacomo_Bulgarelli.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 600px;" src="http://www.xcorre.it/Sito2/cronache/icone/20090307-Giacomo_Bulgarelli.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;                                         In ricordo di un mito&lt;br /&gt;Quando non sapevo neanche cosa fosse il basket, mio padre mi portava allo Stadio.&lt;br /&gt;Ricordo distintamente la mia bandiera rossoblu che schioccava nel cielo terso e blu del primo pomeriggio, mi ricordo il profumo dell'aria della primavera.&lt;br /&gt;Ero contentissimo, perchè stavo con mio padre la domenica pomeriggio... eravamo solo io e lui, e sentivo scorrere in me la sua forza. E poi vedevo i giocatori giocare al pallone. A quei tempi giocavamo in campetti improbabili, pieni di buche, coi miei amici, e ogni volta sognavamo di ripetere le gesta di quelli che vedevamo la domenica allo Stadio.&lt;br /&gt;Non perchè i giocatori guadagnavano tanti soldi: ma perchè volevamo anche noi essere degli eroi.&lt;br /&gt;I miei preferiti erano essenzialmente tre: Tazio Roversi, mi piaceva perchè aveva i capelli biondi e giocava terzino, aveva una grinta da paura, non mollava mai l'avversario. Mi piaceva Tazio. Anch'io volevo giocare come Tazio, terzino destro, col numero 2, senza paura, mai, di nessuno. Poi c'era Beppe Savoldi, il fuoriclasse buono, a battere il rigore una sentenza, quello che segnava col sorriso, anche quando aveva la febbre, aveva un'elevazione pazzesca, da cestista, rimaneva in aria un tempo infinito per mettere la palla di testa dove voleva lui Gli davano una palla buona e lui la metteva dentro:" Dio perdona, Beppe no!" Cantava la curva dopo ogni suo gol.&lt;br /&gt;Soccia, Beppe... che "zugadour"!!!&lt;br /&gt;Poi ce n'era un altro. Uno che si sapeva che c'era, ma si aveva quasi timore a pronunciare il nome in curva, perchè si capiva che il suo nome non andava pronunciato invano. Era come il Papa. Pieno di carisma, che era il risultato di un'insolita combinazione di profonda intelligenza e di umiltà popolana, e anche di beffarda ironia. Non segnava tanto, ma era come se il suo modo di giocare avesse superato da tempo la banalità di segnare un gol. Preferiva predicare il suo Vangelo, dove era riconoscibile da tutti, in modo chiaro, il senso più autentico del gioco. Era uno di noi, ma troppo diverso da noi. Quando lo sentivi parlare, capivi che in lui c'era l'essere più schietto dei bolognesi, attaccati alle cose semplici e vere e poco propensi a credere alle favole Era così famigliare: era Giacomino! Anche per me, che avevo 10-12 anni o giù di lì.&lt;br /&gt;Ma c'era anche un altro Bulgarelli, nelle pieghe dei suoi sorrisi: lo si capiva dallo sguardo. Si capiva che in questo bolognese venuto dalla provincia c'era qualcosa di indecifrabile, che non poteva essere misurato. Qualcosa di insondabile e indomabile, ma così profondamente presente che rendeva ogni suo gesto un gesto regale. Era come se avesse sempre fisso lo sguardo in un punto indefinibile, al di là di ogni dribbling, di ogni lancio e di ogni gol, era come se contemplasse continuamente l'infinito. E si vedeva il riverbero di luce nei suoi occhi.&lt;br /&gt;Grazie a lui, ho capito in cosa consistesse la fierezza di essere bolognesi.&lt;br /&gt;Grazie a lui, mi sono subito sintonizzato sulla lunghezza d'onda di Danilovic perchè entrambi badavano al sodo, sempre e senza paura, identificandosi nella maglia che portavano. Definirli bandiere è forse riduttivo.&lt;br /&gt;E poi entrambi pieni di classe; ma entrambi pronti a usare la clava quando ce n'era bisogno.&lt;br /&gt;Perchè un combattente non si tira mai indietro.&lt;br /&gt;Era bolognese, pensava che questa era la sua patria e non valeva viaggiare per poi rimpiangere il cortile di casa.&lt;br /&gt;Era lento, in un calcio che ancora non reclamava atleticità, ma uomini disposti al sacrificio di se stessi.&lt;br /&gt;Poteva andare nelle grandi squadre: ma ha preferito essere fino in fondo se stesso.&lt;br /&gt;Poteva vincere tanti scudetti: invece ne ha vinti uno solo, maledetto e sofferto.&lt;br /&gt;Se fosse andato in una grande squadra, avrebbe potuto godere grandi trionfi con la maglia azzurra.&lt;br /&gt;Invece no, era sempre quello dalla faccia sporca: così ha comprato casa a San Pietro in Casale.&lt;br /&gt;Così ha dovuto accontentarsi di essere Giacomo Bulgarelli.&lt;br /&gt;Ma non sono le stellette che definiscono il valore di un uomo.&lt;br /&gt;Giacomo, nel posto dove ti trovi spero ci sia un campo dove tu possa giocare il tuo calcio da Paradiso.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-2229543733380878973?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/2229543733380878973/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/02/onorevole-giacomino.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/2229543733380878973'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/2229543733380878973'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/02/onorevole-giacomino.html' title='Onorevole Giacomino!'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-7968409807201042850</id><published>2010-02-08T20:57:00.003+01:00</published><updated>2010-02-08T21:19:54.371+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggi'/><title type='text'>Trasferimenti peruviani con Avventure nel Mondo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.tripfoto.com/peru/pictures/cuzco/photos/cuzco17.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 1024px; height: 768px;" src="http://www.tripfoto.com/peru/pictures/cuzco/photos/cuzco17.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;                                      Trasferimenti peruviani 1997 &lt;br /&gt;Il giro è durato 26 giorni, mi pare, comunque giù di lì, non ricordo esattamente.&lt;br /&gt;Perchè poi mi vengono anche in mente giornate a visitare siti e deserti che adesso non saprei bene circostanziare.&lt;br /&gt;Il volo di avvicinamento fu: partenza da Milano per Mosca su un Tupolev dell'Areoflot, che ogni tanto, improvvisamente, perdeva quota. Quindi notte nell'areoporto di Mosca, con delle contadine dell'Alaska che ci tiravano in faccia porzioni vomitevoli di polpette e patate bollenti, e poi bivacco in un angolo buio, tra i bagagli. Però, gran parte della notte trascorsa ascoltando un trombettista portoricano virtuosista ai massimi livelli, roba da brividi, nel silenzio; quindi, imbarco alle 4 di notte ora locale su un cargo russo, una roba gigantesca dell'anteguerra, probabilmente progettato ai tempi di Stalin, con con l'interno su 3 piani con tanto di scala interna, mai più visto nei cieli mondiali,( per fortuna )e arrivo a Shannon, in Irlanda. Insomma, dopo una notte dormita sul pavimento russo e 9 ore effettive di volo eravamo in Irlanda!! C'era da disperarsi! Poi Shannon - Irlanda, quindi l'Avana, Cuba, con tutta la gente fatta scendere e portata in uno stanzone e poi chiusa dentro per circa 3 ore: però ci diediero una Coca Cola di regime. Infine Lima, Perù.&lt;br /&gt;In tutto, erano trascorse 36 ore, di cui 23 effettive di volo!!&lt;br /&gt;Pensa che, allora, il tutto mi costò una cifra tipo 1 milione 800 mila lire, perchè c'erano ancora le lire: tutto, ma tutto compreso!!! Anche le cene, le bottiglie d'acqua, le caramelle date ai bambini peruviani, e ogni spesa personale!!&lt;br /&gt;Compreso anche un volo interno Cuzco-Lima: ma che volo! Era un volo interno già prenotato alla partenza e confermato all'agenzia, in Perù, 2 giorni prima. Arriviamo lì, tutto bene, facciamo il check in, ok, bene, baci e sorrisi; solo che...non esisteva l'aereo!!! Avevamo la coincidenza a Lima con il solito cargo Areoflot che partiva con cadenza settimanale per Mosca: si rischiava di dover inventarci una settimana, da qualche parte e in qualche modo! Infuriati perchè a quel punto di Perù e della battaglia per la sopravvivenza non ne potevamo più, e pure ci aspettava ancora il "comodo" ritorno, attaccammo al muro il responsabile della baracca, che ci trovò miracolosamente un altro volo. &lt;br /&gt;Allora, corsa in magazzino, perchè non riuscirei a definirlo diversamente, riprendiamo i nostri bagagli dando dei calci in faccia ai peruviani attoniti e non velocissimi a capire le cose, poi di corsa sulla pista: c'era un'hostess a bordo dell'aereo che ci guardava incredula. E noi:"Lima?" Lei fa cenno di sì. Allora saltiamo su, prendiamo per la coppa quello grasso che c'era con noi e le donnelle che non riuscivano a balzare sù, lanciamo dentro i bagagli e, dopo averli stivati in mezzo all'ultimo carico di coca e patate, prendiamo posto e partiamo....che robe..!&lt;br /&gt;In Perù, in ogni cittadina un minimo popolosa, ci sono delle specie di agenzie dove è possibile prenotare giri turistici in pulmino, anche per diversi giorni consecutivi, a costi più che ragionevoli. Anche se si è solo in 2, trattando, si possono ottenere tante cose, anche le visite a specifici siti che hai deciso di vedere tu.&lt;br /&gt;Noi chiaramente, essendo in 12, dopo 10 minuti di trattative facendo finta di andarcene, viaggiavamo praticamente a gratis.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-7968409807201042850?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/7968409807201042850/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/02/trasferimenti-peruviani-con-avventure.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/7968409807201042850'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/7968409807201042850'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/02/trasferimenti-peruviani-con-avventure.html' title='Trasferimenti peruviani con Avventure nel Mondo'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-3701392154385433929</id><published>2010-02-05T22:06:00.002+01:00</published><updated>2010-02-05T22:14:22.578+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggi'/><title type='text'>In giro per Cuba</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.geocities.com/jonanderscuba/jvn012.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 640px; height: 480px;" src="http://www.geocities.com/jonanderscuba/jvn012.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;                                               Cuba 2000&lt;br /&gt;La prima impressione che si ha quando si lascia l’aeroporto “Josè Martin” dell’Habana, superando la schiera di militari che eseguono i controlli, le soldatesse nere imponenti, è subito quella di trovarsi in un posto particolare, ma non si sa ancora il perché; poi, a poco a poco, percorrendo le strade che conducono verso la città, si mette a fuoco il motivo: non c’è nessun cartello pubblicitario, nessuna immagine provocante, soltanto qualche scritta propagandistica dipinta ogni tanto sui muri inneggiante al socialismo e a Fidel, tipo “socialismo o muerte” o “Creemos in Fidel” (le troveremo un po’ dappertutto) e un notevole senso di ordine.  Poi si inizia ad entrare nel centro urbano, a sgusciare tra le case dalla vaga apparenza affumicata, e la parola che si impone in maniera prepotente è un’altra, anch’essa inusuale: fatiscente. Tutto ha il vago sapore di precario, le facciate delle abitazioni, anche abbastanza belle e imponenti, danno spessissimo la sensazione che dietro di loro non ci sia nulla, che se ci sia appoggiasse con una mano alla porta si finirebbe distesi per terra. A volte infatti l’occhio può spaziare all’interno, accorgendosi che mancano interi piani o stanze, mentre montagne di calcinacci sono ammonticchiati ovunque. Sembra che ogni anno circa 300 edifici crollino su se stessi e molte migliaia dovrebbero essere abbandonati, se si volesse proprio fare le cose per bene. Paco però ci avverte che la città è stata notevolmente ristrutturata in questi ultimi anni. Si cominciano a vedere per strada le automobili americane degli anni ’50 che furono abbandonate sul luogo all’epoca della rivoluzione: sono stupende, bisonti mastodontici di metallo ancora misteriosamente in grado di camminare, nonostante i 50 e passa anni e la mancanza di pezzi di ricambio. In parte mangiate dalla ruggine, ma neanche poi tanto, ci riportano nell’atmosfera di un American graffiti stralunato, in mezzo a gendarmi e noci di cocco. &lt;br /&gt;Arriviamo al Malecon, quello che noi chiamiamo lungomare, dove troneggiano i grattacieli costruiti negli anni ’50 prospicienti alla costa e a una fila di baracche contenenti improbabili locali dove si beve e che si stanno sempre più riempiendo di gente; siamo infatti in periodo di carnevale, il carnevale cubano senza maschere dove si beve “ron”, cerveza e tutti i vari “refresco”, si balla e si piscia per la strada, coi timpani rotti dalla musica a tutto volume, immersi in un caldo umidissimo che mi riempie quasi subito di minuscole gocce d’acqua il vetro interno del mio swach. Per le prime due notti siamo all’hotel Deauville, (saranno le uniche che trascorreremo in un hotel), uno degli alberghi più facoltosi del centro Habana; dal quattordicesimo piano siamo storditi per tutta la notte dalla musica del carnevale sottostante mentre di mattino la vista sul Malecon e sulle grigie abitazioni retrostanti è suggestiva. Dopo una abbondante colazione Paco ci conduce lungo il Malecon fino alla Habana veja dove cominciamo ad assaggiare l’umore di questa città particolarissima, piena di locali e di musica afro-cubana. Dopo aver superato un mercatino variopinto e soffocante, ci troviamo subito nella plaza de la Catedral dove si trova appunto la Catedral de San Cristobal, risalente al settecento e una delle più belle di tutta Cuba; la piazza, di forma quadrata, con gli altri palazzi antichi che vi si affacciano, potrebbe essere quella di un qualsiasi cittadina italiana. In un angolo, riparata da un grosso ombrellone, una grossissima nera vestita di bianco legge le carte, mentre in un altro angolo quattro sgangheratissimi e stonati pensionati cubani si esibiscono in una penosa e melensa interpretazione di “Guantanamena” con chitarrina; ne parlo come se facessero anche loro parte del mobilio della piazza perché quando ritorneremo dopo 15 giorni li troveremo ancora che si esibiscono negli stessi posti, facendo le stesse cose. Vicino si trova la stradina con la “Boteguita del medio”, il locale frequentato da Hemingway per le sue bevute, (insieme al “Floridita” che invece è di gran lusso); tutt’intorno si trovano ovunque anziani con il sigaro in bocca, seduti in ogni pertugio tra le case, nella speranza di essere fotografati e di strappare qualche moneta. Dopo altri pochi passi ci troviamo in Plaza de Armas, col suo solito giardinetto centrale e con le variopinte bancarelle che vendono libri di seconda mano, dall’aspetto ancor più vissuto a causa degli acquazzoni che praticamente ogni giorno si trovano ad affrontare. Qui Paco ci fa sedere in un ombroso baretto dove beviamo il primo “mohito”, una bevanda molto dissetante a base di rum, succo di limone, acqua, zucchero, soda, ghiaccio e foglie di menta, dal sapore buono e rinfrescante, mentre un gruppetto di musicisti si esibisce per noi; tra gli altri strumenti, mi colpisce subito il “guiro”, una specie di zucca allungata di legno da strofinare con un bastoncino. Alla fine dell’esibizione, come sempre avverrà anche in futuro, uno dei musicisti passa tra i tavoli cercando di vendere il CD del gruppo e, se non riesce, allora tira fuori direttamente una tasca dove il turista benevolo può infilare qualche moneta o dollaro, se proprio vuole. Completiamo il giro al Castillo Real de la Fuerza, la più antica fortezza coloniale d’America ancora esistente, costruita tra il 1558 e il 1577: in cima alla torre occidentale c’è il famoso segnavento chiamato “La Giraldilla”, in bronzo fuso, che rappresenterebbe Ines de Bobadilla, moglie dell’esploratore Hernando de Soto, in attesa del ritorno del marito andato in cerca della “fonte della giovinezza” in Florida; questa graziosa immaginetta si trova oggi anche sull’etichetta del più famoso rum cubano, l’Havana Club. Tutto questo antico complesso coloniale è stato proclamato dall’UNESCO nel 1982 patrimonio dell’umanità. Proseguiamo la visita girando per le stradine, senza meta, per poi sederci al “Don Giovanni”, un altro locale simpatico con musica dal vivo e una negrona ciccionissima che balla scalza per la strada, incurante anche dell’acquazzone che di lì a poco si abbatte furioso, mentre l’acqua si fa strada tra i tavoli, sotto le tende. &lt;br /&gt;La sera proviamo il primo “paladar”, che sarebbe un ristorante gestito da privati che ospitano in casa propria i clienti; lo stato dà ad alcuni la possibilità di farlo, anche se non ci sono chiari i criteri di questa selezione, dietro pagamento di una tassa mensile fissa in dollari. E’ come se ci fossero due economie: una è quella standard cubana, poverissima, che ragiona in pesos, l’altra è quella che si muove dietro il treno del turismo e valuta le stesse merci in dollari; essendo il rapporto dollaro/pesos 1/21, si capisce quale differenza ci sia di guadagno tra chi ha a che fare coi cubani e chi coi turisti. Anche se ci dicono che le tasse che pretende lo stato, diverse secondo la regione, siano molto pesanti perciò molti paladares sono costretti a chiudere. Da rilevare anche che ai gestori dei paladares è data anche la possibilità di parlare e di avere a che fare coi turisti, cosa che agli altri è negata. Così come a tutti è negata la possibilità di uscire da Cuba, tranne pochi fortunati che debbono dimostrare di avere motivi molto speciali: come Paco, che da anni è un punto di riferimento per tanti turisti italiani e conosce perfettamente la lingua. Ha viaggiato per sei mesi tutta l’Italia, che dice di apprezzare moltissimo, compreso Bologna dove ha moltissimi amici: probabilmente qualcuno lo ha fatto uscire. Ci vuole infatti un parente all’estero che faccia espressa richiesta allo stato della tua presenza in un paese straniero, altrimenti non si esce; deve essere poi questo qualcuno a farsi carico di tutte le spese e il tutto ha comunque una scadenza, eccetto il caso di matrimonio con stranieri. &lt;br /&gt;La mattina dopo finalmente si parte. Nell’albergo si è rotto l’ascensore, perciò dopo colazione si vanno a prendere i bagagli a piedi, al 14° piano. Tutta ginnastica, ma per i prossimi giorni sentirò le gambe un po’ indolenzite.  Alle nove siamo tutti pronti ma qualcosa si inceppa, sembra che la “guagua”, vale a dire il pulmino che abbiamo fissato il giorno prima non sia in realtà disponibile! Hai un bel da parlare al telefono, si rimanda di ora in ora, sì, sì, non preoccupatevi, intanto il tempo passa, arriva Eider, uno dei nostri due autisti, assicura che arriverà tra mezz’ora, deve andare a prendere un pulmino nuovo, ma non si vede nessuno, poi arriva anche Paco non si sa a fare cosa, bivacchiamo nella hall, dormicchiamo frustrati, incominciamo bene, proprio il primo giorno ci aspettavano parecchi chilometri. Finalmente torna Eider insieme ad Emilio, l’altro autista, e possiamo partire. Sono circa le tre. Dopo un’altra sosta presso un “comitato di base rivoluzionario” per firmare ancora qualche carta, sfiliamo per uno spazio interminabile davanti al cimitero dell’Avana che è uno dei più grandi del mondo, ma dobbiamo tornare all’aeroporto per recuperare il bagaglio di Stefano, finalmente riapparso. Scende lui a vedere, torna per dirci che è tutto a posto, il bagaglio è lì ma ci vorrà almeno mezz’ora; va bè, tanto ormai…&lt;br /&gt;Alla fine prendiamo la “carettera nacional”, una strada in cemento abbastanza buona e arriviamo al primo obiettivo della giornata, Playa Giron, che si trova sul lato orientale della celeberrima Bahìa de Cochinos (la baia dei porci). Proprio qui, il 15 Aprile 1961, si svolse il famoso sbarco di circa 1400 esiliati cubani addestrati dalla CIA, partiti dalla Florida e dal Nicaragua per rovesciare Fidel Castro. Ma l’esercito di Castro era pronto, gli aerei cubani attaccarono immediatamente le navi di appoggio adibite al rifornimento affondandone 2 e costringendo le altre a ripiegare, lasciando così le truppe isolate sulla spiaggia. In 72 ore tutto era finito, dopo che circa 200 degli assalitori era stato ucciso. Fu il momento in cui il mondo si trovò realmente sulla soglia della terza guerra mondiale, mentre la corsa delle due superpotenze agli armamenti nucleari, in una sfida carica di tensione, era ai massimi. Gli altri del gruppo non paiono troppo interessati a questo posto che invece per me è carico di pesantissima suggestione. All’entrata, superando un posto di blocco e gli inevitabili slogan propagandistici, si trova uno degli aerei che respinsero l’attacco; poi si arriva alla spiaggia, bruttina, recintata in mare da una trincea di cemento: mi sembra di essere lì in quel giorno, mi sembra di sentire il fischio delle pallottole, la gravità che pesava sulle spalle di tutti; mentre il riflesso del sole abbaglia su quello specchio d’acqua rinchiuso, una specie di laguna infernale. &lt;br /&gt;Ma si sta facendo tardi e proseguiamo per Cienfuegos, dove dovremmo visitare il Castillo de Jagua e l’architettura neoclassica del capoluogo, che ora è diventato uno dei centri industriali più importanti di tutta Cuba; purtroppo arriviamo che è già buio. Il pulmino si ferma e scendiamo un attimo a sgranchirci le gambe; subito si avvicinano due ragazzi i quali ci informano che la nostra prossima meta, Trinidad, non è gran che e che loro non possono andarci perché è un luogo tutto fatto per i turisti e loro sarebbero fermati prima dalla polizia; non sembrano comunque essere molto sconvolti dalla cosa. Gli autisti sono andati in un ufficio a farsi dare l’autorizzazione statale per 40 litri di gasolio, la cosa richiede un po’ di tempo e poi si va in cerca del distributore autorizzato che si trova fuori Cienfuegos, in una zona residenziale da paura. Non c’è nessuno in giro, anche la pompa di benzina sembra disabitata; finalmente esce un tipo che si mette a confabulare con gli autisti. Parlano, parlano, col foglietto in mano, ma nessuno di loro prende in mano la pompa. Finalmente Emilio e Eider risalgono e ci spiegano che purtroppo il tipo dell’ufficio statale ha segnato i litri solo in cifre mentre avrebbe dovuto farlo, accanto, anche in lettere; è assurdo, ci sembra di esser in quel film di Woody Allen, “Prendi i soldi e scappa”, quando si presenta in una banca per una rapina consegnando un foglietto che però nessuno riesce a leggere correttamente. Siamo discretamente esasperati, è tutto il giorno che subiamo contrattempi e si sta facendo sempre più tardi. Torniamo nell’ufficio di prima, altra attesa e poi tutto sembra a posto e ritorniamo alla pompa; qui altre discussioni con quel benedetto foglietto in mano: probabilmente la grafia non era ottimale, forse c’era una qualche o che sembrava a.&lt;br /&gt;Finalmente ripartiamo e arriviamo a Trinidad, da Iolanda, una specie di mafiosa che conduce la “casa particular” n.1. La casa particular è, in pratica, la stessa cosa del bed &amp; breakefast inglese; lo stato dà il permesso, dietro il pagamento di una tassa, come per i paladar, di ospitare gente a dormire in casa e per la colazione. In più, possono servire pasti su richiesta anche per il mezzogiorno e la sera. Anche se queste case particular sono poche, rimane sempre per noi inspiegabile questo concetto della doppia economia, una in pesos e l’altra in dollari, e i criteri della selezione; comunque, per chi viaggia è ovviamente un modo molto diretto di entrare a contatto con la vita vera dei cubani, di rendersi conto perfettamente di come vivono, di guardare con loro la televisione, di mangiare le loro cose, di dormire nelle loro stanze dove si trovano ancora le foto dei figli in un qualche giorno speciale, le immagini delle nonne. In ogni città queste case particular hanno una struttura gerarchica: c’è sempre la numero uno, dove il padrone di casa è anche il responsabile più diretto anche delle altre e si preoccupa, se lui è pieno, di trovarti una sistemazione, sulla quale comunque sembra percepisca una percentuale; inoltre, telefona per prenotare o confermare quella del giorno dopo in un’altra città. &lt;br /&gt;Questa Iolanda, consegnatole il nostro programma, si preoccuperà di prenotare tutte le tappe del viaggio, che però in corso d’opera subiranno qualche variazione. La sua casa è meravigliosa, conserva perfettamente intatta la struttura spagnola con tutto il mobilio, gli arazzi, i quadri, gli arnesi, gli utensili, gli specchi antichi: da noi non so quanti miliardi potrebbe valere. Evidentemente per qualcuno l’uguaglianza portata dalla rivoluzione tarda un po’ a farsi sentire. Anche le due case che ci ospitano, pur su livelli un po’ inferiori, sono sulla stessa lunghezza d’onda e l’indomani ci accorgeremo che tutto il paesino è un piccolo gioiello. Forse è questo che agli altri cubani non è permesso di vedere, insieme ai turisti cattivi e drogati; una uguaglianza un po’ meno uguale. &lt;br /&gt;Sistemate le nostre cose, verso le 23.30 ceniamo sul terrazzo della casa più bella, serviti e riveriti da una servitù impeccabile. Probabilmente questa e quella della sera successiva sono le cene migliori del viaggio, c’è di tutto, a scelta, “pescado”,”pollo”,”pan e mantequilla”,”arroz e frioles”,”langosta”, “platano frito”,”cerdo asado”,”ensalada”, e una minestra di fagioli con patate servita in un elegante contenitore bianco di ceramica che non incontreremo più. Le porzioni poi sono abitualmente abbondanti, per cui è tanta la roba che resta. Anche al mattino le colazioni sono ricchissime, con frutta assortita di “mango”, “guayaba”, “pina”,”aguacate”, coi relativi succhi, poi “tortilla di huevo con jamon e/o queso”,” pan e mantequilla”,”cafè con leche”, insomma c’è da strafogare. Io non mi faccio molto pregare perché poi a mezzogiorno me la cavo con una cerveza. Poi giriamo estasiati per il paesino dalla fortissima impronta coloniale, anche questo dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità nel 1988. Risale al 1514, uno dei primi insediamenti spagnoli nell’isola e deve la sua ricchezza allo zucchero, la principale coltura della zona, che gli permise gli investimenti che diedero alla città il suo splendido aspetto attuale. I suoi campanili barocchi, i pavimenti ricoperti di marmi di Carrara, le griglie di ferro battuto, i tetti di tegole rosse e le strade in acciottolato sono cambiate poco negli ultimi due secoli. Particolarissima la Plaza Mayor, dolcemente degradante, mentre le stradine attorno sono quasi interamente occupate da un mercatino di coperte, vestiti, tovaglie bianche fatte di pizzi.&lt;br /&gt;Tutto è abbastanza idilliaco, ma proviamo ad uscire dal centro per raggiungere la sommità di una collinetta; subito veniamo attorniati da moltissimi bambini che chiedono sapone, uno “stelo”, qualche “monetita”, come in tutti i paesi del terzo mondo. In piazza non lo possono fare perché la polizia non lo permette. Sono però anche molto carini nei modi. Dopo un po’ arriva un vecchietto tutto incartapecorito e si ferma anche lui a parlare con noi: è un reduce della rivoluzione, faceva parte di una delle “armate” che stavano sulle montagne e ci esibisce orgogliosissimo, scartando un povero involucro di plastica mezzo strappato, una letterina prestampata nella quale Castro ringrazia i combattenti e gli chiede di essere d’esempio per i giovani per la diffusione dei valori della rivoluzione e bla bla bla, poi ci esibisce il suo libretto della pensione: 95 pesos cubani al mese, in pratica meno di 5 dollari. Da notare che alcuni beni di prima necessità, come sapone, abbigliamento, scarpe, ecc, quando ci sono, si possono comprare solo in dollari. E’ naturale quindi il suo aspetto da barbone, le scarpe spaccate e tenute insieme con un po’ di corda; ma, in fondo non sono queste le cose che contano. Ci saluta con un sorriso un po’ sdentato e se ne va a lavorare da qualche parte con qualche attrezzo che porta in spalla.&lt;br /&gt;Dal momento che si inizia a fare tra noi qualche inevitabile considerazione su quello che stiamo vivendo, dico che forse con un regime politico “normale”, tipo quelli occidentali, molti poveri rimarrebbero tali ma molta più gente potrebbe vivere almeno in maniera decente: mi sembra una considerazione molto innocente e asettica, invece qualcuno comincia inspiegabilmente a vomitare qualcosa addosso a Berlusconi. Che non abbia ragione lui quando parla d’intolleranza della sinistra? Ma la politica ormai mi interessa poco e non rispondo, mi basta l’evidenza, e poi non c‘è niente di più stupido che intrattenere conversazioni antipatiche, che creano steccati e che in definitiva non contano niente.  &lt;br /&gt;Andiamo per la prima volta in spiaggia a Playa Ancon, molto strombazzata, sì, non è male, c’è qualche palma, la spiaggia discreta, l’acqua rovente e abbastanza limpida, ma, insomma, mi aspettavo di più.  &lt;br /&gt;La sera andiamo un po’ a zonzo in un clima irreale: sono tutti incollati alla Tv per vedere una certa telenovela nazional-popolare evidentemente molto avvincente, per tutto il paese non si vede letteralmente anima viva e dappertutto rimbombano le voci dei protagonisti, sembra di essere da noi quando ci sono le partite dei mondiali di calcio. Le porte e le finestre sono tutte aperte perciò è inevitabile sbirciare dentro queste bellissime abitazioni, apprezzarne il mobilio e l’intelligente lavoro degli architetti, ricevendo in cambio l’inebetito sguardo di coloro che vi abitano. Alla fine decidiamo di entrare alla Casa della Trova: si tratta di un locale presente in ogni città, fatto quasi appositamente per i turisti, per apprezzare la musica e le danze tradizionali cubane. Il posto è bellissimo, è un cortile antico di una casa coloniale, perfettamente conservato e abbellito da vari altri elementi decorativi, in primo luogo piante; ci si siede, si ordina qualcosa da bere e poi si apprezza comodamente il gruppo musicale composto da diversi elementi, tra cui una tromba solista sempre molto suggestiva. Se uno vuole può anche ballare la salsa, anzi è fortemente invitato a farlo, ad un certo momento esce un ottuagenario che invita le ragazze del gruppo, sembra che possa crollare da un momento all’altro e invece ci dà come un matto, colpevolizzando noi maschietti perché non “teniamo cuerda”. Serata estremamente piacevole ma che non ripeteremo più. &lt;br /&gt;Il giorno dopo ripartiamo e raggiungiamo in breve tempo il Mirador de La Loma del Puerto, un posto molto carino dove si ha un’ottima vista sulla sottostante Valle de los Ingenios (zuccherifici); troviamo il primo posto dove vendono belle cartoline in bianco e nero di Che Guevara e tutta l’oggettistica annessa: anche gli ideali possono essere messi in vendita al giusto prezzo. D’altra parte ogni paese vende ciò che più lo caratterizza. C’è anche un bellissimo marchingegno per estrarre dalla canna da zucchero il suo succo, schiacciandola in una specie di pressa di ferro a manovella. Questo succo viene poi mescolato con rum e ghiaccio e poi servito: una specie di latte denso e buonissimo che dovrebbe contenere naturali qualità afrodisiache, una specie di PPG casalingo.&lt;br /&gt;Arriviamo quindi a Manaca Iznaga, un posto veramente suggestivo perché sembra di rivivere l’epoca di Kunta Kinte. Si tratta di una “hacienda” fondata nel 1750 e poi acquistata nel 1795 da un certo Pedro Iznaga, che poi divenne uno degli uomini più ricchi di Cuba facendo il mercante di schiavi; tutto è ancora in perfetto stato, comprese le baracche dei braccianti. Si sale su una torre alta 44 metri e dai gradini in legno strettissimi, molto verticali e talvolta un po’ pericolanti, da dove venivano sorvegliati gli schiavi nei campi mentre la campana serviva a chiamarli a raccolta.&lt;br /&gt;Proseguiamo per Sancti Spiritus, la città più vecchia dell’interno di Cuba, fondata nel 1514 sul Rio Yayabo; anche qui si può respirare l’atmosfera di strade e piazze intatte di epoca coloniale, ma non è un posto molto reclamizzato per i turisti perché non si trova niente di particolarmente eclatante, a parte un paio di chiese carine e il ponte sul fiume. Noi poi la visitiamo tra mezzogiorno e le 2 e Ugo, il capogruppo, rischia il collasso: ad un certo punto si sdraia per terra in piazza, con gli occhi chiusi, io penso che dorma (non sarebbe una grande novità) in modo un po’ eccentrico, lui poi sostiene di essere svenuto.&lt;br /&gt;Allora avanti per Camaguey. Lungo la strada talvolta attraversiamo dei paesini incredibili con le strade mezze sterrate e dalle baracche isolate e cadenti da dove qualcuno immancabilmente si rianima per salutarci quando ci vede passare. Sembrano luoghi di sogno, penso siano proprio quei luoghi dove Garcia Marquez ambientava quei suoi romanzi indefiniti e di fantastica poesia. Anche Camaguey è piuttosto antica, datando 1528, ed era conosciuta come la città dei “tinajones” in quanto grossi orci di argilla venivano tenuti nei lussureggianti giardini dei bianchi edifici coloniali per assicurare una provvista d’acqua nei periodi di siccità. Il reticolo di strade fu deliberatamente disegnato in maniera irregolare e disordinata per disorientare gli eventuali assalitori. La nostra casa particular è vicinissima a Plaza San Juan de Dios, un luogo veramente pittoresco, ma si trovano qui anche diverse chiese e alcuni musei interessanti. E’ una cittadina estremamente piacevole da girare e si trovano pochissimi turisti in giro; infatti la sera, quando ci troviamo a dover scegliere dove mangiare, veniamo letteralmente assaliti da un’orda di ragazzetti che ci propongono insistentemente un’infinità di posti, anche in maniera non troppo garbata e questo finisce per mandarci in tilt, anche perché purtroppo il decisionismo non è certo l’aspetto migliore di questo gruppo, un po’ troppo eterogeneo e privo di una guida sicura. Scenatina di Vittorio, troppo calato in una percezione sociale obbligatoriamente positiva solo perché siamo in un paese comunista; rifiuta i posti migliori, consigliati fortemente da guida e relazioni, cercando per forza il “vero posto cubano”. Dopo un pellegrinaggio sfinente, caratterizzato da un folle andirivieni di queste guide improvvisate che ci anticipano nei locali quasi impedendoci di entrare, andiamo finalmente dove vogliono loro e Vittorio: è un postaccio di infimo ordine, veniamo sistemati nell’ingresso senz’aria e dopo un attesa di circa 2 ore ci viene servito il pasto peggiore del viaggio, mentre una porta di ferro chiusa a chiave impedisce il passaggio e, nell’attesa tragicomica, siamo costretti a disturbare spesso una cameriera indolente per farci uscire a prendere una boccata d’aria e poi per rientrare. Ma dicendo questo non voglio colpevolizzare nessuno, queste cose sono normali in un viaggio, quasi ne costituiscono il sale ed è giusto così.&lt;br /&gt;Dopo andiamo un po’ sulla piazza centrale a fare due passi e due chiacchiere. Poi Vittorio ed io ci dirigiamo verso un baretto da paura in un angolo della piazza per prendere l’acqua; mentre stiamo per entrare, sei ragazze cubane si materializzano e si fanno avanti minacciose. Quattro sono di colore tipo Kunta Kinte, le altre due sono bionde e molto carine e mi guardano sorridendo maliziosamente: due delle nere mi afferrano le braccia tanto che mi debbo divincolare, un po’ eccessivo come approccio, continuano a ronzare intorno, mi piacerebbe di conoscere le due bionde ma capisco che sarebbe un uno contro sei difficoltoso e quindi faccio finta di niente, entrando nel locale che dalla musica, dagli sguardi, anche dall’arredamento, dalle luci, trasuda di un sottile senso di violenza, un minuscolo bronx locale. &lt;br /&gt;Il giorno dopo dovremmo partire ancora alle 9 ma ci sono ancora problemi al pulmino; il carburante che abbiamo messo a Cienfuegos era sporco e ha sporcato tutto l’apparato di alimentazione, all’autofficina lo stanno mettendo a posto ma ci vuole tempo. Così perdiamo tempo girando ancora un po’ per le strade locali. Io e Ugo veniamo colti dal solito temporale che ogni giorno si materializza da chissà dove: un attimo prima il cielo è tutto ok, lindo e senza nuvole, un attimo dopo cadono le prime gocce, guardi su e ti accorgi che è tutto coperto, tipo da noi a novembre; dopo mezz’ora di acqua furiosa il cielo si squarcia e torna tutto come prima. A volte mi diverto guardando un po’ le nuvole: non sono come le nostre, pachidermi che incombono immobili sulla testa degli umani, no, qui corrono come cavalli all’ippodromo, sembrano bambini sguinzagliati nel cortile dell’asilo e mettono un’inspiegabile allegria.&lt;br /&gt; “Es el Caribe, meo amor”, come dicono qua. Per ripararci dall’acqua entriamo in uno stanzone adibito a scuola di disegno frequentata da persone di tutte le età che ci guardano sbigottite. Sarà per il mio cappello.&lt;br /&gt;Finalmente verso le 3 si riparte, dopo che avevo cercato di prendere un po’ di sole stendendomi nel patio di casa nostra.&lt;br /&gt;Ancora paesini di baracche senza indicazioni e poi arriviamo a Santiago. Per strada non è possibile trovare cartelli perché sembra che, a causa della carenza di carburante allorché l’URSS si sciolse come neve al sole lasciando l’economia cubana in braghe di tela, in un’annata particolarmente rigida la popolazione usò tutti i cartelli stradali per scaldarsi, essendo fatti in legno. Ma non potrebbero cercare di rimetterli? Non è simpatico trovarsi sempre a dei bivi muti, Emilio e Eider a volte tirano quasi a sorte, orizzontandosi con la bussola o coi segni delle ruote, se non c’è nessuno da chiedere; a volte penso che tutto sia fatto per togliere al cubano qualsiasi voglia di viaggiare anche all’interno del proprio paese e non credo di essere molto lontano dalla verità. D’altra parte, perché uno dovrebbe aver voglia di andare in giro se casa sua è già il migliore dei mondi possibile, così bello e rivoluzionario in sé?  &lt;br /&gt;Il giorno dopo visita ai dintorni di Santiago. Si comincia con la Basilica di Nuestra Senora del Cobre. E’ bellissima e sorge vicino a una miniera di rame. Nel 1606 dei pescatori trovarono un’immagine di legno della Vergine che galleggiava sulle acque della Bahia de Nipe e che portava un cartellino con su scritto:”sono la Virgen de la Caridad”. Fu portata qui e nel 1608 sorse il primo eremitaggio. Nel 1927 Papa Benedetto XV proclamò la Vergine della statua patrona di Cuba e la basilica divenne meta di pellegrinaggio. Nella “santerìa”, la religione afro-cubana, la Vergine è associata a Ochun, la dea dell’amore rappresentata dal colore giallo e nella mente di molti fedeli la venerazione di queste due figure si sovrappone intrecciandosi, così come si mescolano nella cripta d’accesso i ritratti di Fidel e del Papa che dominano distese di lumini, immaginette, foto, piccoli oggetti per grazia ricevuta. Poi tutti al Castillo de San Pedro del Morro, che sorge in posizione spettacolare su un precipizio nella parte orientale del porto: qui nel 1898 la flotta spagnola fu sconfitta da quella americana in una battaglia anche terrestre alla quale partecipò il futuro presidente statunitense Roosevelt, che capeggiò la carica dei “Rough Riders”. Così gli americani si sostituirono agli spagnoli nello sfruttamento coloniale dell’isola. L’interno del castello contiene anche il museo della pirateria, che in tutta Cuba è stato sempre di casa, finché è durato. Santiago è la culla della rivoluzione cubana e si trovano numerosi musei politici che parlano di questo. Iniziamo la visita alla città dalla caserma della Moncada dove Fidel Castro il 26 luglio del 1953 lanciò un famosissimo attacco alle truppe di Battista che influì molto, anche se perdente, sul proseguimento della storia cubana: 55 degli assalitori furono fatti prigionieri e poi brutalmente assassinati, così che adesso assolvono il ruolo di martiri giusti e buoni. Infatti, sui muri di tutta l’isola non si fa che inneggiare al 26 luglio e il regime non permette di chiudere i buchi prodotti dalle armi da fuoco sulla parete della caserma, in modo da farne un luogo di pellegrinaggio per tutti i credenti. E’ inoltre una città molto importante per la storia della musica popolare perché gli immigrati provenienti da Haiti portarono qui il “son”, il ballo progenitore della salsa. L’incrocio di haitiani, africani, spagnoli e francesi ne hanno fatto la città più caraibica dell’isola, anche se il tono di fondo e quello coloniale spagnolo. La popolazione di colore è comunque la stragrande maggioranza. Tutt’intorno si trova la Sierra Maestra, nascondiglio perfetto e mitico per i rivoluzionari, mentre il porto ha sempre rivestito grande importanza per tutta l’isola.&lt;br /&gt;A Santiago termina pure la ferrovia centrale cubana che parte dall’Avana. La biglietteria era situata proprio sotto la nostra casa particular, (un bugigattolo, diciamo così, molto popolare, in fondo a un corridoio angusto, con le scale che vi conducono impregnate di una sana puzza di kerosene) quindi ho potuto vedere le incredibili file che si formano già durante la notte per prendere i biglietti il mattino dopo. Sono bellissime anche le strade del quartiere più popolare che degradano dolcemente verso il porto con lunghi dossi, tipo San Francisco. La sera, dribblato il solito drappello di guide, andiamo nel paladar più pittoresco del viaggio, condotto da tre sorellone tipo “metresse” che ci fanno sedere in cucina perché il salotto carino e tutto pieno e noi, nell’attesa, ci stravacchiamo un po’ sulle poltrone e sul divano di casa a guardare la Tv, mancano solo le ciabatte; ogni tanto passa una cameriera diretta verso il retro del cortile della casa, dove c’è la cucina, e, poiché abbiamo occupato tutti i ripiani disponibili, mi chiede di tenere un momento dei vassoi quando deve prendere qualcosa. Alla guida che ci ha portato (senza merito perché ci aveva portato in realtà l’usciere del ristorante più chic, che non ci aveva fatto entrare per i pantaloncini corti di alcuni di noi) gli viene rifilata una bottiglia d’olio e pedalare, lui chiedeva dollari, seh, figurati! Alla fine le tre megere, perennemente imbronciate, tirano fuori un ottimo “cordero” e l’umore di tutti è rinfrancato. &lt;br /&gt;Le ragazze abitano naturalmente nella casa migliore, quella dal bellissimo patio coloniale, gestita da una simpatica famigliola dove spicca un bambino-torello che di mattino sbuca irrompendo da una porta secondaria nella cucina dove facciamo il “desajuno”, sparando all’impazzata; la mamma-bambina, perennemente ipnotizzata dalla Tv, si smuove soltanto in casi eccezionali, ma il clima complessivo è gradevole col padrone di casa sempre sorridente e gentile e la mamma della mamma-bambina super-impegnata nel condurre avanti la baracca, parlare e inseguire il bambino-torello. Anche a Santiago frequentiamo la spiaggia locale, playa Siboney, dove si trovano solo persone di colore; anche questa carina ma certamente non sconvolgente. Mi fa molto ridere Maria quando, mentre cerchiamo un posto per ripararci dal solito temporale e mangiare qualcosa, insistentemente ricerca un bar che abbia i sandwich e alla fine, quando scopre che nel posto dove ci ha portato il solito ragazzo cubano non ci sono, rimane delusissima: cerco di spiegarle cortesemente che non siamo a Lignano Sabbiadoro, ma lei non apprezza l’ironia. La sera prendiamo il mohito in piazza, in uno spazio all’aperto ma trincerato perché è solo per turisti, i cubani possono solo aggrapparsi fuori e ascoltare la musica orrendamente storpiata di un impianto stereofonico che è una vergogna per Santiago, la città della musica. Intorno sbandano diversi ubriachi.&lt;br /&gt;Il mattino dopo il viaggio prosegue nella provincia di Guantanamo. Dopo che, per una volta che siamo partiti in perfetto orario, siamo dovuti tornare indietro a recuperare la cassa comune che Caterina, peraltro sempre assai solerte e precisa, ha dimenticato in camera; nonostante il regolamento di queste case particular prevederebbe che tutto ciò che il turista abbandona diventa proprietà del padrone di casa, fortunatamente in questo caso non è messo in pratica. &lt;br /&gt;Sono molto curioso di vedere soprattutto questa base americana famosissima nei pressi di Caimanera, all’imbocco della Bahìa de Guantanamo, circa 20 km a sud della città. Nel 1903 gli USA applicarono l’emendamento Platt e imposero a Cuba il controllo di questa base come condizione per l’indipendenza, con l’intento originario di proteggere l’accesso orientale del canale di Panama. Nel 1934 l’amministrazione di Roosevelt acconsentì alla richiesta cubana di modificare la concessione perpetua in un “lease” di 99 anni, ma, dopo la rivoluzione, nel 1959 Fidel Castro chiese la restituzione immediata della base. Gli USA rifiutarono e Fidel tagliò i rifornimenti d’acqua e di elettricità, negando anche alle truppe americane il permesso di uscire. Finirà tutto questo nel 2033? Intanto, l’evolversi della storia di Cuba ne ha fatto un posto di frontiera per antonomasia, un simbolo permanente di questo muto fronteggiarsi di capitalismo e comunismo in un’impossibile coesistenza spalla a spalla, con tanto di tiratori scelti contrapposti che si controllano nascosti nell’ombra e che ha ispirato tanta letteratura, per non parlare di una delle migliori interpretazioni di Jack Nicholson, calato nei panni del generale in capo della base nel film “Codice Rosso”: per me un vero mito! Ci sono due strade che permettono di avvicinarsi, solamente per vedere da lontano perché di entrare non se ne parla; naturalmente non esistono segnalazioni e anche i locali sembrano molto incerti sulle indicazioni da dare. Man mano che ci avviciniamo cresce la mia eccitazione, condivisa però solo da Ugo: quando siamo a 10 km dal “mirador”, incontriamo un posto di blocco, non ho capito gestito da chi, con grossi blocchi triangolari di cemento di traverso sulla strada. Ahi…, comincio fortemente a dubitare; scende Emilio, che non è mai stato in vita sua da queste parti, a contrattare e torna con la ferale notizia: non si potrebbe, ma per 10 dollari a testa (!) ci farebbero passare. Per arrivare all’altro accesso ormai bisognerebbe fare troppa strada. Non debbo neanche guardare gli altri, ho già capito: il cancello mi sfila dietro e scompare, insieme alla speranza di vedere, ancora vivente, questo luogo del mio immaginario. Era destino che rimanesse per sempre tale.                                         &lt;br /&gt;Non ho comunque il tempo di rattristarmi troppo perché poi, attraversata la bellissima sierra del Purial, dopo una breve sosta a mangiare fette di ananas servite col machete da un solitario montanaro locale, arriviamo a Barracoa, per me il luogo più pittoresco di tutta l’isola. Fu il primo insediamento spagnolo a Cuba, risale al 1512 e fu fondata da Diego Velàzquez e 300 compagni, costituendo così il primo accesso all’isola dall’Atlantico. Cristoforo Colombo chiamò la zona Porto Santo e lasciò sul suo diario una descrizione di El Yunque, la montagna a forma di incudine che si trova dall’altra parte della Bahìa de Barracoa. E’ una tipica città coloniale, situata su un promontorio; il suo nome è una parola india che significa “terra elevata” e gli altipiani dietro la città sono ricoperti da alcune delle foreste più estese di Cuba, mentre le innumerevoli palme da cocco lungo la costa, ma anche all’interno, le conferiscono l’aspetto di un’isola dei mari del Sud.&lt;br /&gt;La mia camera sta al secondo piano di una baracca di legno azzurro molto sbiadito, si sale per una scala a chiocciola di ferro e mi piace subito moltissimo per la sua funzionalissima semplicità: dalla finestra, sbirciando verso il mare, si scopre che i tetti circostanti sono la sede di improvvisati pollai e di ogni genere di ripostigli più o meno riparati, mentre la brezza accarezza dolcemente il viso. Avverto un’atmosfera particolarissima. La sera, dopo cena, girovaghiamo un po’ ma non c’è assolutamente nessuno, tranne qualche ubriaco e un gruppetto di anziani che guarda la televisione collocata all’aperto, in una cavità soprelevata: c’è un film di John Wayne in inglese coi sottotitoli, e, causa la distanza, ne deduco che o tutti sanno l’inglese (ma ne dubito fortemente) o nessuno sta capendo nulla. Però nessuno desiste, se ne stanno tutti seduti in silenziosa concentrazione. Allora andiamo sul Malecon dove stiamo un bel po’ divertendoci a scappare per non essere travolti da ondate fragorose che di tanto in tanto coprono la strada per la profondità di molti metri, finché rischiamo molto seriamente di essere travolti da una Chevrolet degli anni ’50 che improvvisamente si materializza correndo all’impazzata. Continuiamo ancora a guardare il mare spumeggiante, io chiudo la fila e improvvisamente mi viene di girarmi di lato, per mischiare il mare alla solitudine: invece una solitaria mulatta da copertina, vestita con un nero abito da sera, bellissima e spropositata, mi fissa da 1 metro. Ma come, un attimo prima non c’era nessuno! Riavutomi dallo stupore la saluto sorridendo ma lei continua a fissarmi impassibile, così smetto di sorridere e la fisso anch’io: dopo un bel po’ comincio ad andare seguendo gli altri, voltandomi ogni due passi mentre quella, immobile, continua a fissarmi imperterrita, finché non svoltiamo l’angolo. Mi sento quasi i brividi, è stato come vedere un fantasma! Ritorno a vedere per curiosità e lei è ancora lì, assolutamente sola sul malecon e con lo sguardo immobile nella mia direzione. Me ne vado definitivamente, seguendo gli altri. &lt;br /&gt;Il giorno dopo bellissima visita a Rio Yumuri. Lungo la strada vediamo la celebre spiaggia nera ma proseguiamo perché l’obiettivo di oggi e il trekking che ci deve portare per qualche ora nella foresta e poi a fare il bagno nel fiume. Arriviamo alla boca de Yumuri e il pulmino viene subito circondato dall’intero paese festante, veramente un mare di gente tanto che si ha quasi paura a scendere. Poi mi tuffo dentro alla marea nera, ne esco abbastanza bene, un anziano carismatico si offre di farci da guida e così in breve partiamo, circondati dai locali, soprattutto donne, ragazzi e bambini come da mosche; il sentiero si inerpica subito nella foresta tropicale, sarebbe bello vederla ma sono troppo infastidito dai due ragazzi che mi seguono, soffocandomi di spiegazioni e racconti. Provo a accelerare, di fermarmi di colpo, di guardare da un’altra parte, di non badare a loro, di chiudermi a riccio con la testa bassa tipo Cuccia; ma non c’è niente da fare, bisogna affrontarli. Scopro poi che sono veramente gentili, due ragazzi dal viso dolce e dal sorriso simpatico, anche se so che alla fine mi chiederanno dei soldi. Mi spiegano veramente tutto sulle piante che incontriamo, a volte raccolgono per me qualche frutto che immancabilmente mi portano: è incredibile accorgersi di quanti tipi di frutta si possano trovare in questa foresta, qui nessuno morirà mai di fame! &lt;br /&gt;Ma sono più interessato a sapere qualcosa di loro, di come vivono; di stenti, mi sembra di capire, fin qui non arriva mai nessuno, solo qualche gruppo di Avventure nei mesi estivi e poi basta, anche il governo centrale sembra si dimentichi un po’ di loro lasciandoli abbastanza allo sbando e così debbono provvedere loro a se stessi. Non so se sia vero o solo un modo per impietosirmi. Adesso sono a casa da scuola per le vacanze che durano 2 mesi: altrimenti stanno a scuola dal lunedì al venerdì, tornando a casa solo per il fine settimana. Continuano a portarmi incessantemente frutti. Comincia a farsi molto caldo. Raggiungiamo un punto panoramico molto bello dove si vede un bel tratto di costa e Barracoa, poi iniziamo una discesa di un paio d’ore assai difficoltosa, dentro la foresta e a un caldo soffocante. C’è anche una signora col pancione, incinta di 8 mesi che chiede un cappello ma non fa una piega, contrariamente alle ragazze che sono tutto un lamento. E’ al quarto figlio ottenuto da quattro uomini diversi. Alla fine arriviamo in un posto molto carino, dove il fiume ha formato una piscina naturale: tutti si buttano, fregandosene degli zaini. Allora rimango io, ma una donna, vedendo la mossa, mi spiega di stare tranquillo, non rubano perché per loro sarebbe meglio la morte; mi accorgo poi che l’anziano che ci ha fatto da guida si è seduto su un sasso in posizione strategica, come facesse la guardia, e allora vado anch’io in acqua. Seguono momenti di allegria, sono veramente tutti molto simpatici e sorridenti. Quando risaliamo si sono già preoccupati di portarci e tagliarci una noce di cocco a testa, la cui acqua è fresca, naturalmente frizzante e anche nutriente, mi pare, infatti, non ti fa più sentire la fame. E’ tutto uno scattare di foto, risate, schiamazzi. Cominciamo la discesa finché ci fermiamo in un altro posto carino per fare un altro bagno e per mangiare la frutta che ci hanno portato. &lt;br /&gt;Una gita veramente perfetta, a parte una delle solite prese di posizione di Vittorio secondo il quale, poiché loro si trovano ancora palesemente in fase di transizione (sono infatti passati solo 50 anni di rivoluzione, che fretta abbiamo!) è nostro preciso dovere dare un sacco di soldi a tutti, strapagando giustamente in dollari capitalisti e schifosi quello che loro minipagano in gloriosi e santi pesos, (noi paghiamo in dollari ciò che loro pagano in pesos perché un nostro dollaro vale un loro pesos, è chiaro, giusto e non c’è niente da ridire…) in modo da dare all’economia locale l’impulso che necessita: e pensare che io ho deciso di venire a Cuba solo all’ultimo e in modo abbastanza casuale, che sciocco, nessuno mi aveva detto quale importantissimo compito mi aveva assegnato la rivoluzione! La sera comunque, poiché i nostri amici sono venuti fin sotto le nostre case a Barracoa, sfidando un temporale d’inferno (che mi gusto tra le pareti della mia camera di legno azzurro che vorrei portare a Bologna) per ritirare il possibile, ognuno dal turista “marcato” durante il giorno, mentre Vittorio gli molla qualche moneta stitica io lascio ai miei due ragazzi, oltre a una maglietta, un bel pezzo da $10: è come se avessi dato a ciascuno un buon stipendio mensile, infatti sgranano gli occhi e mi ringraziano. Così anche la mia coscienza rivoluzionaria è a posto.&lt;br /&gt;Dopo un ottima cena a base di “camarones”di fiume con salsa, da me veramente e abbondantemente apprezzati, ritorniamo verso il centro: oggi inizia il week-end, sono tutti fuori, luce e casino dappertutto, ressa fuori dai locali. A parte la Casa della Trova, dal clima un po’ cupo, c’è un altro posto gradevolissimo che spande una luce caldissima e dove si esibisce un gruppetto di musicisti formidabili che spaziano dal Jazz tipo New Orleans, all’afro, al soul, al tradizionale cubano: io non me ne andrei più, quasi commosso da un virtuosissimo trombettista. Naturalmente agli altri non va bene, vorrebbero andare alla Casa della Trova che, per fortuna, è murata di gente. Così, mi siedo con Caterina a guardare i ragazzi che entrano a frotte in discoteca, perché da lì si ascolta anche la bella musica che si diffonde dal primo locale. Notiamo che soprattutto le ragazze mostrano una certa cura nel vestire, anche se seguono una moda che non è la nostra; da qualche parte si procureranno pure i vestiti, forse al mercato nero che a Cuba è molto fiorente, ad esempio, per quanto riguarda i sigari: tutti, ma proprio tutti, hanno un amico o un parente che lavora alla fabbrica e che ti procura il tipo che vuoi a un prezzo stracciato. Vengo interrotto in queste elucubrazioni dalle ragazze: ovviamente sono state rimorchiate da ragazzi cubani che le vogliono portare in discoteca e convincono anche noi ad entrare. Appena mi avvicino all’entrata, una, tra le altre, decisamente carina, vestita di blu e di carnagione chiara mi fa cenno con la mano di andare da lei; io allora prendo Roberta per mano, fingendo che sia la mia ragazza e le faccio cenno che non posso, ma quella non sembra berlo e continua a fissarmi insistentemente, finché non mi tiro dietro la porta del locale. Però mi comincio a stufare di schivarle tutte. &lt;br /&gt;Dentro è una mezza bolgia, eppure in 15 minuti, pur cercando di stare in un angolo tranquillo ad osservare, conosco un numero imprecisato di persone con le quali sembra che ci conoscessimo da sempre, sensazione comunque piacevole, mentre ci si scambia poderosi “high five” e altre forme di saluto che conosco al momento.&lt;br /&gt;Ad un certo momento Roberta mi lascia, invitata da qualcuno a ballare, e con lei se ne va il mio alibi; infatti, nonostante cerchi di nascondermi nel buio, dopo mezzo minuto una mulatta sconvolgente mi invita a ballare la salsa e, nonostante le dica che non sono capace, mi afferra per mano e mi trascina dentro sorridendo; faccio appena in tempo a lanciare a Vittorio la borsetta di Roberta. Cerco di seguire quello che fa, penso poi di non essermela neppure cavata troppo male per essere la prima volta che ballo, e la serata scorre via decisamente divertente; si chiama Maria e studia danza, di tanto in tanto mi fa sedere e prende la sorella per farmi vedere come si dovrebbe fare. E’ un clima molto alla buona, senza particolari complicazioni e ostacoli, nonostante la lingua, c’è solo la voglia di divertirsi: tutto è semplice, naturale, rilassato. Quando saliamo su a bere un “mohito”, inquadrando finalmente con più luce il suo bellissimo viso sorridente, il suo corpo, capisco in un lampo perché tanti vengono a Cuba cercando compagnia femminile: certamente queste ragazze fingeranno per accalappiare il turista, per farsi pagare qualcosa, probabilmente a seconda del punto fin dove si spingono, ma il loro modo di fingere sembra essere notevolmente disinvolto e convincente. Per loro, inoltre, l’europeo ha sicuramente un forte sapore esotico e l’obiettivo recondito di tante sarebbe trovare qualcuno che le porti via da lì; per tutti questi motivi si propongono con facilità. Senza dimenticare che una ragazza italiana equivalente per bellezza non mi rivolgerebbe neppure la parola, a meno che non avessi tanti soldi o fossi un personaggio pubblico: c’è poi tutta questa differenza? A Cuba, comunque, tutto ha un sapore molto più naturale e normale. “Es el Caribe, meo amor”.  &lt;br /&gt;Il giorno dopo volgiamo la prua del pulmino cominciamo a far rotta sui nostri passi; è ancora molto bello il paesaggio di declivi e foreste finché non transitiamo per Moa, orrenda città industriale dalla spiaggia ancor più brutta. Ma la nostra meta è Guardalavaca, dove finalmente riusciamo a trovare una spiaggia che non delude le nostre aspettative. Alla sera poi arriviamo ad Holguìn, città senza particolari attrattive se non quella di costituire una base di partenza abbastanza ottimale per i “cayos”. Questi “cayos” sono sicuramente la zona di mare più bella di Cuba, se però si escludono le isole che non ho visto; stanno costruendo grandi complessi alberghieri, quelli per intenderci che propongono la formula “all inclusive” rivolta a turisti danarosi che vengono presi all’aeroporto, impacchettati, marchiati con bracciali e catenine colorate in modo che non si perdano e poi condotti per mano attraverso giornate già completamente codificate, anche i divertimenti, secondo i più classici stereotipi del turismo di massa. Sicuramente una bella esperienza di viaggio. Naturalmente ai cubani è vietato entrare ai “cayos”, non possono vedere questi paradisi artificiali, ma soprattutto non possono vedere quello che questi buontemponi spendono per ogni minima stupidaggine superflua, come vivono la loro giornata capitalista, anche se a loro viene detto che lo si fa per il loro bene perché i turisti sono in realtà tutta una grande massa di drogati e non si vuole assolutamente che la droga inizi a girare per Cuba.&lt;br /&gt;Che cosa non fa Fidel per il suo gregge, ehm…volevo dire popolo!&lt;br /&gt;Infatti ad un certo punto, proprio all’imbocco di un strada meravigliosa in mezzo al mare che collega la terra ferma alle isolette, per cui si fila per un bel po’ su una striscia di asfalto che fende l’acqua marina simile ad un lago, abitato da fenicotteri e pellicani, (Bahìa de Perros), perché i “cayos” si frappongono al mare aperto, si trova il posto di blocco; pagato il biglietto si entra in questo paradisiaco campo di concentramento per turisti cattivi, cafoni e con tanti dollari. Il primo che visitiamo è per me anche il più bello di tutti: cayo Romano, dove non c’è assolutamente niente tranne una foresta, il faro e una spiaggia meravigliosa, bianca e finissima, che dà all’ambiente una luce insostenibile a occhio nudo e al mare colori indimenticabili; naturalmente Maria se ne vuole andare perché non era stata avvertita e non c’è un bar per prendere l’acqua e un sandwich, ma il posto è veramente da sogno, molto selvaggio e non c’è assolutamente nessuno tranne noi. Verso mezzogiorno in ogni caso ci trasferiamo ci Cayo Coco, perché la truppa ha bisogno di rifocillarsi, operazione che si rivela non semplicissima trovandosi in loco solo pochi grandi alberghi di élite che mostrano di non gradirci troppo, mentre Emilio ed Eider letteralmente impazziscono perché ci sono diverse rotonde senza indicazioni e ci si perde di continuo anche se sembra impossibile. Ovunque si vedono i segni di imminenti grandi complessi alberghieri, quindi è da presumere che tra poco tempo il luogo cambierà radicalmente. Troviamo un piccolo chiosco sul mare dove compro la mia solita “cerveza”; io sono a posto, mentre si scatena un temporale d’inferno. Alla fine troviamo una specie di parco tematico dove servono panini, ma ci siamo solo noi e l’onnipresente complessino che esegue il solito repertorio: “Guantanamera”, ”Chan Chan”, “Comandante Che Guevara”, ”Oie como và”. Tutt’intorno è un gran subbuglio di operai che stanno preparando la festa di stato per Eliàn, il bambino conteso per tanto tempo coi parenti negli States e il padre, di fronte al mondo intero; costui, da oscuro cameriere negli hotel per turisti, dopo che Clinton gli ha recapitato il bambino è diventato un vero e proprio eroe nazionale, tanto che ora vive in una villa pazzesca all’Avana donatagli dallo stesso Fidel: alla faccia della santa uguaglianza sociale! Poi andiamo alla spiaggia, un po’ meno bella di quella di Caio Romano e soprattutto più frequentata, essendoci gli alberghi “all inclusive”alle spalle. Il giorno dopo siamo a Cayo Guillermo, un piccolo isolotto corallino veramente bello, collegato a cayo Coco da una strada rialzata sul mare di 17 km. Questo fu uno dei luoghi preferiti per la pesca da Hemingway, che lo citò nel suo libro “Isole nella corrente” e le autorità turistiche locali hanno deciso di puntare su questo, dando a tutte le infrastrutture un colore emingweiano. La spiaggia è veramente bella, così come la prospiciente barriera corallina, visitata da Vittorio, Roberta, Caterina, Livia e Federico in pedalò dalle 12.30 alle 15.00; un’altra delle brillanti idee di Vittorio che dice di detestare coloro che stanno in spiaggia a non far niente: naturalmente tornano tutti rosolati come maialini alla piastra, specialmente Caterina che comincia ad emettere luce propria, e mezzi storditi dal sole implacabile. Io, Ugo, Stefano, Maria e Miriam ci gustiamo invece la brezza all’ombra del solito baretto sottodimensionato, “l’angosta” e cerveza. E’ il gradito replay dello stesso complessino incontrato ieri a cayo Coco. Ci riconoscono subito, siamo ormai amici e così tutti, anche i reduci dal pedalò, fanno incetta delle loro audiocassette che vendono a metà del prezzo chiesto il giorno prima; sembra un affare, ma, quando ne ascoltiamo una in pulmino, si rivela penosa e con una scelta di brani totalmente ignoti: forse era il loro primo album. Partiamo mentre, al solito, si sta tutto rannuvolando alla velocità della luce, finché gli autisti si fermano ad un posto di blocco mentre siamo già in mezzo al mare.&lt;br /&gt;Eider scompare in un baraccotto e non torna; intanto fuori si scatena l’inferno, tuoni e lampi ovunque in avvicinamento, insieme al fronte dell’acqua che si scorge distintamente mettere a ferro e fuoco la superficie del mare mentre avanza compatto verso di noi: già è una situazione insolita trovarsi in pulmino in mezzo al mare su una sottile striscia d’asfalto, adesso anche questa complicazione. Comincia a serpeggiare un discreto nervosismo mentre non faccio che ripetere di non preoccuparsi, siamo al sicuro dai fulmini per via delle gomme che scaricano a terra, ma quando il tutto ci investe in pieno e si sente la vettura fremere sferzata dall’acqua, mentre tutt’intorno è tutto un saettare di fulmini e botti, tra noi cala un pesante silenzio. Finalmente ritorna Eider, tutto bagnato, poveretto: ha recuperato i 45 dollari che avevamo pagato all’entrata perché ha saputo da un collega che, per qualche motivo che non abbiamo ben capito, non dovevamo in realtà pagare e ce li riconsegna. E’ una grande dimostrazione di onestà, perché noi di questa faccenda non ne sapevamo nulla e per lui 45 dollari sono una fortuna: alla fine però lasceremo ai due autisti una mancia, meritatissima, di 60 dollari, da spartirsi (potevamo forse fare un po’ di più, in 10…) e ci lasceremo tra baci e abbracci. &lt;br /&gt;Il giorno dopo ancora in viaggio. Dopo una sosta a Playa Santa Maria, carina e niente di più, proseguiamo per Remedios, una cittadina incantevole, sui livelli di Trinidad ma lasciata un po’ andare in malora, purtroppo. Però le case particular che avevamo prenotato non ci sono più per un disguido causato da noi, avendo un po’ modificato in corso d’opera il piano di viaggio e delle notti. Così veniamo parcheggiati in centro mentre Emilio ed Eider vanno a telefonare per trovarci la sistemazione a Santa Clara, che poi doveva essere la nostra meta originaria, distante solo 40 km. Io ero stato uno dei sostenitori di Remedios, convinto dalla guida che la definisce uno dei posti più pittoreschi di Cuba; infatti è proprio così (e quando mai sbaglia la Lonely Planet ?), cammino un po’ per le strade di questo posto quasi irreale attorno alla piazza centrale, apprezzandone lo strano clima che vi si respira. Ormai è l’imbrunire, ma cerco ugualmente di cogliere quest’atmosfera in foto che poi, rivedendole, purtroppo non significano niente e me ne accorgo mentre le faccio: è lo stesso, mi è piaciuto ugualmente! Raggiungo poi gli altri al bar dove si sono parcheggiati a bere “daiqiri”: ho finito il rullino e, naturalmente, l’interno del locale è una cosa stupenda, in legno altamente suggestivo, con un bancone tipo western in mogano di inizio secolo, mentre un tipo ammiccante e simpaticissimo, con il tipico cappello in paglia cubano tipo caw-boy calato fin sopra gli occhi trangugia un bicchiere dietro l’altro sotto i baffi polverosi, immerso nel fumo del sigaro e in una musica stupendamente “on the road”: una scena ipnotizzante.&lt;br /&gt;Dopo una serata in discoteca (ormai, avvolti dal ritmo della “noche”cubana, chi ci ferma più?), il giorno dopo visitiamo Santa Clara. Non è una città particolarmente bella, eppure è molto suggestiva perché qui si è combattuta una battaglia fondamentale della rivoluzione e, in qualche modo, vi si respira ancora il profumo delle pallottole. Basta andare in centro, a Parque Vidal, e guardare l’Hotel Santa Clara, ancora crivellato dai proiettili delle truppe del Che, lanciate all’assalto per liberare i prigionieri che le truppe di Batista detenevano il quel luogo. Oppure visitare le carrozze tirate a lucido, ora adibite a museo, del treno fatto deragliare e poi conquistato dai rivoluzionari, che riuscirono nell’impresa pur essendo in fortissima inferiorità numerica.  Ma soprattutto bisogna visitare il Museo Historico de la Revolucion, tutto dedicato alla vita rivoluzionaria del Che. Noi ci andiamo a piedi, perché il museo si trova poco lontano dal centro dove abitiamo; ho appena finito di dire che a Cuba ci si sente sicuri, che i ladri sono troppo intimoriti dal deterrente della potentissima polizia, che, mentre attraverso la strada, un nero in bicicletta mi saetta davanti e mi strappa il cappello dalla testa: si volta un attimo per vedere se l’inseguo e poi scatta alla Pantani, svoltando in un vicolo a sinistra. Sul momento ci rimango malissimo, sia per la sgradita sorpresa sia perché ormai cominciavo ad affezionarmi a questo cappello alla “pescatora”. Ma poi, “va beh”, mi dico,”meglio il cappello del portafoglio. Vai con Dio e goditelo!” Da quel momento però stringo con più forza a me lo zainetto. Il museo è un grandioso monumento in marmo bianco, tipo littoriale romano, sul quale troneggia una statua gigantesca del Che lanciato contro il vento; sulla parete sottostante si può leggere una lettera che Fidel indirizzò al condottiero incisa sulla pietra. L’interno è abbastanza sobrio; dopo una prima sala tappezzata dalle formelle di legno dei martiri (dove, a noi che parliamo, ci è bruscamente intimato il silenzio) si prosegue tra le armi, le lettere, le foto, le uniformi, tutte le vestigia originali che ricostruiscono tutta la vita del Che, per finire alla foto famosa, incisa su tutte le magliette, che lo ritrae con sguardo burbero come se fosse un divo di Hollywood. Sono uno degli ultimi a uscire, godendo fino all’ultimo dell’aria condizionata.  &lt;br /&gt;All’uscita, Livia mi chiede se mi sono commosso: e no, mi dispiace, non riesco a commuovermi per chi uccide cercando di affermare un’ideologia politica violenta. Anche se gli ideali che lo muovevano erano ispirati a libertà e giustizia, il risultato poi di tutta questa violenza è stata una nuova dittatura, certamente non migliore di quella che è stata sostituita. Tanta gente è morta inutilmente e ora viene santificato il vincitore-martire. E’ un film già visto. E’ stata una lotta fra due poteri: quello che ha vinto ora commette nefandezze peggiori, ma lo fa in nome del popolo. Una cosa veramente odiosa.  Questo succede quando si mette in pratica un’ideologia, quella comunista, che prevede già tutto tranne la cosa più importante per l’uomo: la libertà di vivere secondo la propria coscienza e il proprio talento, cioè la libertà di essere se stessi. &lt;br /&gt;Concludiamo la nostra permanenza a Santa Clara con una bella serata in discoteca, proprio sopra l’Hotel Santa Clara: sotto di noi si stende tutta la città. &lt;br /&gt;Il giorno dopo siamo ancora in viaggio e la nostra prima tappa è Varadero, la notissima località turistica. E’ una specie di penisola lunga circa 20 km: la prima parte è riservata ai cubani, poi, da un certo punto in avanti, sono tutti grandi alberghi e l’accesso è consentito ai soli turisti. La spiaggia non è molto grande, né molto pulita, ma il mare è salatissimo e molto bello; dietro gli alberghi, campi da golf, giardini, parchi, per intrattenere in vario modo i turisti, mentre una lingua di mare consente l’approdo delle barche. E’ tutto finalizzato al turismo, di Cuba non c’è traccia. Il tempo per fare il bagno e mangiare poi proseguiamo e incontriamo Cojimar, dove Hamingway ambientò “il vecchio e il mare”: ma non ci fermiamo, anche se mi sarebbe piaciuto incontrare il pescatore protagonista del libro che vive ancora e ha circa 95 anni.&lt;br /&gt;Arriviamo di nuovo all’Avana, il giro si è completato. Questa volta siamo in una casa particular al Vedado, accolti da un temporale spettacolare, coi lampi saettanti per i grattacieli degli anni 50 ammonticchiati attorno al Malecon. Notiamo subito un palco che stanno ultimando e un sacco di soldati per le strade: è incredibile, domani parlerà proprio qui Fidel Castro, in occasione del suo compleanno, lo potremmo vedere dal balcone di casa ma abbiamo una gita in programma: Maria vorrebbe proprio vederlo e la sera, quando usciamo, si avvicina al palco. Subito un fischio: una guardia ci fa ampi gesti, dobbiamo spostarci. Al mattino provo a recuperare la maglietta che ho lasciato sul balcone, apro la finestra, ma il padrone di casa si precipita, urlandomi qualcosa: faccio appena in tempo a lanciare un’occhiata intorno, tutte le finestre sono chiuse, guardie armate anche sui tetti. Nessuno può uscire. Nessuno può vedere: il discorso lo daranno in differita Tv sull’unico canale nazionale. Noi usciamo e subito, sul pianerottolo delle scale, 2 guardie ci fermano e ci fanno mille domande, chi siamo, chi è rimasto in casa, ecc. Ci sono guardie su ogni piano, e, fuori, a distanza regolare su ogni marciapiede. Finalmente possiamo allontanarci e raggiungiamo il punto d’appuntamento col pulmino, scortati a vista. Dovevamo andare a Pinar del Rìo, per visitare la fabbrica di sigari più famosa e importante di Cuba; ma è domenica, tutto chiuso. Così dobbiamo accontentarci di una visita alla bellissima Valle de Vinales; il paesaggio collinare è veramente incantevole e visitiamo una bella grotta prima di arrivare a un panoramico mirador. Al ritorno, sosta al “salto de Soroa”, una cascata in mezzo alla foresta: Roberta ed io andiamo a ficcarci proprio sotto la fredda cascata, insieme ai cubani più temerari: molto divertente. &lt;br /&gt;Quest’ultimo soggiorno all’Avana lo dedichiamo alla visita della Plaza de la Revolucion, l’enorme piazza quadrata che il regime ha dedicato da sempre alle adunate oceaniche, fin dagli anni ’60, ed è diventata un po’ il simbolo della rivoluzione: infatti, nelle occasioni importanti, Fidel e gli altri leader si rivolgono a centinaia di migliaia di persone dal podio di fronte al monumento a Josè Martì, l’eroe dell’indipendenza, alto 142 metri e a forma di stella. Tutt’intorno, si trova la sede del Comitè central del Partido Comunista de Cuba, la Biblioteca Nacional Josè Martì, il Teatro nacional de Cuba, il ministero della Difesa e quello degli Interni, sul quale spicca l’enorme murale di Che Guevara e lo slogan “Hasta la Victoria Siempre”. Insieme ad Ugo visito il Capitolio Nacional, rivestito di marmo, simile al Campidoglio di Washington; appena entrati, superate enormi porte bronzee, si trova una statua dedicata a Giove di 17 metri e 49 tonnellate, che per dimensioni è la terza statua bronzea al mondo. Questa è stata la sede del congresso cubano fino al 1959 e ora ospita l’Accademia cubana delle scienze e la Biblioteca nazionale della scienza e della tecnica, cioè palle, roba che potrebbe stare benissimo da qualche altra parte: fa un certo effetto visitare gli anfiteatri di un parlamento morto, immolato sugli altari della “rivoluzionaria” dittatura. Si avverte un silenzio più pesante qui che al cimitero. Le sale erano molto belle, lo stile architettonico e pittorico ricorda quello rinascimentale italiano; tutto perduto, un gusto del bello che riconduce col pensiero a epoche passate, ridotto ora a far da contorno a scartoffie che non interessano nessuno. &lt;br /&gt;Anche qui visitiamo il Museo de la Revoluciòn, veramente un bel tragitto a piedi partendo da casa nostra, al Vedado, ma piacevolissimo perché è piacevole semplicemente girare per l’Avana; naturalmente, poiché Caterina richiede informazioni sulla strada da prendere, un cubano ci affianca, offrendosi gentilmente di accompagnarci finchè un poliziotto lo intercetta; lo chiama da parte, i due parlottano, l’agente chiama al telefono, noi un po’ aspettiamo, poi ce ne andiamo perché pensiamo di peggiorare la situazione con la nostra presenza . Davanti all’edificio c’è il carro armato SAU-100, utilizzato da Fidel Castro alla Baia dei Porci e alcuni resti della cinta muraria. All’interno si trova una descrizione veramente dettagliata della storia cubana attraverso bellissime foto d’epoca e cartelloni in spagnolo e in inglese che guidano il visitatore a comprendere tutta la storia nel modo “corretto”; alla fine del percorso, su uno schermo viene proiettato un filmato d’epoca su Che Guevara intento a promuovere in vario modo la vita sociale, ad esempio mentre raccoglie le messi dei campi, in perfetto stile mussoliniano.&lt;br /&gt;Ma questi ultimi giorni, che tutti abbiamo deciso di trascorrere all’Avana in alternativa a Cayo Largo,( un’isola col mare tipo Maldive, una fila d’alberghi e nient’altro, un posto sicuramente meraviglioso ma fatto su misura solo per i turisti e vietato ai cubani, che ci sarebbe costato 200 dollari per una sola notte), li dedichiamo più che altro agli acquisti e a gustarci la splendida vita che si gode da queste parti, se uno ha dei dollari in tasca. Durante il giorno giriamo per mille localini apprezzando tutti i vari gruppetti musicali che si esibiscono dal vivo, meraviglioso e struggente tour mescolato ai “mohito” e al “Cuba libre”; a volte ci sono più elementi nell’orchestra che clienti nel locale, a volte si trovano gruppi femminili dolcemente ondeggianti, a volte la musica è talmente intensa che non si riesce a parlare, a volte la musica proviene solo da una grossa radio e il grosso barista nero ci lancia i “Cuba libre” come in un saloon western, ogni tanto passa e mi molla un “cinque”e bichieri d’acqua attinti da un bidone di plastica tipo imbianchino, stivato nel frigorifero fumante; poi si piazza davanti al ventilatore e si apre la camicia bianca sul petto, mentre un tipo che non conosco mi invita a stare a casa sua la prossima volta che vengo a Cuba: ma un poliziotto sbircia dalla finestra, lo becca a parlare con me, lo chiama fuori, ci risiamo…&lt;br /&gt;La sera poi siamo sempre da locale, ma il Palacio de la Salsa, all’interno dell’hotel Riviera, è chiuso per “lavori”; in realtà, sembra che in questo luogo, un po’ troppo noto nel mondo per il suo eccellente show di musica cubana dal vivo, si vivesse ormai un po’ troppo fuori dalle regole: peccato, era tutto il viaggio che avevo promesso di portare le ragazze. &lt;br /&gt;Allora ci accontentiamo una sera del carnevale sul Malecon ( un gran casino e un tanfo di piscio stomachevole ), un’altra sera ci esibiamo alla discoteca “Amanecer” ( un posto frequentato da cubani ed estremamente frizzante), mentre l’ultima sera siamo al “Palermo”( un bel locale ma frequentato da troppi italiani e da tipi da paura ); ma, soprattutto, ci fermiamo nella bellissima piazza della cattedrale, meravigliosamente calda e illuminata a giorno, per gustarci comodamente seduti al tavolino i complessini che si esibiscono e i ballerini multietnici improvvisati tutt’intorno. Improvvisamente realizzo che attorno a me è tutto pieno di tavoli con ragazze italiane sole; si distinguono benissimo per l’abbigliamento, a gruppi di 2, 3, 4, aspettano qualcosa.&lt;br /&gt;Una di queste sere, facciamo l’alba parlando sul terrazzo io, Livia e Eider. Lui, che sembra un tedesco ma è di origini francesi; è un gran tipo, con una sensibilità dolcissima. Cominciamo parlando dei sigari che lui mi avrebbe procurato a prezzi molto inferiori ( ma di chi fidarsi?) e poi si finisce per parlare di Cuba; lui è affranto dal peso di questa dittatura, non ne può più e ci assicura che tantissimi la pensano come lui, che aspettano solo la morte del compagno Fidel per cambiare questo stato di cose. Una volta, per un parere negativo sul governo dato sul luogo di lavoro, è stato denunciato da un collega e, poiché non ha ritrattato, è stato costretto a pagare una multa di 1500 pesos, una fortuna. Sono tutte cose che io, fortunatamente, non ho mai vissuto. Quando gli dico che, nonostante questa situazione, ho visto in giro per Cuba un popolo bellissimo che “tiene un gran corazòn”, lui mi guarda con molta gentilezza e mi stringe la mano. Mentre Livia parla ruota libera, noi due stiamo ancora un bel po’ in silenzio, sorseggiando “Cuba libre”, a guardare l’alba sorgere sul Malecon, dove è ancora montato il palco per Fidel: mentre risento echeggiare le note della musica cubana da strada e rivedo tutto lo scorrere confuso delle immagini di questo viaggio indimenticabile, mi chiedo quando sorgerà per Cuba l’alba nuova.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-3701392154385433929?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/3701392154385433929/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/02/in-giro-per-cuba.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/3701392154385433929'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/3701392154385433929'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/02/in-giro-per-cuba.html' title='In giro per Cuba'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-1079811307683412685</id><published>2010-02-02T21:25:00.002+01:00</published><updated>2010-02-02T21:39:59.955+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sport'/><title type='text'>La leggenda d'Italia</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://nuovosoldo.files.wordpress.com/2010/01/coppi.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 298px; height: 340px;" src="http://nuovosoldo.files.wordpress.com/2010/01/coppi.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;                        Sono 50 anni che è scomparso Fausto Coppi.&lt;br /&gt;Ho fatto qualche anno di ciclismo e non posso non ricordarlo.&lt;br /&gt;Voglio solo dire che non potrò mai ringraziare abbastanza i miei di avermi dato il suo nome.&lt;br /&gt;Lo porto con intimo orgoglio perchè Coppi rappresenta per me un esempio luminoso e senza tempo di grandezza.&lt;br /&gt;Un eroe leggendario di umiltà, di fatica e di coraggio.&lt;br /&gt;E' una figura molto lontana dagli schemi di successo che circolano oggi; ma è una figura vera e che non smette di parlare al cuore della gente.&lt;br /&gt;Perchè dai suoi occhi trapela la semplicità e la bellezza del carattere più autenticamente italiano; che vive anche oggi, nonostante tutto.&lt;br /&gt;E simboleggia un'epoca iripetibile; dove non esisteva la copertura totale dell'evento sportivo, ma il radiocronista, magari appostato dietro una curva insieme alla folla, tirandosi su in punta di piedi, in una mano il microfono e nell'altra un panino al salame, sintetizzava tutto per l'Italia attaccata alla radio col fiato sospeso, lanciando quell'annuncio, come una fucilata nell'ignoto:" C'è un uomo solo al comando...!"&lt;br /&gt;E dietro al suo sorriso in bianco e nero, a volte poco più di una smorfia, si percepisce immancabilmente la bellezza, lo stile e la lealtà di uno scontro tra cavalieri polverosi, combattuto su strade che a volte erano poco più che sentieri, anche dell'imponderabile: dove grandi duelli epici non avvenivano mai a prescidere dei valori più belli e onesti della vita.&lt;br /&gt;Credo che Fausto Coppi rappresenti una delle icone più grandi d'Italia e che non sia possibile parlarne come di uno che non c'è più: perchè i miti sono senza tempo e ci parlano da una dimensione intramontabile.&lt;br /&gt;Non l'ho mai visto correre, ma sono cresciuto con mio padre che mi raccontava di questo leggendario campione e di quel mondo fatto di lealtà e di come lui desiderava che avessi questo modello; così, a poco a poco, è veramente entrato dentro pure a me.&lt;br /&gt;Devo dire che, in effetti, anche caratterialmente, essendo lui stato uno umile e mite, mi ci ritrovo completamente.&lt;br /&gt;E, quasi quasi, mi sembra di aver vissuto pure io quegli anni, almeno a livello emotivo più che di nozioni.&lt;br /&gt;Perchè mio padre mi raccontava di quando veniva annunciato in quel modo, "c'è un uomo solo al comando" ; allora lui già capiva di chi si trattava ancora prima che lo speaker annunciasse il nome.&lt;br /&gt;E nel dirlo, si vedeva nel suo volto anche una fugace nuvola di commozione, che mi faceva capire la profondità incredibile dell'emozione che gli suscitavano ancora dentro quei ricordi.&lt;br /&gt;Per cui, da sempre sento anche nelle mie orecchie risuonare quell'annuncio.&lt;br /&gt;Ho capito meglio la dimensione delle imprese di Coppi, su bici scalcagnate e su strade sconnesse, in quei 2-3 anni di ciclismo che ho fatto. Non andavo neanche male, anzi. Ma non riuscivo a trovare dentro di me una motivazione tale che mi facesse sopportare a lungo, nel tempo, tutto quel male al sedere, alle gambe e alla schiena, il freddo di quando si pedala; e mi facesse trovare il coraggio che ci vuole per lanciarsi in discesa a tutta birra in mezzo alla pioggia, su gomme larghe 2 centimetri.&lt;br /&gt;Così che adesso per me Coppi vive in una dimensione sovrumana, dove anche l'affetto per mio padre alimenta la mia più totale ammirazione.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-1079811307683412685?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/1079811307683412685/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/02/la-leggenda-ditalia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/1079811307683412685'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/1079811307683412685'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/02/la-leggenda-ditalia.html' title='La leggenda d&apos;Italia'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-1510013466166603426</id><published>2010-02-01T15:22:00.003+01:00</published><updated>2010-02-02T21:42:49.358+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='basket'/><title type='text'>A perfect moment</title><content type='html'>&lt;object width="425" height="344"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/4PKZ8k5vSkk&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowscriptaccess" value="always"&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/4PKZ8k5vSkk&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono andato a cercare su You Tube un cimelio, per me, un "momento perfetto" assolutamente indimenticabile: disgraziatamente per voi l'ho trovato, e allora desidero condividerlo.&lt;br /&gt;Qui ci sono 3 cose che m piacciono tanto:&lt;br /&gt;1) Ci sono tanti inni nazionali bellissimi. Ma quello americano, "The Star Spangled Banner", quando è interpretato bene, mi fa venire i brividi e mi commuove. Al punto che, quando ero più possibilista sulla teoria della reincarnazione, mi ero convinto di aver vissuto almeno una volta negli USA, dopo che l'inno era stato composto; perchè altrimenti non so giustificare la mia reazione. Devo dire che mi piace anche molto quando vedo gli americani che, ascoltandolo, si portano la mano destra sul cuore; forse anche per questo mi piace tanto. Perchè loro vivono l'inno con un'intensità che presuppone una fortissina identità nazionale, cosa che qui in Italia è difficile percepire.&lt;br /&gt;2) Il mio genere di musica preferito è il "soul". Sono infatti un frequentatore abituale del Porretta Soul Festival. Voi direte:"A me che me frega?"" Niente", suppongo, però se vi piace anche a voi il genere vi consiglio una capatina, almeno un giorno: non ve ne pentirete! ;)&lt;br /&gt;3) L'altra mia grande pasione è il basket. Il video risale all'All Star Game del 1984 di Denver, all'epoca della grande rivalità a Est tra Celtics e Sixers.&lt;br /&gt;C'erano, tra gli altri, i miei due eroi: Julius Erving, ( il cui nome e il cui numero di maglia mi porto addosso anche qui ), Doctor J, l'eleganza che sconfinava nell'arte unita a una signorilità abbagliante; e Larry Bird, ovvero quello che intendo io per intelligenza, forza morale, classe, sangue freddo, orgoglio e concretezza, nel basket, ma anche nella vita, di cui il basket è metafora.&lt;br /&gt;E' bastata, tra loro due, che restano i miei campioni preferiti di tutti i tempi, due assi mitologici, un'occhiata che si scambiano, un sorriso di complicità per la coinvogente interpretazione dei Temptations per fare di questo momento, un momento distante tanti anni, un ricordo per me indelebile e che non esito a definire uno dei momenti più belli che mi abbia mai regalato questo bellissimo sport. Un momento ideale e fortemente evocativo, per me: un momento perfetto, appunto.. :)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-1510013466166603426?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/1510013466166603426/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/02/perfect-moment.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/1510013466166603426'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/1510013466166603426'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/02/perfect-moment.html' title='A perfect moment'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-6403823688901586882</id><published>2010-01-31T16:36:00.002+01:00</published><updated>2010-01-31T17:10:49.740+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='politica'/><title type='text'>Guazzaloca e la sua Bologna</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://farm4.static.flickr.com/3645/3569426465_2dddf85ace.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 500px; height: 333px;" src="http://farm4.static.flickr.com/3645/3569426465_2dddf85ace.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Limite etico travolto, ora unità civica o Bologna va a rotoli&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Quando, la primavera scorsa, Cinzia Cracchi bussò alla mia porta offrendomi gli argomenti da usare contro il mio avversario elettorale Flavio Delbono, la congedai in due frasi: “Signora, se sono fatti penali, vada da un magistrato, se sono fatti sentimentali, vada da un prete”. Anche oggi, come allora, non sono interessato a entrare nei dettagli del Cinzia-gate, per me ce n’è già abbastanza. Adesso bisogna pensare a salvare la città dal disastro. Per me il Sindaco ha già superato il limite che è concesso a un primo cittadino.&lt;br /&gt;Ecco, questo è il problema, e non solo a Bologna. Sembra che per i politici oggi valga un solo limite, quello penale. Ma al di sotto di quello tutto va bene? L’etica di un amministratore ha limiti ben più stretti del codice penale. La politica non si fa con la morale, ma neanche senza. Come si fa a dire “se anche fosse vero, sarebbero cifre irrisorie”? Come si fa ad essere credibili dopo avere raccontato tutte queste storie di bancomat che girano, di somme in contanti che vanno e vengono…?&lt;br /&gt;Delbono ha avuto motivo di dimettersi se non altro per come ha gestito questa vicenda: prima dicendo che era solo gossip, poi che qualcosa in effetti era successo, poi l’ammissione di qualche errore… Non si nutre così la fiducia che una città deve avere nel suo sindaco. Il Sindaco è delegittimato. Bologna non può avere un Sindaco suscettibile di essere ridicolizzato.&lt;br /&gt;Ciò non toglie che le dimissioni di Delbono siano, per Bologna, il punto più basso di 60 anni di storia. Inoltre, ora, si rischia un anno di commissariamento e si potrà procedere solo con l'ordinaria amministrazione. Mi dispiace, avrei preferito contestare a Delbono la sua inefficienza amministrativa, che trovarmi davanti a fatti di questo genere.&lt;br /&gt;Quando diventai Sindaco, il ceto politico storico di Bologna non accettò di stare un po’ all’opposizione per ricostruire la propria credibilità, pensò solo a riprendersi “il maltolto”, a riconsacrare il santuario violato. Ce la fece giocando il briscolone Cofferati, che qui avrebbe sconfitto anche Obama, ma che non poteva governare, e s’è visto. Cofferati ha bloccato la città per cinque anni e poi Delbono ha fatto il ragioniere per sette mesi. Delbono è solo la parabola finale della crisi di una classe politica.&lt;br /&gt;Se ne rendano conto e affrontino una scelta responsabile. Bologna è in pericolo, serve un atto coraggioso prima che sia troppo tardi. Bisogna che tutti gli schieramenti politici si parlino e trovino una soluzione condivisa, per tornare a votare e ridare alla città un governo che goda di un grandissimo consenso. Serve, oggi, una soluzione transitoria, con una candidatura al di fuori delle polemiche di parte, ma autorevole e condivisa. Non vedo alternativa.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Guazzaloca&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Condivido pienamente quello che dice Guazzaloca.&lt;br /&gt;Però temo sia difficile che si trovi "una candidatura fuori dalle polemiche di parte e condivisa".&lt;br /&gt;Perchè qui, anche grande parte della popolazione vuole votare un "uomo di apparato" e non uno fuori dalle polemiche di parte, anche se migliore.&lt;br /&gt;Perchè a troppi conviene che tutto continui così.&lt;br /&gt;Qui è tutto immobile, da decenni.&lt;br /&gt;Lo ha dimostrato il ballottaggio tra Delbono e Cazzola, col risulato già scritto.&lt;br /&gt;Cazzola è stato per un decennio il brillante Presidente della Virtus Campione d'Europa, ha riportato in Serie A il Bologna calcio, ha creato dal nulla il Motorshow; Delbono era per tutti un perfetto sconosciuto.&lt;br /&gt;Eppure, il risultato era scontato. &lt;br /&gt;Qualche anno fa ci fu "l'errore" Guazzaloca, una persona come si deve, bolognese, degnissima e capace, al di fuori delle parti.&lt;br /&gt;Non si è mai capito bene perchè capitò: ma capitò. &lt;br /&gt;La risposta seguente, terribile, fu Cofferati. Terribile perchè non solo era un non bolognese che accettò l'incarico come un ripiego e si comportò di conseguenza in modo scialbo e piatto, tale da non accontentare nessuno; ma fu anche una risposta "politica", perchè nella città dove era stato ucciso Marco Biagi dai nuovi brigatisti, quasi tutti usciti dall'ala più dura della CGIL, si optò propro per l'ex capo di quella organizzazione.&lt;br /&gt;Non voglio dire che Cofferati era stato il mandante del'omicidio Biagi; però era veramente impossibile dimenticare la loro durissima polemica politica che portò degli sconsiderati a commettere quell'efferato omicidio. &lt;br /&gt;Se Bologna fosse stata una città come tutte le altre, la semplice candidatura a Sindaco di quell'uomo sarebbe stata larghissimamente sconveniente e inopportuna. &lt;br /&gt;E invece non lo fu.&lt;br /&gt;E Cofferati vinse alla grande, proprio contro il pur ottimo Guazzaloca.  &lt;br /&gt;Della serie: questo è il nostro territorio e qui facciamo ancora quello che ci pare.&lt;br /&gt;Quindi, finchè non cambieranno i bolognesi, personalità come Cazzola e appelli secondo il buon senso come quello di Guazzaloca, verranno accolti nell'indiferenza generale, nella migliore delle ipotesi.&lt;br /&gt;Ma i bolognesi cambieranno mai?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-6403823688901586882?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/6403823688901586882/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/guazzaloca-e-la-sua-bologna.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/6403823688901586882'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/6403823688901586882'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/guazzaloca-e-la-sua-bologna.html' title='Guazzaloca e la sua Bologna'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://farm4.static.flickr.com/3645/3569426465_2dddf85ace_t.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-5649322702075341289</id><published>2010-01-29T23:40:00.002+01:00</published><updated>2010-01-29T23:51:57.809+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='politica'/><title type='text'>La caduta del muro</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://murodiberlino.files.wordpress.com/2009/11/muro_di_berlino.gif"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 840px; height: 605px;" src="http://murodiberlino.files.wordpress.com/2009/11/muro_di_berlino.gif" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;                  La caduta del Muro di Berlino, vent'anni dopo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ricordo benissimo l'emozione di quel momento, perchè non sembrava affatto che potesse accadere così velocemente. Stavamo lì, attoniti, io e mio padre, quella sera del 9 novembre, con la cena che si raffreddava, guardando la gente che picconava il muro e ci saliva sopra, ebbra di gioia.&lt;br /&gt;Il mondo dell'Europa divisa finiva per sempre: così, in un attimo, come se qualcuno avesse spento un interruttore.&lt;br /&gt;Ma se l'Europa non era più divisa, forse anche il mondo non lo era più.&lt;br /&gt;Era un concetto così spaventosamente meraviglioso che la mente faticava a comprendere.&lt;br /&gt;Si capiva, si intuiva, che se la Germania Est, ma soprattutto la Russia aveva permesso che ciò accadesse, se non aveva mosso un dito per proteggere una frontiera che definire fino a quel momento blindata era un pallido eufemismo, dove tante persone erano morte cercando la fuga da un paradiso di piombo, allora doveva essere accaduto qualcosa di enorme e assolutamente impensabile: soprattutto a Mosca, nel monolite sovietico.&lt;br /&gt;Guardando i berlinesi dell'est e dell'ovest che si abbracciavano, le famiglie finalmente riunite e in lacrime per la gioia, i ragazzi seduti a cavalcioni del muro che esultavano felici, quelli che prendevano a picconate rabbiose quel simbolo grigio di divisione invalicabile, sembrava di essere improvvisamente proiettati su una barca diretta verso l'ignoto, divenuto in quell'istante carico di attese e di promesse di una pace infinita e stabile.&lt;br /&gt;Ancora una volta, a Berlino, una delle città più belle, significative e pregne di storia che mi sia mai capitato di visitare, passavano le vicende che avrebbero condizionato il mondo: questa volta, per fortuna, in positivo.&lt;br /&gt;I postumi della Seconda Guerra Mondiale erano finalmente svaniti: sembrava che ormai agli uomini bastasse solo essere buoni, credere nella pace e costruire insieme il futuro.&lt;br /&gt;Non tutte quelle promesse si sono ancora realizzate: però, se si mantiene vivo quello spirito, nulla è impossibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Colui che permise l'accadere di quei fatti fu Gorbaciov, che aveva preso il potere sovietico ma, al contrario dei predecessori, avviò una serie di riforme volte a rendere il sitema russo più "trasparente" ( qualcuno ricorderà la "Gladnost" di cui lui parlava sempre ): nessuno però aveva capito fino a che punto voleva arrivare. Molti russi lo considerano ancora oggi un traditore dell'Impero sovietico. Ma lui agiva in un'ottica mondiale: forte anche di un'amicizia molto forte e fino a quel momento impensabile col Presidente americano Regan, dopo aver stabilito con lui la riduzione degli armamenti atomici e disinnescato la "guerra fredda", pensava che tutto il mondo, e quindi anche la Russia, avesse più da guadagnare che da perdere con la fine della contrapposizione frontale est-ovest.&lt;br /&gt;E poi in Polonia, anche a seguito della visita di Papa Wojtila, quando di fronte a una piazza stracolma di fedeli connazionali pronunciò il suo famoso " non abbiate paura" , era già sorto "Solidarnosc" il sindacato cattolico di Walesa, una organizzazione poplare alternativa a quella comunista, troppo radicata tra la popolazione per pensare di estirparla senza un bagno di sangue tremendo che Gorbaciov, per fortuna, non pensò mai di mettere in atto.&lt;br /&gt;Quello fu il granello di sabbia nel monolite sovietico che mise le premesse perchè quel mondo si sgretolasse, perche dimostrò a tutti, specialmente agli altri paesi dell'Europa dell'Est, che si poteva osare reclamare la propria identità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' incredibile come anche solo pochi uomini possano cambiare la storia e dissolvere cappe di odio e terrore che sembravano indissolvibili.&lt;br /&gt;Adesso, dopo 20 anni, sta a noi tutti continuare quell'opera di edificazione della libertà e della pace.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-5649322702075341289?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/5649322702075341289/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/la-caduta-del-muro.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/5649322702075341289'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/5649322702075341289'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/la-caduta-del-muro.html' title='La caduta del muro'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-2408005659546456790</id><published>2010-01-27T21:26:00.004+01:00</published><updated>2010-01-30T16:26:53.739+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggi'/><title type='text'>Centro America, tra cielo e terra</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.canalmuseum.com/canalphotos/panama-history-07.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 360px; height: 480px;" src="http://www.canalmuseum.com/canalphotos/panama-history-07.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;                                                           Centroamericana 2003&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La partenza è fissata proprio all’indomani di un monito di Bush al mondo che annuncia la possibilità di nuovi attacchi terroristici che potrebbero partire dall’Europa, di nuovo per mezzo di dirottamenti aerei; nonostante il pensiero razionale che nei momenti di massima allerta dovrebbe essere più improbabile l’attuazione di atti terroristici, che fanno della sorpresa l’arma migliore, la notte che trascorro alla Malpensa aspettando l’imbarco non è delle più tranquille. Trovo un paio di sedie libere dai durissimi braccioli per sdraiarmi, proprio lungo il passaggio, anche se in una zona un po’ defilata; ma il sonno, già precario di per sé, non può essere del tutto tranquillo. L’aereo, sospeso in volo a 10000 metri, sembra un po’ troppo un colpo di roulette russa da farsi esplodere alla tempia, una carcassa di metallo indifesa e in balia di ogni tempesta; sinceramente, in quel momento non ne ho troppa voglia di prendere questo rischio….&lt;br /&gt;Per fortuna l’indomani mattina trovo un po’ di rassicurazione nella routine di imbarco affrontata col buonumore di Livia e Federico, e, soprattutto, nel constatare le eccezionali misure di sicurezza che sono state prese: in Italia c’è anche un posto di blocco costituito da una decina di poliziotti armati fino ai denti prima del check in, inizialmente non mi fanno passare perché il mio nome non compare nella lista e il corrispondente di Avventure non è ancora arrivato; mentre in America, ad Atlanta, fanno spogliare e controllano anche le mutande e gli occhiali da sole, perdiamo un sacco di tempo ma va bene così, l’aereo parte comunque con un’ora di ritardo; guardando dall’oblò, noto anche grande confusione negli inservienti che caricano i bagagli e infatti arriviamo a Guatemala City, Guatemala, che ne mancano 11 su 16: non il mio, come sempre sono fortunato.&lt;br /&gt;Usciamo dall’aeroporto alle 23 ora locale, uscendo dall’ampia porta principale, incontrollata, mentre solo coloro che lo vogliono passano per un pertugio dove ci sono svogliati inservienti che eseguono i controlli e fanno aprire tutte le valigie; altrimenti, si può scegliere anche di passare indisturbati. Eccoci sbalzati nel nuovo mondo. &lt;br /&gt;Anche a causa del fuso orario mi si chiudono gli occhi sul pulmino che in un’ora ci porta ad Antigua, mi sveglio davanti all’albergo che dormono tutti, noto appena il bellissimo albergo di diversi piani, con un elegante patio interno, su tre piani e adorno di piante rigogliose, che ci accoglie; faccio appena in tempo a toccare il letto che perdo conoscenza. &lt;br /&gt;Per recuperare i bagagli, contrariamente ai piani di Antonio, dobbiamo trascorrere l’intera giornata in questa bellissima città; non è un male, perché dopo la colazione in un locale costoso e raffinato che si trova proprio nella piazza centrale, abbiamo tutto il tempo di assaporare, passeggiando lentamente, l’atmosfera ispano decadente delle strade lastricate di ciotoli, occhieggiando di volta in volta gli elegantissimi cortili interni delle case che continuamente si propongono, puliti, di una geometria perfetta, pieni di piante e fiori sapientemente disposti. &lt;br /&gt;Oltre i soliti negozi raffinati che espongono la solita mercanzia per polli da spennare. &lt;br /&gt;Il tempo passa senza che me accorga, trovo tutto come avevo lasciato 5 anni fa, anche la popolazione che continua ad essere di una bruttezza da primato mondiale. A parte i bambini, bellissimi. &lt;br /&gt;Sarà colpa dell’alimentazione o della vita dura, non so.&lt;br /&gt;Guidano grandi automobili, pick up col cassone pieno di gente e bambini, camion ammaccati e dismessi, tutta roba che proviene dall’estero, probabilmente li hanno a prezzi di saldo dagli USA; eppure ne sembrano orgogliosi, danno l’impressione di indugiarci sopra oltre il consentito, sembra che vogliano che tu rimiri la loro perlina.&lt;br /&gt;Girovaghiamo per un povero mercato e alla sera vediamo la fine di una festa di piazza dove si esibisce un gruppo che suona lo xilofono, in un crepitio di fuochi artificiali che partono da una struttura rudimentale, proprio in mezzo alla gente.&lt;br /&gt;L’indomani partiamo per Chichicastenango, il famoso mercato montano, per una visita di poche ore. Lo trovo esattamente come l’avevo lasciato, ritrovo esattamente lo stesso dedalo di povere baracche, con la stessa disposizione, gli stessi camion che passano dove non c’è spazio e intossicano ogni cosa, gli stessi invasati che accendono in chiesa, in ginocchio, lo stesse smilze candeline piantate in terra per ricordare i defunti, tra le stesse icone di santi vestite da indios, le stesse ossessive cantilene, le stesse atmosfere fumiganti. &lt;br /&gt;Seduto sui gradini della chiesa principale, dopo che avevo trovato un piccolo spazio per riposarmi, in mezzo alla solita bolgia, con bambini lustrascarpe microscopici che insistono per pulirmi i sandali con la solita attrezzatura proveniente forse dai galeoni spagnoli, mentre decine di venditori gridano la loro povera merce in vendita per pochi soldi e un fumo acre di incenso mi avvolge proveniente dall’interno della chiesa, mi trovo d’accordo con la frase che un italiano sdraiato esala, dopo che aveva assimilato per un certo tempo, in silenzio, il profumo nauseabondo del luogo, i volti senza sorriso delle donne, il puzzo che proviene dai sacchi di mais dei venditori col cappello da cow-boys:” Questo è veramente un posto magico”. &lt;br /&gt;Effettivamente è così.  &lt;br /&gt;C’è una magica tristezza che ti avvolge che sembra provenire dall’alba del mondo, un senso di ineluttabile durezza che, al di là delle nostre convinzioni rassicuranti, informa veramente la vita.  &lt;br /&gt;Mi immergo nuovamente nel fiume della folla, sospinto dalle ditate nella schiena delle donnine che spingono per andare avanti più in fretta, e finalmente arrivo nella sezione del mercato dedicata al pranzo, dove improvvisate cucine formate da attrezzi di altri tempi funzionano a pieno ritmo; alcuni siedono sotto i tendoni, chini su poveri piatti pieni di roba indescrivibile, mentre grandiose padelle friggono di tutto e signore sdentate di un’età indefinibile sorridono, tutte colorate nei loro abiti variopinti. &lt;br /&gt;Gli odori e il caldo mi serrano la gola, non vedo l’ora di andare. Con Livia e Federico, usciamo dalla bolgia del mercato e andiamo in una zona periferica, più tranquilla, tutta calcinacci e desolazione. Troviamo una bottega squallida dove fanno tranci di pizza, anche se provano a metterci sopra del formaggio gratugiato sormontato da chech-up. Gli affari sembrano andare bene, l’inserviente produce una salsa di pomodoro mettendo dentro al frullatore di tutto, il padrone si fa lustrare le scarpe da un bambino microscopico, non si sa se per filantropia o per ostentare potere.&lt;br /&gt;All’ora stabilita ritorniamo al pullman, quasi tutti hanno fatto qualche acquisto, per lo più camicie dalla strana foggia e dagli improbabili colori; qui si compra di tutto a prezzi veramente imbattibili, per di più quasi sempre trattabili, non si può guardare nessuno in faccia che già parte la trattativa sulla merce che trasporta. &lt;br /&gt;Naturalmente non compro nulla.&lt;br /&gt;Ripartiamo per Panajachel, sul lago Atitlan, dove abbiamo deciso di passare la notte. L’albergo si trova un po’ defilato dal corso principale, sempre pulsante di vita, proprio di fronte ad una chiesa dove provengono incessanti cori gospel. &lt;br /&gt;E’ sempre un lago bellissimo, adagiato dolcemente ai piedi dei vulcani. &lt;br /&gt;Questo posto sembra sempre una cartolina ben riuscita. &lt;br /&gt;Ci sono ancora maturi hippy che cercano di vivere vendendo collanine, ci sono ancora quelli che si godono il lago in canoa e tornano estasiati per la scoperta di deliziose spiaggette e quelli che si perdono perlustrando i mille simpatici baretti e ristorantini, alcuni anche italiani, cercando i prezzi più convenienti o i cibi particolari. Sembra di stare più in Europa che in Guatemala, anche a causa dell’insolito numero di turisti, c’è un’atmosfera lievemente chic che apprezziamo da un raffinato locale, sorseggiando una cerveza, proprio sul lago da dove si gode una vista splendida.   &lt;br /&gt;L’indomani, gita mattutina piuttosto frettolosa, in barca, ai tre pueblos che si trovano lungo le rive del lago. A San Antonio assistiamo ad una specie di cerimonia in cortile di tutta la scolaresca che, dopo aver cantato l’inno nazionale, mentre viene innalzata la bandiera, osserva in silenzio una specie di prova di ballo di tre bambine. Sempre le solite venditrici di stoffa che ti inseguono fino alla barca per venderti qualcosa, le solite discussioni sui prezzi. Nel maggiore di questi villaggi, Santiago, l’assalto dei venditori ai turisti è veramente impressionante e organizzato militarmente in forma di varie ondate che ti assalgono e non si rassegnano al tuo “no”. Il paese sembra una cittadina del far-west diroccata che la gente non si rassegna ad abbandonare, i magrissimi cani si arrampicano come non ho mai visto fare in vita mia per tuffare il muso nel bidone dei rifiuti, gli anziani ci guardano di sbieco dalle panchine, all’ombra perché fa un caldo tremendo, tutti i bambini si propongono per accompagnarti a vedere “Maximom”, l’idolo locale mezzo santo e mezzo brigante, un fantoccio con un sigaro in bocca che ho già visto l’altra volta in una casa mezzo bombardata, per cui passo la mano e convinco gli altri, senza fatica, che non ne vale la pena. Meglio una passeggiata in questo far-west guatemalteco dove gli sguardi ti fanno sempre sentire un intruso e i cani si azzuffano furiosi per qualcosa, in piazza va in scena una partita di basket di bambine che non fanno nessun palleggio ma in compenso si prendono a pugni sul viso, in una zuffa continua. Nessuno interviene, si vede che da queste parti si gioca così. Sono il primo a tornare alla barca, mentre driblo il cancello che hanno messo sul pontile, appendendomi verso l’esterno, e una vecchia mi insegue maledicendomi perché ho buttato via una lattina vuota. La raccatta e mi guarda torvo. Finalmente mi trovo da solo, rimirando le barche tipo canoa dei pescatori che galleggiano nelle tranquille acque del lago.&lt;br /&gt;Ce ne andiamo di corsa, è già tardi, abbiamo completamente fallito i tempi prefissati e l’autista ci aspetta un po’ impaziente; raccogliamo gli zaini il più velocemente possibile, ed eccoci in rotta per Rio Dulce, dopo aver fatto scorta di ghiaccio per il bere durante il lungo trasferimento. Arriviamo infatti a notte inoltrata, dopo una veloce sosta per la cena e per raffreddare il motore che accusa le salite, siamo troppo stanchi per apprezzare il rustico ricovero, gli scarafaggi che corrono sui muri, il tanfo umido dei lenzuoli, la mancanza d’aria delle camere, il bagno scrostato. &lt;br /&gt;Però al mattino, dopo che la pioggia notturna ha fatto spazio ai già impetuosi raggi del sole, tutto ci sembra più bello, immersi nel verde della foresta pluviale: Un breve trasferimento all’imbarco dove una lancia ci porta correndo a Levingston dove giungiamo sul mezzogiorno; il caldo è veramente opprimente, però l’atmosfera di questo posto è sempre piacevole, anche se meno musicale di quando l’avevo lasciata e assistiamo all’uscita di una scuola femminile, tutte ragazze di colore fasciate da una divisa impeccabile. Passiamo la maggior parte del tempo aspettando all’ombra ventilata l’arrivo di camarones che si fanno decisamente desiderare, socializzando con gli altri clienti e gustandoci l’esibizione di un gruppo musicale alquanto sgangherato e dall’aria improvvisata che si basa quasi esclusivamente sulle percussioni. Al ritorno rimaniamo due volte senza benzina, l’ultima proprio sotto l’ampio ponte del paese dove restiamo per un certo tempo in balia della corrente prima di un provvidenziale soccorso. Possiamo proseguire per una veloce occhiata al castillo, attracchiamo proprio dietro al complesso fortificato mentre ricomincia un po’ a piovere; ma siamo già di corsa verso Tikal, anche qui arriviamo che è già buio, alloggiamo proprio all’interno del parco e facciamo in tempo a mangiare una bistecca su un tavolaccio completamente al buio per non attirare troppo le zanzare e gli animali. Arriviamo in camera proprio quando, per lo stesso motivo, tolgono la luce e ci dobbiamo arrangiare con una candela. L’indomani mattina sveglia un po’ tarda, vorremmo vedere l’alba sul tempio numero 4 ma finiamo di scalare la ripida scalinata che il sole è già alto; comunque è bellissimo ugualmente. Salgo anche se non si può in cima al tempio G dove, prima che non morissero persone precipitando giù, si poteva dormire sopra per assaporare in pieno il fascino della giungla notturna. Sempre bellissima la piazza centrale, anche qui non si può più salire da nessuna parte.&lt;br /&gt;Lasciamo un po’ asciugare gli indumenti fradici di sudore al sole del nostro bellissimo e ombroso accampamento, ci aspetta un lunghissimo trasferimento per avvicinarsi alla frontiera, la strada continua a correre faticosamente sotto di noi finchè ci troviamo a Chiquimula, una cittadina senza particolari attrattive se non il caos, lo sporco e il fatto di permetterci di far tappa prima di passare in Honduras. Il mattino seguente, assaggiati per strada un po’ di paste dolci locali, eccoci di nuovo sulle nostre posizioni, in pulmino, c’è un bel sole e la Sierra de las Minas, col suo mare di colline irregolari e verdeggianti, ci accompagna fino alla frontiera. Data qualche monetina ai chicos, sopportiamo il primo assalto dei “cambiadores”, sostituiamo i quetzales che ci troviamo ancora in tasca con le lempiras e paghiamo il balzello di entrata anche se un cartello all’entrata della casetta dell’immigrazione avverte che la corruzione è ben lontana da quel luogo…( evidentemente quando il furto assume sembianze legali cessa di essere tale ) ed eccoci nel nuovo paese. C’è aria di contiguità; il paesaggio di colline irregolari e frastagliate, di un verde lussureggiante, mi fa percepire la tensione lacerante che deve aver percorso la terra dagli albori dei tempi nel suo movimento continentale.&lt;br /&gt;Verso mezzogiorno raggiungiamo Copan, il sole è implacabile, c’è poca gente in giro ma il paesino appare subito molto tranquillo e grazioso, c’è la piazza quadratica centrale con lunghissime palme e altra vegetazione da cui si dipartono piccole stradine, le case sono basse e multicolori, si passeggia volentieri. Visitiamo il sito maja, con la sua bellissima piazza centrale, molto ampia, ricoperta da un praticello verde all’inglese nel quale si trovano conficcate alcuni steli. Ancora benissimo conservata la “Scalinata dei geroglifici”, in generale i templi appaiono un po’ troppo sepolti e devastati dagli alberi; però, probabilmente, questo ne costituisce oggi il suo più grande fascino. Alcuni decidono di visitare un tunnel fantomatico molto segnalato e molto costoso, ma il tutto si rivela essere una incomprensibile e gigantesca truffa: non c’è praticamente niente da vedere. Ritorniamo in paese a piedi, per un ombroso sentiero, osservando da vicino due tori che sbuffano e si minacciano dai loro rispettivi appezzamenti di terreno.       &lt;br /&gt;E’ molto piacevole passeggiare nel paese, è molto piacevole, il mattino seguente, la colazione in un locale molto carino con patio, amache ombrose e ottima musica.&lt;br /&gt;Di nuovo una lunga tappa di trasferimento attraverso il paese, molto rigoglioso e molto verde.&lt;br /&gt;Alla sera, col buio, arriviamo a Tegucicalpa, la capitale, scorgendo in un primo momento le sue luci dall’alto, tra le montagne; ma il percorso di avvicinamento risulta più lungo del previsto, dopo aver saltato un’uscita che ci costringe ad una lunga deviazione seguendo una specie di tangenziale.&lt;br /&gt;Non è certo un luogo molto rassicurante, passiamo attraverso un mercato di povere baracche; in particolare mi colpisce la macelleria, la carne all’aperto appesa ai ganci proprio sulla strada. In giro è tutto sprangato, Antonio che è uscito per comprare qualcosa ritorna un po’ teso per il modo di squadrare dei locali, quando usciamo per la cena ci vengono ritirate obbligatoriamente le chiavi delle camere e la porta di ferro si chiude a chiave, greve, dietro di noi. &lt;br /&gt;Ceniamo in un ristorante molto tipico dove si trova anche un altro gruppo di Avventure col quale non leghiamo per nulla, c’è una specie di Lucio Dalla locale che si esibisce e saluta il nostro arrivo. Verso le 22.20 siamo praticamente allontanati dal locale che sta chiudendo, per strada non c’è nessuno, quando stiamo per tornare all’albergo veniamo raggiunti da un auto dalla quale ci sputano addosso.&lt;br /&gt;L’indomani mattina visitiamo i dintorni, il mercato, il fiume, la cattedrale e la situazione, alla luce del giorno, sembra un pò più rassicurante. In giro però non ci sono turisti.&lt;br /&gt;La prossima tappa ci porta in Nicaragua. Arriviamo alla frontiera proprio attorno al mezzogiorno, fa veramente caldo e veniamo subito attorniati da una vera folla urlante di cambiadores che si battono gli uni contro gli altri per cambiarci le lempiras in cordobas, la moneta locale. C’è un po’ di nervosismo, Antonio ci vuol mostrare un po’ troppo enfaticamente che sta controllando la situazione. In realtà, in mezzo a questo vociare e gesticolare frenetico sotto al naso, mi aspetto sempre qualche brutto scherzetto da parte di un malintenzionato; invece niente, tutto ok, solo perdiamo un po’ di tempo con l’addetto che maltratta per lungo tempo i documenti perché abbiamo cercato di trattare sulla tassa clandestina. Nell’attesa, scherzo un po’ con un paio di bambini locali, insegnandogli varie forme di saluto occidentali.&lt;br /&gt;Finalmente si può ripartire, la strada diventa sterrata, i dintorni si fanno meno lussureggianti, le case più misere, è un’immensa pianura selvaggia costellata da poca vegetazione su cui si erge, imponente, il primo classico cono di vulcano, il San Cristobal, che in pratica circumnavighiamo per giungere a Leon, una delle città simbolo della lotta sandinista. Mentre cerchiamo l’albergo, percorriamo una vasta zona periferica un po’ devastata, tutta casette basse e malmesse, hanno tutte la porta aperta per cui è possibile vedere gli interni, piuttosto tetri; in genere, in ogni casa c’è almeno una sedia a dondolo che culla quando si guarda la tv o semplicemente ci si riposa, ma è difficile continuare a scherzare come stavamo facendo prima vedendo questi posti. L’albergo che ci aspetta è veramente di buona qualità; il patio ampio, verde e colonnato fa veramente sentire in colpa se lo si paragona alle abitazioni dei locali.    &lt;br /&gt;Andiamo un po’ in esplorazione e giungiamo alla piazza quadratica che dista pochissimo dall’albergo. Spicca la bellissima chiesa bianca dell’Assunction, coi le sue due imponenti campane incastonate, in maniera inconsueta, sul frontale della struttura architettonica della chiesa; girovagando qua e là, tra la quasi totale mancanza di turisti, si avverte un clima non propriamente tranquillo, o forse è semplicemente l’espressione dura dei visi a provocare questa sensazione. In un angolo della piazza, visitiamo un piccolo museo rivoluzionario realizzato e gestito da un personaggio abbastanza speciale, una strana via di mezzo tra un rivoluzionario, uno della beat generatio e un ubriacone; sicuramente è un ubriacone. Ha raccolto a sua spese tutta una serie di cimeli, per lo più foto in bianco e nero, che riguardano il periodo della lotta sandinista. Tra le foto che spiccano, si vede Sandino a colloquio cordiale con Somoza poco prima che fosse ucciso e un’altra che ritrae un figlio dei fiori che, da dietro, fa pipì sulle scarpe di un grassone vestito da uno importante che legge il Wall Street Journal. Ci sono un sacco di cianfrusaglie e dei grossi “raton” che sfrecciano nella penombra. &lt;br /&gt;Il mattino dopo è domenica, c’è il sole, la cittadina appare quasi deserta, così che è ancor più piacevole passeggiare ammirando i bellissimi murales che si trovano qua e là; le chiese più belle sono sprangate per evitare di fornire asilo ad ospiti indesiderati: Finiamo visitando uno strano museo di miti e leggende popolari locali, per lo più quadri e pupazzi, ricavato nei locali di una ex-prigione; giocando a calcio con un sasso con Federico, riesco a cadere e a procurarmi una distorsione al braccio. Nel primo pomeriggio ripartiamo con due mezzi; in 13 stanno in un pulmino mentre io, Antonio e Gianni siamo su una jeep, non si può dire che di dietro si stia molto comodi, per di più non so proprio dove appoggiare il braccio che mi fa un gran male. Lungo la strada riusciamo a scorgere diversi vulcani prima di arrivare a Granada, una bella città anche se l’albergo dove alloggiamo sembra Alcatraz, sia per le sbarre un po’ ovunque sia per l’arredamento e la disposizione delle celle… pardon… stanze. Però è gradevole passeggiare per questa città, andiamo un po’ tutti in centro dove si trova una piazza a forma quadrata e una notevole folla che segue un incontro di pugilato, mentre alcuni uomini, sostenendo simbolici tori disegnati da luci, rincorrono i passanti. Ceniamo sotto a un portico, proprio sulla piazza, in giro non c’è più nessuno, solo magri cani che si disputano gli avanzi.&lt;br /&gt;L’indomani gita al vulcano Masaya, composto da diversi crateri di cui uno attivo e fumante; è possibile giungere fino all’orlo di uno di essi da dove si può distinguere perfettamente l’orrido buco che spalanca le porte dell’interno della terra. Le antiche popolazioni locali credevano che questa fosse la porta dell’inferno. Il fumo grigio che proviene dall’interno ne aumenta l’effetto diabolico. Nel corso dei secoli, varie sono state le eruzioni, alcune devastanti, come apprendiamo nel piccolo museo. Molto bella la passeggiata tra i crateri, per un ventosissimo sentiero che ci permette di arrivare in un punto di osservazione veramente spettacolare per tutti i 360 gradi, fin dove l’occhio può arrivare; scorgiamo da lì diversi laghi, tra cui il l’immenso lago Nicaragua, e diversi “pueblos blancos”, piccoli paesini dalle case bianche o comunque chiare, sommerse da tantissimi fiori e piante, che in seguito visitiamo. Questi sono i luoghi più turistici che ho visto nel paese, dappertutto si trovano venditori di souvenir, soprattutto sui “miradores” perché il panorama costituisce la più grande attrattiva di questi posti.&lt;br /&gt;La sera,dopo aver cenato in un piacevole locale, vorremmo andare a fare una passeggiata sul lungo lago, perché Granada sorge proprio sulle sponde del lago Nicaragua. Ritorniamo in albergo che alle 22.00, come tutte le altre abitazioni, era già sprangato e chiediamo se si può andare a passeggiare senza troppi timori:”Por favor, no!”, è la laconica risposta dell’inserviente che spranga sempre la porta dopo che qualcuno dell’albergo è entrato. L’indomani mattina, dopo una piacevole colazione solitaria passata a parlare con un attempato tedesco di New York e una lunga passeggiata per la città, dopo essermi confuso in un mercato, in varie chiese e, infine, tra la folla di un assolato funerale, decido poi di dirigermi verso il lago; effettivamente, anche di giorno, il pur largo viale alberato incute non poco timore, ci sono strane presenze che sbucano ovunque, sguardi poco rassicuranti, silenzi pieni di tensione quando incroci qualcuno, poliziotti che stazionano sulla bicicletta nei pressi di un ubriaco. Sul lago è tutto completamente deserto, c’è solo un locale che sembra vuoto a parte una tavolata all’esterno di brutti ceffi, non entrerei lì neanche se mi pagassero. &lt;br /&gt;Dopo aver fatto fuori qualche banana sotto una palma, ritorno abbastanza frettolosamente sui miei passi. &lt;br /&gt;Partiamo di lì nel primo pomeriggio, dopo un trasferimento in taxi alla stazione dei bus, c’è un caldo tremendo solo mitigato dai “refrescos” che ti servono in un sacchetto di plastica con cannuccia. Passando per Rivas, raggiungiamo San Jorge, dopo che riusciamo a salvare da un temporale tutti gli zaini che avevamo caricato sul tetto ottenendo di spostarli all’interno del pulman; appena in tempo, poi si scatena il finimondo. &lt;br /&gt;Arriviamo al luogo dell’imbarco che piove, fa anche un po’ freschino, il clima tra noi non è ottimale. Ci aspetta l’isola di Ometepe, che raggiungiamo su un barcone locale paurosamente inclinato verso destra, le onde non sembrano scuoterlo per niente mentre fende le onde improvvisamente veementi del lago, siamo tutti ammassati di sotto coi bagagli, al riparo del vento e della pioggia. E’ abbastanza divertente, purchè non si affondi…&lt;br /&gt;Arriviamo al paesino di Moyogalpa, sbuca il sole e una frotta di bambini sciama rumorosamente dentro la nave, almeno quelli che riescono a resistere dalla voglia di tuffarsi in acqua, saltando dentro anche dalle finestre e per offrirsi di portare le valigie. &lt;br /&gt;Ecco Ometepe, coi suoi due bellissimi vulcani, Conception e Maderas. E’ un pomeriggio piacevole come piacevole sembra il posto, raggiungiamo a piedi il nostro albergo e ci rilassiamo un po’ in giardino mentre decidiamo il programma dei prossimi giorni; le camere sembrano subito particolarmente anguste e senz’aria, ma ci si diverte un po’ ascoltando gli incedibili versi del pappagallo di casa.&lt;br /&gt;Faccio due passi da solo, risalendo la strada centrale del paesino, fino alla solitaria e deliziosa chiesetta, cercando qualcosa da mangiare. L’atmosfera è deliziosa, mi sento particolarmente bene. Poi incontro gli altri e si parte in esplorazione, fino alla periferia del paese, fino ad un campo da basket dove la banda di una scolaresca sta provando il suo pezzo. Ritorniamo che sta calando il buio, i campi si accendono di centinaia di piccolissime lucciole. Per la cena, Livia scopre una piccola pizzeria dove servono una pizza più che decente, però quando ritorniamo in camera sospetto subito che dormire in tre, in quel pertugio nei muri senz’aria, sarà durissima. Infatti, verso le 3 mi sveglio in un bagno di sudore e così, esasperato, strappato quella specie di lenzuolo appiccicoso che copriva il letto, mi catapulto fuori, e lo getto sull’amaca. C’è veramente molto vento, e anche parecchia luce, in certi momenti parecchio baccano; però, finalmente, riesco a dormire un poco, almeno fino alla 5.30, quando mi sento gli occhi addosso dell’inserviente che sta scopando il pavimento. &lt;br /&gt;La giornata prevede la visita ad una cascata molto bella, dopo due ore di cammino piuttosto impegnativo nella boscaglia. Gli spostamenti sui mezzi richiedono molto tempo, anche pochi chilometri diventano veramente lunghi, le strade sono impossibili; non è infrequente incontrare cavalli che pascolano da soli in giro, anche nei due o tre centri abitati. E’ una bellissima giornata di sole ed è bellissima la vista sul lago, scendendo dalla montagna. Trovo anche il tempo, mentre gli altri si rifocillano, di fare una piacevole ed ombreggiata siesta su di un’amaca sapientemente posta.&lt;br /&gt;Mi devono venire a cercare, che il nostro pulmino sgangherato sta partendo…Il giorno dopo escursione alla ricerca dei “petroglifi”, cioè delle pietre con incise dei disegni che si trovano qua e là in una certa parte della montagna; partiamo col cielo già molto coperto, tutti a cavallo tranne io, Federico e Livia che scegliamo la mountain bike. La schiera dei cavalieri è in breve dispersa dalla propria cattiva arte, noi almeno procediamo, anche se in maniera molto problematica a causa delle indicazioni contraddittorie dei locali. In realtà scopriamo che questi petroglifi, incisi nel 7-800, si trovano sparpagliati un po’ dappertutto. Comincia a piovere, infiliamo una strada che non sembra condurre in nessun posto preciso, mentre la pioggia aumenta e con essa il fango. Ne scorgo qualcuno, ma procediamo, incontriamo una ragazzina che accudisce gli animali e ci indica il luogo, ma piove sempre più forte e siamo costretti a buttare le bici dove capita per rifugiarsi sotto il tetto di una casa in costruzione dove i muratori, silenziosi, ci offrono le sedie. Io e Livia ripartiamo, sempre più fango, incontriamo un’altra bambina molto carina e simpatica che ci accompagna personalmente nel luogo dove se ne trovano di più. Il ritorno è veramente un’impresa, ora diluvia, pedaliamo da soli per una strada sterrata, l’acqua cola sugli occhi e impedisce di vedere, sono in costume da bagno con lo zaino sulla schiena che si impregna sempre più. Arriviamo alla stazione di partenza che sembriamo ciclisti dei primi anni del novecento, con la striscia di fango che divide la schiena. Però è stata veramente una giornata bellissima! &lt;br /&gt;Al ritorno ci fermiamo su una spiaggia dove una lunghissima e strettissima striscia di sabbia si spinge per diverse centinaia di metri nelle acque del lago; dalla punta di questa striscia si ha una magnifica vista dei due vulcani.&lt;br /&gt;Il mattino dopo finalmente partiamo da questo bellissimo posto. Alle 6.30 ci imbarchiamo sul traghetto, è una mattina bellissima, è indimenticabile la vista sui due vulcani mentre ci stiamo allontanando, il sole disegna incredibili presenze di nubi. Arriviamo e siamo subito assaliti dai taxi, ne prendiamo alcuni e raggiungiamo la frontiera col Costa Rica. Cambiamo subito i cordobas negli ingombranti “colones”, le procedure per l’immigrazione prendono veramente molto tempo, ci sono sempre ostacoli, controlli, file. Finalmente riusciamo a prendere il pullman, siamo finalmente in Costa Rica, il tempo è un po’ grigio, cambiamo prima a Canas e poi a Tilaran, insieme a due inglesine che viaggiano da sole, prendiamo un mezzo privato per raggiungere La Fortuna, dove dovremmo vedere il vulcano Arenal, ancora attivo, e il “Tabacones”, un luogo termale. Arriviamo che piove e c’è nebbia, non vediamo né l’uno né l’altro. Qualcuno è ammalato, cominciano problemi abbastanza seri tra noi per questo fatto dei mezzi pubblici (come prevedeva il viaggio) che sono più faticosi e richiedono più tempo, in alternativa ai mezzi privati (come aveva scelto il capo-gruppo), più comodi ma più costosi. Tutto questo è molto evidente il mattino dopo, dove girano per il centro del paese dalla pianta quadrata drappelli contrapposti, ci siamo già divisi. Il vulcano Arenal non si vede, coperto dalla nebbia, ognuno cerca di perdere un po’ di tempo per prendere il prossimo mezzo verso l’ora di pranzo che ci porta, in serata, dopo un lungo tragitto in un clima piovoso, a Puerto Vejo de Sarapiqui. E’ un paese carino dell’interno, una fila di baracche di legno lungo la strada, c’è molta vita, calano già le ombre della sera e non riusciamo a vedere il corso d’acqua da cui dovremo partire; per di più piove.&lt;br /&gt;Al mattino raggiungiamo a piedi il punto d’imbarco, una bella passeggiata sotto il sole e gli zaini. La lancia sembra subito molto confortevole, molto bello il fiume. Partiamo, dapprima procediamo lentamente, in cerca di scimmie e uccelli, poi sempre più veloci; sono molte le miglia che dobbiamo coprire. Ci fermiamo solo alle frontiere, perché ritorniamo brevemente in Nicaragua per poi tornare in Costa Rica, poi presso alcune palafitte e, infine, presso una famigliola di indigeni composta da tantissimi bambini vestiti in modo molto semplice; qui, un ragazzo ripesca faticosamente, tirando su una catena, una cassa di legno dal fiume, quindi incomincia a rovistare con la mano dentro al buco per estrarre un grande gambero di fiume, sembra un’aragosta. Ne caverà una ventina, che finiscono tutti in un sacchetto del barcaiolo.   &lt;br /&gt;Proseguiamo, il fiume resta molto bello, ma il tutto comincia a diventare un po’ noioso, sono già molte ore che discendiamo il fiume; finchè, dopo circa sette ore, dopo aver ammirato coccodrilli, ragni giganti, delle specie di iguane, uccelli leggiadri e altri che sembravano pinguini, arriviamo al Tortughero, un paese che sorge su una stretta lingua di terra posta tra l’oceano e il fiume. Dopo che ce l’avevano indicata, io e Livia entriamo in casa di una bolognese trapiantata lì che per vivere affitta delle camere; è rimasta, affascinata dalla bellezza della natura di questo posto, ritorna a Bologna raramente, però anche lì non sono tutte rose e fiori, soprattutto lamenta il livello culturale dei locali, i cui soli argomenti sembrano essere, nell’ordine: il sesso, il gioco e il bere. E’ piacevole camminare in questo luogo, anche se molto affollato di turisti, molto bello il tramonto a cui assistiamo. Dobbiamo anticipare la cena perché siamo stati arruolati nel drappello delle ore 20 per la sortita notturna sulla spiaggia alla ricerca delle tartarughe che approdano per deporre le uova, la vera attrattiva di questo luogo da cui trae il nome. Siamo in dieci, in fila indiana dietro la guida che, grazie agli speciali occhiali, riesce a vedere i grossi pezzi di rami e tronchi da evitare e soprattutto le orme delle tartarughe che si inoltrano all’interno per una decina di metri. Dopo alcuni falsi allarmi, finalmente la guida ne scova una che sta scavando la buca; poiché vorrebbe farci assistere proprio alla deposizione, ci fa aspettare un po’ a distanza. Intanto, si accalcano nei pressi sette o otto altri gruppi uguali al nostro, con lo stesso nostro intendimento. Invece, dopo una mezz’oretta, succede che la tartaruga, veramente gigantesca, disturbata da qualcosa, se ne va, ritorna in mare, accompagnata in cerchio da una folla incredibile e un po’ ridicola. Ritorniamo in silenzio, ammirando il cielo stellato veramente spettacolare e una luce zigzagante che copre alla velocità della luce spazi immensi. &lt;br /&gt;Un UFO! Incredibile! &lt;br /&gt;Concludo la serata sorgeggiando con Livia e Federico cuba libre in un baretto piuttosto rustico che vende pollo fritto.&lt;br /&gt;L’indomani è prevista una gita in canoa nel parco naturale, ma la canoa è in realtà una barca di legno dove si rema molto scomodamente, per vedere un po’ di vegetazione e fauna fluviale non troppo diversa da quella che abbiamo ammirato per sette ore il giorno prima e da quella che vediamo per altre quattro ore quello stesso giorno, sotto una leggera pioggia, quando ci trasferiamo con la lancia a Puerto Moin, dopo che in più punti avevamo incontrato il mare aperto, solcando diverse foci. Arrivati a Puerto Molin, saltiamo su un paio di pulmini, attraversiamo Puerto Limon, una bella cittadina priva però di particolari attrattive marittime, per poi giungere alla meta, cioè Puerto Vejo de Talamanca.&lt;br /&gt;E’ un posto carino, seppur semplice e spartano, finalmente riusciamo a fare un po’ di mare e un bel bagno. Siamo alloggiati in un albergo il cui proprietario è Paolo, un siciliano che ha deciso di stabilirsi qui dopo aver viaggiato una vita per lavoro, specialmente in Africa; è un tipo simpatico e molto disponibile, ci accompagna a visitare il paese e, da come ne parla, si capisce che è ancora innamorato di questo posto. Ci racconta tantissime cose, ci introduce ai suoi amici, ci porta a mangiare un tacos, ci apre le porte di uno studio di una pittrice sua amica; anche se sicuramente non tutte le cose che dice sono vere, è comunque una persona simpatica, l’ultima sera che rimaniamo lì viene anche a cena con noi. Purtroppo, l’ultimo giorno che, nei piani, avrebbe dovuto permetterci di andare alla spiaggia di Punta Uva, (uno di quei posti dei quali la foto parla da sola), è piovoso e grigio. Per di più, perdiamo un sacco di tempo a organizzare il resto del viaggio, sia noi che dobbiamo proseguire direttamente per Panama, sia gli altri che debbono a questo punto organizzarsi bene i giorni a Bocas del Toro e alle St.Blas. Crescono i problemi di incomprensione e nel corso dell’ultima cena già si avverte un clima poco armonico nei confronti di noi bolognesi, il commiato con gli altri è abbastanza freddino.  Mi spiace lasciare Livia e Federico da soli. &lt;br /&gt;Il mattino dopo, io, Oscar e Savina ci svegliamo alle 4 per prendere il taxi che ci conduce alla frontiera, la strada non è lunghissima ma in pessime condizioni; per di più il tassista si presenta con un’utilitaria, riusciamo a malapena a caricare gli zaini, mentre le buche sono una vera sofferenza. Alle 6 arriviamo a Sixaola, la frontiera con Panama costituita da un ponte abbastanza malmesso che ha come pavimento delle poderose assi di legno. Passano alcuni operai e i ragazzi delle scolaresche, ma la frontiera è ancora chiusa, apre alle 7 e a noi occorrono i visti, dobbiamo comunque aspettare anche se abbiamo prenotato il volo interno delle 8.30 dall’aeroporto di Chiquinola, un po’ dopo la frontiera e i tempi non sono così larghi; per di più, scopriamo che Panama è un’ora avanti rispetto al Costa Rica. &lt;br /&gt;Sembra impossibile farcela, inizia il panico.  &lt;br /&gt;Cominciamo a rivolgerci alla gente che passa e troviamo un tipo che si presta ad aiutarci in vari modi. Telefoniamo all’aeroporto di Chiquinola, aiutati dall’interprete e da un soldato, per avvertire del nostro probabile ritardo: ci sembra di capire che di là ci aspetteranno. Ritorniamo alla frontiera del Costa Rica, aspettiamo che apra la frontiera: finalmente arriva il funzionario ad aprire, con molta calma, dopo aver ammirato per lunghi minuti un raro animale che si scorge tra le fronde dell’albero di fronte. Ottenuti i timbri, corriamo di là, anzi vorremmo correre ma il ponte è già completamente ostruito di camion, occorre utilizzare una passerella pedonale esterna che non sembra particolarmente solida. Comunque arriviamo all’ufficio panamense, lì le pratiche sono molto più veloci e per fortuna scopriamo che il nostro amico ci ha già trovato un taxi per l’aeroporto. Buttiamo i bagagli sul pick-up, saltiamo su di corsa, proprio mentre l’autista scende per entrare in un bar. Scendo di corsa, gli spiego che sono le 8.15 e abbiamo l’aereo alle 8.30 e dobbiamo ancora fare i biglietti; ripartiamo a tutta birra, ha capito la situazione e, anche lui, telefona all’areoporto. Anche a lui dicono che ci aspettano. Arriviamo alle 8.30, dobbiamo ancora pagare i biglietti, non risulta nessuna nostra prenotazione nonostante la segretaria di Paolo avesse parlato per mezz’ora al telefono, Oscar e Savina non hanno più dollari, glieli presto io.  Dopo un controllo veramente minuzioso e lungo, anche a causa di parecchie incomprensioni con le guardie, finalmente corriamo sulla pista verso il minuscolo aereo da 30 posti, mentre l’hostes ci aspetta sulla porta piuttosto spazientita. Finalmente sprofondiamo sulle sedie e decolliamo. Sono abbastanza rimbecillito, però quest’aereo mi sembra veramente volare troppo basso, a non più di qualche centinaio di metri da terra. Sorvoliamo un arcipelago di isole molto bello, ma ci abbassiamo ancora finchè…. Atterriamo! Sono passati pochi minuti dal decollo e non siamo già arrivati a Panama,(come crede Oscar ), ma a Bocas del Toro, dove arriveranno tra poco i nostri amici. Invece noi ripartiamo, stavolta voliamo alle quote consuete finchè, scorgo un bellissimo ponte su un amplissimo canale e intuisco che siamo a Panama City, sarebbe uno scorcio panoramico da sogno ma non faccio in tempo a recuperare la macchina fotografica che l’aereo, con un lieve battere di ali, atterra. Recuperato il bagaglio, usciamo dall’aeroporto cercando un taxi che ci porti in uno dei due alberghi che ci hanno segnalato. Troviamo un taxista vecchietto, da cartolina, con un cappello da cow-boy da foto, che ci viene incontro deciso:”Dove volete andare? No, datemi retta, quei posti sono cari e pericolosi, fidatevi di me che ho un posticino fantastico, mi sarete riconoscenti”. Perché no, lo seguiamo. &lt;br /&gt;Entrando a Panama, nonostante il fatto che credo di aver fatto una certa abitudine alla fatiscenza dei luoghi, mentre il taxista si offre di portarci subito al canale per guadagnare un po’ di più, resto abbastanza impressionato dalla povertà dei vicoli, dai muri diroccati e dal senso di latente pericolo che si respira, dall’atmosfera di piombo: penso che non ci sarebbe troppo da stupirsi nel vedere una banda di gangsters uscire da qualche parte per mitragliare qualche macchina che fugge all’impazzata. Anche qui di turisti veramente pochini, però ci sono centinaia di taxi che girano come mosconi impazziti offrendosi a prezzi veramente economici. Arriviamo finalmente nell’albergo, in calle Cuba, sono circa le 11 del mattino. Ci sono strani neon all’entrata, la tipa alla reception sembra una “metresse”; però le camere sembrano decenti ed effettivamente si risparmia qualcosina rispetto ai posti che ci avevano indicato. Saldiamo due notti, scendiamo a prendere i bagagli e risaliamo alle camere per depositarli. La mia camera resta aperta un attimo, si apre la porta di fronte e si materializza una ragazza mezza di colore, praticamente nuda; fingendo imbarazzo mi chiede qualcosa e senza aspettare la mia risposta si fionda in camera e si siede sul letto. Sinceramente rimango esterrefatto, questo proprio non me l’aspettavo, Oscar subito si avventa sulla soglia della camera, e con un risolino falso mi chiede se penso di rimanere lì o andare con loro; va beh, non è particolarmente carina, anche se abbastanza atletica, e così, in un attimo, decido di farla uscire col mio spagnolo ormai ottimamente funzionale. Se ne va, un po’ incredula, sparendo nella stanza di fronte. Avrà pensato che sono gay.&lt;br /&gt;Scendiamo per strada, non c’è il sole ma fa veramente caldo, sinceramente all’inizio sono un po’ distratto dalla quasi certezza di essere un mezzo idiota; ma velocemente tutto svanisce, mi perdo guardando la vita che pulsa in questa città, passiamo attraverso una zona ospedaliera, poi arriviamo al mare e guardiamo ammirati soprattutto la zona dei grattaceli, sembra di stare a New York. Una New York annerita e devastata.&lt;br /&gt;Fatta qualche foto, il caldo si fa sempre più opprimente, andiamo un po’ a zonzo finchè ci fermiamo per il pranzo in un locale molto alla buona, dove si può mangiare un bel piatto di riso, fagioli e carne per pochissimo prezzo. Quando usciamo, vorremmo andare a vedere il Canale ma anche un po’ la città e Oscar contratta con un taxi sgangheratissimo: per 5 dollari a testa ci porterà in giro per tutto il pomeriggio ovunque vogliamo andare. &lt;br /&gt;Cominciamo con la visita a quella parte del Canale più spettacolare, appena fuori città, dove avviene il passaggio materiale delle navi da un oceano all’altro attraverso un sistema di quattro immensi vasconi che si riempono o si vuotano dell’acqua a seconda di dove stanno andando queste gigantesche navi per il trasporto delle merci; il livello dell’acqua del Pacifico infatti è più alto rispetto al livello dell’Atlantico. E’ veramente spettacolare vedere questi altissimi scafi, pieni di migliaia di containers, abbassarsi o alzarsi in pochi minuti. I Panamensi hanno costruito una tribuna dove la gente può assistere comodamente e nel modo migliore a questo miracolo di ingegneria, veramente non ci si annoia mai, anche per le precisissime spiegazioni di uno speaker che illustra tutte le caratteristiche della nave che stiamo vedendo, compreso il carico e la rotta, dispensando coloro che ascoltano anche molti cenni storici riguardanti il canale; il tutto in un gradevole contesto paesaggistico collinare.    &lt;br /&gt;Mentre assistiamo a tutto questo comincia un tremendo temporale, accompagnato da scrosci d’acqua persistenti e molto intensi. In una pausa, riprendiamo il taxi e partiamo da quel luogo; dopo aver vagato un po’ nei quartieri più popolari, mente Oscar stringe sempre più amicizia col tassista attraverso un dialogo isapno-veneto veramente buffo, decidiamo di visitare le isolette che si trovano di fronte alla città, unite da una strettissima lingua di terra che contiene solo la strada, del resto mare su entrambi i lati. Io sono di dietro con Salvina e le faccio notare il cielo che si va accumulando sopra i grattacieli, che vediamo all’altro lato della baia: sembra sempre più un cielo da uragano, con tanto di parvenza di imbuto vorticoso, e mentre guardiamo, in breve tempo, tutto il centro abitato alle nostre spalle sparisce. Sono abbastanza teso quando ritorniamo verso la terra ferma, la pioggia violentissima produce un frastuono incredibile, bisogna urlare per parlare; scopro inoltre che il mio finestrino non chiude bene, l’acqua entra abbondante per non dire delle secchiate in faccia ogni volta che incrociamo un auto in senso opposto. &lt;br /&gt;C’è molta allegria quando cerchiamo di muoverci in città tra i fulmini, attraverso strade improvvisamente trasformate in impetuosi torrenti; ridiamo ancora quando l’auto, svoltata in un vicolo che sembra un fiume di montagna in piena, si spegne travolta dalla furia dell’acqua. Siamo sospinti all’indietro, proprio in mezzo alla strada principale, la batteria gracchia ma di rimettersi in moto il taxi proprio non ne vuole sapere, le altre auto incuranti passano a velocità sostenuta. Il tassista scende a spingere, non c’è altra soluzione, imitato da Oscar scalzo e da me in costume da bagno, mentre Savina si mette al volante, dietro ai vetri appannati. Sferzati da dolorose mitragliate di pioggia, ridiamo e urliamo al cielo e alle macchine per farci coraggio. Ma accade l’imprevedibile: la strada è sommersa da almeno 30 cm d’acqua per cui non si vedono le fogne saltate e una ruota sprofonda proprio in uno di questi buchi invisibili. Siamo assolutamente bloccati proprio in mezzo la traffico, nonostante tutti i nostri più poderosi sforzi la macchina rimane piantata in questo buco, mentre al coperto si va radunando una discreta folla di curiosi che assiste senza prestare aiuto. &lt;br /&gt;Seguono momenti bagnatissimi e di moderato panico, finchè l’autista riesce in qualche modo a fare uscire la ruota dalla buca facendo leva sul cric e sulla forza della disperazione. Finalmente riusciamo ad accostare, finalmente un po’ di quiete e subito mi accorgo che, in tutto quel parapiglia, sono spariti gli occhiali: ma c’è troppa allegria e sono troppo eccitato per preoccuparmene.&lt;br /&gt; Oscar è in cerca di un posto dove si possa mangiare l’aragosta e così il tassista, che nel frattempo si è fatto esageratamente ciarliero, ci porta al mercato del pesce perché lì, in una specie di bar al piano di sopra, si mangerebbe l’aragosta. Scendiamo bagnati fradici e a torso nudo, ci sediamo ad un tavolo e beviamo una cerveza tra gli sguardi stupiti dei locali, mentre il tassista racconta loro l’accaduto. Ridiamo di gusto, ci sentiamo bene. &lt;br /&gt;Il giorno dopo partiamo per la visita vera e propria della città. Non abbiamo guide, però ricordo di aver visto in una trasmissione di viaggi in televisione, durante l’inverno, un bel quartiere spagnolo qui a Panama City. Chiediamo perciò alla “metresse” dove si trova la parte antica della città. Lei non capisce assolutamente, non sa di cosa parliamo, non è il genere di cose di cui si preoccupa. Poi finalmente ha un’illuminazione, prende una cartina e ci indica una zona costiera; arriviamo col taxi, ma scopriamo solo un museo e una serie di rovine appartenenti ai primi insediamenti. Non è quello che avevo visto, cerchiamo di entrare nelle stradine dell’interno; è una zona molto popolare e molto povera, chiediamo in giro ma nessuno sa di che parliamo, proseguiamo per quella che sembra la strada principale del quartiere, seguiti da parecchi sguardi indiscreti. &lt;br /&gt;Incrociamo due poliziotti in moto, che virano e ci seguono a distanza, imitati dopo poco da altri due poliziotti in bicicletta; ci stanno veramente ala calcagna, proseguiamo un po’ così, poi ci fermiamo per interrogarli:”Cosa volete? Siete qui per noi?”.”Sì, questa è una zona pericolosissima, prendete il primo taxi e andatevene”.&lt;br /&gt;Ringraziamo e eseguiamo subito, trovare un taxi qui non è mai un problema, sono tantissimi e sono sempre in movimento per le strade, inizialmente c’è qualche problema di comunicazione col grosso taxista di colore che sembra Berry White ma poi riusciamo a farci capire, specialmente lo spagnolo-veneto di Oscar riesce a fare breccia. &lt;br /&gt;Passiamo la zona dei grattacieli, poi il mercato nero, infine arriviamo nella zona delle ambasciate: è il “casco antiguo”, proprio quel quartiere spagnolo che avevo visto in tv. &lt;br /&gt;E’ molto piacevole passeggiare per queste strade, che sono molto ordinate e pulite, e contemplare gli edifici in stile spagnolo seicentesco, le chiese antiche riccamente adornate; c’è anche una bellissima piazza balconata che da sul mare, da cui è possibile scorgere la zona moderna. &lt;br /&gt;Dopo un po’, ci infiliamo in un museo del Canale di Panama, bellissimo, ricco di foto, spiegazioni e filmati; si parte fin dai tempi di Colombo, quando già si pensava a trovare un passaggio per le Indie, passando per le discussioni al Congresso Americano sul luogo più adatto al passaggio, poi gli immensi problemi di realizzazione, le migliaia di operai provenienti da tutto il mondo, anche dall’Italia, che, in condizioni inizialmente impossibili, con le malattie che facevano strage, hanno reso possibile quest’opera.  Siamo praticamente i soli visitatori, così è possibile gustarsi molto lentamente e in maniera approfondita il fascino di questo taglio tra due mondi, le due americhe, per raggiungere un altro mondo.&lt;br /&gt;Usciamo, fa veramente caldo e per il pranzo ci fermiamo in uno di quei posti caratteristici, tipo mensa e molto economici, dove è possibile apprezzare in profondità il senso della vita di queste parti; poi andiamo ancora un po’ a zonzo, ritornando verso l’albergo, per questa città bellissima anche perché non ancora toccata dal turismo; prova ne sia il fatto che debbo proprio impegnarmi a fondo per trovare una cartolina, finchè la scovo in una farmacia.&lt;br /&gt;Ritornati in albergo resto un po’ a contemplare la città dalla piscina, o almeno quella vasca che chiamano così, praticamente una tinozza, del settimo piano; da lì si sbircia anche dentro le case, semplici e oneste; la sera, che è l’ultima, per celebrarla degnamente decidiamo di andare all’Hotel Venezia, a pochi metri dal nostro, quello che avremmo dovuto scegliere dall’inizio, e ordiniamo “ paella alla valenciana”: pessima scelta.&lt;br /&gt;Il mattino della partenza scendiamo per strada alle 4.30, dove abbiamo l’appuntamento col nostro amico taxista del giorno prima. E’ in ritardo quando da lontano si sente arrivare come uno sciame irregolare di scoppi violentissimi:”E’ lui!”, ci diciamo, e infatti eccolo comparire, un po’ trafelato, scusandosi perché l’auto ha avuto “qualche problema”. &lt;br /&gt;Saliamo a bordo, sicuramente va al massimo a tre cilindri, mentre continuano a sentirsi i botti, in scia. Lui dice che non c’è problema, Oscar sostiene che non arriviamo; sul ponte quasi si ferma, mentre è squassata dai colpi che fuoriescono dalla marmitta, poi riprende un po’ d’abbrivio. Ci fermiamo al casello per pagare il pedaggio, lo paga l’autista, ma poco dopo appare chiaro che ha ragione Oscar. Anche il nostro amico si arrende all’evidenza, eppure si preoccupa solo di fermare un altro taxi, impresa per altro assolutamente facile perché anche a quell’ora del mattino la città è piena di quelle mosche che girano come impazzite. Ci aiuta a fare il trasbordo e ci saluta caramente, prima di affondare la testa sul motore fumante. Non ha guadagnato niente, ha solo perso dei soldi, però non ha dimenticato di dedicarci il suo miglior sorriso; chissà ora dove sarà….&lt;br /&gt;Espletate tutte le faccende d’imbarco, eccoci sul volo diretto ad Atlanta; il pilota vuole farci l’ultimo regalo, sorvolando  a bassa quota prima la gigantesca baia con le gigantesche navi in attesa, poi il ponte girevole e infine sorvoliamo tutto il canale inciso tra la vegetazione per giungere sull’Atlantico, come fossimo stati anche noi una nave, però con le ali.&lt;br /&gt;Anche se non è una bella giornata è uno spettacolo assolutamente meraviglioso!&lt;br /&gt;Arrivati sull’oceano, puntando decisamente verso il mare aperto, risaliamo dolcemente sopra le nubi finchè la terra alle nostre spalle svanisce.  &lt;br /&gt;Così che ti lascia l’impressione di aver vissuto un sogno.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-2408005659546456790?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/2408005659546456790/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/centroamericana.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/2408005659546456790'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/2408005659546456790'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/centroamericana.html' title='Centro America, tra cielo e terra'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-2589685602435308932</id><published>2010-01-26T18:48:00.003+01:00</published><updated>2010-01-30T16:24:48.745+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggi'/><title type='text'>Aspettando i bagagli</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://comps.fotosearch.com/comp/BCP/BCP133/famiglia-standing-insieme_~BCP033-07.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 300px; height: 219px;" src="http://comps.fotosearch.com/comp/BCP/BCP133/famiglia-standing-insieme_~BCP033-07.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;                                 Controlli in aeroporto&lt;br /&gt;Qualche anno fa atterrai a Guatemala City; eravamo in un gruppo di una dozzina di italiani e, causa i ritardi dei controlli a Miami per una rinnovata allerta attentati, solo io e un mio amico abbiamo ricevuto bagaglio. Tutti gli altri dovevano aspettare l'arrivo del volo seguente e sperare che li avessero caricati lì....&lt;br /&gt;C'erano 4 soldati guatemaltechi che controllavano i bagagli all'arrivo.&lt;br /&gt;L'altro ragazzo era un milanese, conosciuto in quel momento, che era un pò teso perchè mi aveva detto che portava nel bagaglio della roba fumabile sì ma che non era esattamente sigarette. Allora arriviamo lì dove ci sono questi 4 soldati, che stanno lì come quei militari a cui vien assegnato come compito di pulire il cortile dai mozziconi di sigaretta e allora tengono una scopa in mano ma in realtà guardano la copertina d Playboy...arriviamo con gran sorrisi, diamo subito un cinque ad un paio di loro e passiamo senza neanche accennare a fermarci...loro, lievemente depressi, ci fanno passare senza neanche controllare i nostri bagagli, molto spartani, e ci sediamo sul bancone a 3 metri da loro, subito dopo la linea dei controlli, a bere una coca-cola e ad aspettare il resto del gruppo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo un pò, arriva una famiglia di tedeschi: lui, un enorme panzone, lei, una tipa orrenda e rinsecchita con due cinnazzi.&lt;br /&gt;Portavano con loro 4 valigie rigide gigantesche, la più piccola era più grande dell'armadio che ho in casa.&lt;br /&gt;Il ciccio arriva lì e passa i controlli: nessuno lo degna di uno sguardo, anzi quasi gli voltano le spalle.&lt;br /&gt;Ma lui, subito dopo, colto da un'improvviso e quanto mai inopportuno colpo di zelo tedesco, ritorna indietro e fa ai 4:" Scusatemi, volete controllare?"&lt;br /&gt;I 4 si guardano e decidono che sì, in fondo sono lì per quello, pagati non lo so, forse, comunque hanno anche la divisa...insomma, il ruolo impone loro, effettivamente, di guardare dentro le valigie.....&lt;br /&gt;Una roba da non credere..........ancora adesso quando ci penso mi scappa da ridere....!! &lt;br /&gt;Ma i tedeschi erano già passati!!!!  &lt;br /&gt;Oh, gli hanno fatto aprire tutto.....TUTTO!!!! e quando dico TUTTO, voglio dire proprio TUTTO!!!!!!!!!!!!!!! Hanno controllato anche il contenuto dei tubetti di dentifricio..&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io e il mio amico, anche rilasciando un pò la tensione di viaggio complicato,  ridevamo a crepapelle, senza ritegno; e il panzone un pò la fatica, un pò il caldo e molto l'incazzatura, diventatava sempre più rosso e sudato.&lt;br /&gt;Quando gli altri del gruppo sono riusciti a recuperare il bagaglio ( non tutti ), ce ne siamo andati dall'aeroporto col la donnina rinsecchita che provava ancora di infilare la roba nei valigioni, sedendosi sopra, perche non ne voleva più sapere di starci dentro tutta e ne rimanevano sempre fuori dei pezzi, mentre il panzone si era sdraiato mezzo morto sul bancone dove eravamo prima seduti e non dava più segni di vita...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma che roba..... che risate..!!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-2589685602435308932?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/2589685602435308932/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/esperienze-di-viaggio.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/2589685602435308932'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/2589685602435308932'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/esperienze-di-viaggio.html' title='Aspettando i bagagli'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-9072608371391695660</id><published>2010-01-26T18:13:00.005+01:00</published><updated>2010-02-08T21:26:55.879+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='basket'/><title type='text'>Il ritiro di Binelli</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://img.bnit.webpont.com/art/a/abinelli.JPG"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 299px; height: 448px;" src="http://img.bnit.webpont.com/art/a/abinelli.JPG" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;                                           Binelli si è ritirato&lt;br /&gt;Binelli per me è stato uno dei più grandi giocatori che abbiano giocato nella Virtus Bologna.&lt;br /&gt;Da giovane era un talento come adesso è Bargnani: meno eclettico, però con molta più tecnica da pivot. Più partecipe dello spogliatoio, mano analoga. Però a quei tempi, non essendoci il tiro da 3, si pensava che fosse stolto che un 2.13 tirasse da lontano.&lt;br /&gt;Se fosse andato in un'Università americana e avesse giocato nei prof sarebbe stato buonissimo.&lt;br /&gt;Per delle regole che adesso farebbero ridere i polli, non ha potuto.&lt;br /&gt;Ma la sua classe era scintillante.&lt;br /&gt;Ricordo una partita clamorosa durante il suo primo anno dopo che era tornato, contro Milano. Di là c'era uno strepitoso Joe Barry Carroll, ma la partita la vinse Binelli con un 9/10 da 2 ( mi sembra ) che trasudava classe da tutti i pori, pazzesco nei modi ma anche perchè scaturito nonostante lo marcasse il grande Dino Meneghin, senza risparmiargli nessun colpo.&lt;br /&gt;In quella partita, veramente, me ne sono cestisticamente innamorato.&lt;br /&gt;Aveva problemi coi falli ingenui.&lt;br /&gt;In carriera ha vinto diversi scudetti, il suo grande contributo l'ha dato sempre; anche se sicuramente avrebbe potuto incidere ancora di più.&lt;br /&gt;Forse, un pizzico di cattiveria agonistica in più, in molte occasioni, non avrebbe guastato.&lt;br /&gt;Però tutti si ricordano, giustamente, di Brunamonti come giocatore franchigia.&lt;br /&gt;Certo, Brunamonti era il capitano, ci mancherebbe.&lt;br /&gt;Ma Binelli è stato uomo franchigia in egual modo.&lt;br /&gt;Anche la sua carriera si è sempre vestita di una sola maglia, quella bianconera.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-9072608371391695660?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/9072608371391695660/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/il-ritiro-di-binelli.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/9072608371391695660'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/9072608371391695660'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/il-ritiro-di-binelli.html' title='Il ritiro di Binelli'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-6001641881208225664</id><published>2010-01-25T21:52:00.003+01:00</published><updated>2010-01-27T21:38:16.743+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggi'/><title type='text'>Berlino, check point charlie</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://images.voiaganto.it/germania/berlino/berlino/recensione-checkpoint-charlie-checkpoint-charly-and-wall-museum-berlino-P11829PZ.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 580px; height: 435px;" src="http://images.voiaganto.it/germania/berlino/berlino/recensione-checkpoint-charlie-checkpoint-charly-and-wall-museum-berlino-P11829PZ.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;                                                    Berlino capodanno 2000&lt;br /&gt;Anche se non è mai una scelta troppo comoda, almeno per me, sfidare il freddo e il buio opprimente dell’inverno, quest’anno ho deciso di passare il capodanno a Berlino, convinto anche dalla divertente compagnia che sapevo avrei trovato. Dopo un cambio un po’ frenetico a Bruxelles, dove raggiungo sul volo sabena Francesca e Sara, eccomi finalmente, il 28 dicembre, atterrare all’aeroporto di Tempelhof, in pieno centro di Berlino. E’ ormai vecchio, fu costruito al tempo della repubblica di Waimar e solo a questo deve il fatto di essere ancora in piedi così com’era, con le sue troneggianti e potenti aquile imperiali; infatti, fu ripreso e ampliato sotto il nazismo, periodo che adesso i tedeschi vogliono rimuovere anche materialmente a tutti i costi, distruggendo loro stessi tutto ciò che lo possa far ricordare e quel poco che è scampato ai bombardamenti alleati. Ha un aspetto un po’ triste, l’enorme salone spoglio e poco utilizzato perché evidentemente sono poche le compagnie che lo utilizzano, due antichi biplani penzolano dal soffitto. Ma questo è uno di quei posti dove si è fatta la storia: infatti, quando il 24 giugno 1948 i russi bloccarono le vie d’accesso a Berlino Ovest per strangolare questa parte della città, ovviamente per entrarne in possesso, si trovarono di fronte subito la decisissima risposta Nato che usò soprattutto questo aeroporto per rifornire di tutto gli assediati fino al 12 maggio 1949 con un formidabile ponte aereo, fino a quando l’assedio cessò. Una provocazione per rispondere alla provocazione precedente. Nel corso di quei mesi morirono 79 persone, un tributo tutto sommato accettabile se si considerano i rischi che corse tutto in mondo in quell’anno e subito fuori c’è Luftbrukendenkmal, il monumento che ricorda quei morti e quel terribile momento nel quale si scrisse una pagina importantissima, probabilmente decisiva, del rapporto tra le due superpotenze.&lt;br /&gt;Usciamo camminando sul ghiaccio, naturalmente è già buio, ci guida Jette a casa di Ralph, lui è a sciare in Austria. Jette è una ragazza molto dolce e carina, ha sempre un gentilissimo sorriso stampato sul viso, non posticcio, però cammina con passo prussiano e non ha la macchina. Con tutti i bagagli la seguiamo su e giù per le fermate della metropolitana, dobbiamo andare in un posto che sta tra le fermate di Friedrich-Wilheim Platz e Walther-Schreber Platz, però lei non si ricorda molto bene dov’è, andiamo un po’ a zonzo e naturalmente prendiamo la strada più lunga. Nonostante il freddo, arrivo in un bagno di sudore. La casa di Ralph, all’ultimo piano, dopo diverse rampe di scale in legno molto rumorose, è piccola ma accogliente, c’è la moquette dappertutto e bisogna girare scalzi per non fare innervosire l’inquilino di sotto; nel soggiorno, che diventa all’occorrenza camera da letto, si trova una raccolta di CD ricchissima, soprattutto musica jazz e soul, l’ideale per i momenti di relax. C’è anche una piccola veranda molto carina fatta tutta a vetri che permette di vedere bene tutto attorno ma che non è l’ideale al mattino quando si cerca di dormire.  &lt;br /&gt;Lasciamo i bagagli e torniamo all’aeroporto a prendere Claudio e Marco. Scene buffissime quando entriamo nei ristoranti con le loro valige rigide da aereo chiedendo: ”Zimmer frei?”, ricevendo indietro lo sguardo sbigottito dei ristoratori. Jette si è messa in testa di portarci in un ristorante indiano, cominciamo bene, proprio indiano…, io sognavo già i würstel, Claudio esulta con un sorriso sgonfio, d’altra parte lei è vegetariana, eccetto, sembra, le volte che va a cena dai genitori di Francesca. Ma glielo perdoniamo, sia perché rimproverare qualcosa ad un essere tanto gentile è impossibile, sia per i suoi toccanti ricordi dell’epoca del muro; era una bambina allora e la prima volta che andò a Berlino Est, dopo aver ottenuto la necessaria documentazione, fu per trovare dei suoi parenti che la vennero a prendere al confine. Si ricorda bene i soldati, ma quando tornò disse che le uniche differenze che aveva notato con l’ovest erano la carta igienica più grossa e l’omino dentro cui splendeva la luce verde del semaforo.&lt;br /&gt;E’ bello essere piccoli.&lt;br /&gt;Torniamo in taxi, siamo in cinque e ne servono due, indugiamo un po’ per decidere chi deve salire e già il taxista si spazientisce, intimandoci indignato di dire a quelli che stanno giù di togliersi dalla strada. Arrivati in casa ci togliamo subito le scarpe, ma dopo mezz’ora si materializza l’inquilino di sotto che si lamenta per il rumore dei passi, Lisa cerca di calmarlo ma è sempre peggio e, anzi, la costringe a prendere un paio di sue ciabatte: ”Take it, take it!”, ringhia.&lt;br /&gt;E’ bello essere in Germania.&lt;br /&gt;Il mattino dopo siamo già diretti al Mitte, il quartiere centrale e più bello di Berlino, e della sua Unter der linden (che letteralmente significa “sotto i tigli”) che sarebbe la strada centrale di Berlino e del Mitte, quella dove si trovano gran parte dei monumenti più importanti della città.&lt;br /&gt; Incominciamo dall’inizio, dalla Brandeburgen Tor che si presenta tutta avvolta da teli e impalcature e per questo infotografabile; fu costruita nel 1791 sul modello dell’entrata dell’Acropoli di Atene, un tempo confine tra l’est e l’ovest di Berlino adesso è quasi un simbolo della riunificazione. In alto si trova la Quadriga guidata dalla dea della vittoria: nel 1806 Napoleone, dopo aver occupato la città la fece portare a Parigi, nel 1814 tornò dov’era grazie alle gesta di un prode generale prussiano. Lì vicino si trovano quasi tutte le ambasciate più importanti, alcune ancora in fase di costruzione. Andiamo subito al Reichstag, ma dobbiamo rimandarne la visita perché c’è una fila tipo coda per il pane nella Russia sovietica; non siamo ancora tanto abituati al freddo per stare fermi in piedi a lungo sopra il ghiaccio. Allora continuiamo a scendere per la Unter der Linden, uno stradone di proporzioni gigantesche; subito troviamo l’ambasciata Russa, un colosso stalinista in marmo bianco del 1950, ma altri palazzi simili gli fanno da contorno. Arriviamo all’angolo tra Unter der Linden e Friedrichstrasse, un tempo il luogo più animato di Berlino, ma si parla di prima della seconda guerra mondiale: adesso è rimasto il Cafè Kranzler, ricostruito. Giriamo attorno alla Università di Humboldt e attraversiamo lo Spree, è tutto molto deserto e silenzioso, i palazzi sono imponenti e di mattoni grezzi rossi, è ancora forte la matrice dell’est. Arriviamo fino a Oranienburger Strasse dove sorge la Neue Synagoge, la “Nuova Sinagoga” ebraica, molto bene restaurata, in stile moresco-bizzantino con una cupola di argento e oro. Fu inaugurata nel 1866 e durante la “notte dei cristalli”, tra il 9 e il 10 novembre 1938 quelli delle SA cercarono di appiccarvi fuoco come a tutte le altre sinagoghe. Allora non ci riuscirono, ma in seguito la sinagoga fu profanata dai nazisti prima di essere colpita dai bombardamenti. Sotto la RDT i resti furono fatti languire fino alla metà degli anni ’80, poi si cominciò la ricostruzione e fu inaugurata nel maggio del 1995 alla presenza anche di Helmut Kohl. Lì di fianco mangiamo in un locale molto spartano e proviamo il Frushtuck, cioè la prima colazione: ci portano un piattone immenso che si farebbe prima a dire quello che non c’era. Ma provo a ricordare: si va dall’uovo alla coque, al formaggio di vario tipo, al salume vario, alla verdura, allo yogurt, alla frutta, al burro, alla marmellata; io poi completo il tutto ordinando da bere il succo di pomodoro, per sentirmi un vero tedesco.&lt;br /&gt;Visitiamo poi una galleria d’arte moderna orrenda, di quelle cose pesantemente alternative e postmoderne. Si entra e i si siede su dei blocchi bianchi di cemento per guardare un film in tv dove dei carcerati si picchiano ferocemente e interviene la polizia a dividerli con gli idranti, poi si arriva in un’enorme sala dove si trovano appese alla parete foto di gay e altre enigmatiche, mentre viene proiettato in continuazione un filmato dove si vedono truppe arabe esultanti in jeep e piccoli monitor diffondono interviste di fricchettoni vari, mentre alcuni ascoltano le cose indubbiamente interessantissime che stanno dicendo, in cuffia. Per me si potrebbe anche andare, ma gli altri sembrano interessatissimi, così andiamo anche al piano di sopra; qui si trova una mostra fotografica, decente, di facce. La cosa più divertente è uno scivolo tipo acquatico in vetro plastificato, attraverso un percorso a spirale che ad un certo omento passa anche fuori dall’edificio si arriva dritto dritto dentro gli uffici degli impiegati del piano di sotto, che ovviamente ti accolgono con sguardi gelati. Oh…l’hanno fatto loro! Francesca si storge leggermente la caviglia e fa un po’ di storie.&lt;br /&gt;Proseguiamo per Alexanderplaz, un’area immensa e poco adorna solo per andare sulla Torre della televisione, costruita nel 1969 e alta 365 metri. Mentre stiamo facendo una fila bulgara immensa e lunghissima, visto che non si  muove mai, mi viene la brillante idea di andare a telefonare, il cellulare è morto; il tutto però mi richiede un po’ di tempo e quando torno gli altri sono già molto avanti e mi chiamano. Non so che fare e poi mi decido a salire le scale attraversando in lunghezza quel fiume umano: ”That are my friends”, ”Please”, ”Sorry”, ”Excuse me”…La Germania non è il posto migliore per esibirsi in un numero di questo tipo, però nessuno mi dice niente, sono troppo sorpresi, mi scrutano divertiti per il fatto che a qualcuno possa anche solo venire in mente di fare una cosa simile!&lt;br /&gt;Finalmente arriviamo a 207 metri dove c’è il Telecafè, un ristorante-bar molto romantico nel buio della notte, dalle vetrate si vede tutta Berlino là sotto, la luce fioca della candela illumina i volti mentre il pavimento ruota lentamente attorno al fulcro e una musica rilassante si diffonde attorno. Mancano ancora alcuni giorni a capodanno, ma già si scorgono in più punti i fuochi artificiali, li vedono tutti tranne Sara che riesce nell’impresa di guardare sempre da un’altra parte, al punto da pensare che la prendiamo in giro.&lt;br /&gt;La sera festeggiamo anche il suo compleanno, è nata il 30 dicembre ma i suoi l’hanno registrata all’anagrafe l’1 gennaio, un espediente per farla apparire più nuova, come si fa con le macchine; si ingaggia una gara di barzellette, io non me ne ricordo neanche una ma siamo stanchi e non c’è molta allegria, Francesca vuole obbligatoriamente aspettare le 0.30 per consegnarle il regalo, ma cadiamo dal sonno: sono stati due giorni intensi e si è dormito pochissimo.&lt;br /&gt;Il giorno dopo infatti ci svegliamo tardissimo e arriviamo a Potsdamer Plaz solo a mezzogiorno. Questa zona, che deve il suo nome e la sua originale importanza alla prima linea ferroviaria per Postdam nel 1838, agli inizi del secolo era diventata il cuore della vita e dei divertimenti di Berlino. Rasa al suolo, è diventata il cantiere del modernismo. Andiamo subito al Sony Center, una roba da paura in acciaio e cupole vetrate. Bello ma disumano. Il bar-ristorante sotto è invece un posto kitch tipo cow-boy, discutibilmente abbellito; qui, dopo aver mandato più volte sull’orlo di una crisi di nervi una cameriera molto graziosa perché cambiamo più volte le ordinazioni, mangio una bella patata lessa con salse varie, l’ideale per colazione. Il Sony Center è anche questo una cosa da non credere, ci sono tutte le diavolerie elettroniche possibili e immaginabili, e io che credevo di essere abbastanza al passo coi tempi solo perché ho un computer e uso Internet capisco invece di essere, praticamente, all’età della pietra. Anche se molte cose, tipo la play-station e tutto ciò che la riguarda non mi interessano e non mi interesseranno mai.&lt;br /&gt;Usciamo e andiamo alla Daimlercity, (dal none dell’imprenditore che fece ricostruire quest’area, DaimlerChrysler appunto), la nuova Berlino; qui, sul progetto iniziale di Renzo Piano e Christoph Kohlbecher, una serie di architetti ha progettato le strutture di quest’area avveniristica e ultramoderna sorta in soli 4 anni, formata da 19 edifici. Difficile descrivere l’impressione che suscita il tutto: da ricordare il Palazzo Debbia di Renzo Piano, l’Hotel Gran Hyatt di Rafael Moneo, il Potsdamer Plaz Arkaden (un centro commerciale gigantesco al quale si accede anche dalla metropolitana), il Berliner Volksbank di Arata Isozaki (due blocchi di uffici rettangolari paralleli collegati attraverso diversi ponti coperti di vetro). Ci viene a prendere Iette, beviamo qualcosa in un bar futuristico dove serpeggia un bancone di legno al quale ci si aggrappa. Jette ha portato dei graziosissimi regali a Sara, tra cui un’utilissima scatolina per caramelline il cui coperchio salta via con una pressione ben assestata, indispensabile in auto per non perdere il controllo della strada. Subito mi entusiasmo di questa cosa, ipotizzando una situazione di sorpasso, in curva cieca, mentre uno parla al cellulare e con un piede fa il giocoliere con un cerchio, viene preso da una voglia improvvisa e improrogabile di una caramella: Marco e Claudio ormai si strafogano dal ridere, Jette e le altre, naturalmente, non capiscono.&lt;br /&gt;Dopo un bel cinemino in inglese, entriamo in un locale dove con una bella bottiglia di vino rosso italiano ci facciamo fuori un po’ di antipasti, di salume e di pane. Poi usciamo e Jette, su di una autobus a due piani, ci porta al Chechpoint Charlie, all’angolo tra la Friederickstrasse e la Zimmerstrasse. Questo era il principale passaggio tra le due Berlino durante la guerra fredda e si chiamava così in riferimento alla terza lettera dell’alfabeto fonico inglese (alpha, beta, charlie,…); adesso eleganti palazzi di uffici hanno preso il posto del filo spinato e delle barriere. Una vecchia torretta di guardia e il famoso cartello:”You are leaving the American sector” è tutto ciò che è rimasto; però altre cose si trovano al Haus am Checkpoint Carlie, una specie di museo malridotto e stranamente non curato dove, in un labirinto un po’ casuale di reperti mal ridotti e poster, si trovano cose interessantissime che soprattutto testimoniano i tentativi di fuga dall’est all’ovest, tipo un sottomarino monoposto, scompartimenti nascosti nelle macchine, valige fatte apposta per contenere persone e la documentazione della fuga di una famiglia intera avvenuta in mongolfiera. Ma per me la cosa più impressionante resta la foto in bianco e nero che ritrae 3, 4 carri armati degli opposti schieramenti che si fronteggiano a una cinquantina di metri di distanza, coi cannoni puntati vicendevolmente addosso e pronti a sparare.&lt;br /&gt;Si è fatto buio da un pezzo, proseguiamo attraversando belle piazze e sfiorando bei monumenti fino a Babelplatz, dove nel 1933 i nazisti fecero il primo rogo ufficiale di libri di autori sovversivi, come Bertolt Brecht, Heinrich Mann e Jack London, chissà perché Jack London. Fu un evento funesto che segnò la fine della grandezza culturale raggiunta da Berlino nei due ultimi secoli e adesso, nel luogo esatto del rogo, si trova una vetrata in terra dalla quale si scorge, al livello sottostante, diversi scaffali bianche di libri vuoti; un’immagine molto appropriata e intelligente. Ci aspetta un bel ristorante del Tagikistan scelto da Jette, si sta seduti su cuscini, scalzi, a bere te o a mangiare una fetta di torta. Però il locale è sicuramente particolare, ci sono babbione,  lesbiche,  e un cameriere che ogni volta porta liquidi bollenti gettandosi di ginocchio sui cuscini.&lt;br /&gt;Il giorno dopo, il 31, decidiamo di andare Marco ed io a Prenzlauer Berg, un quartiere che da sempre ha fama di essere anticonformista, poco nazista ai tempi del nazismo, rifiutando in parte di andare a votare ai tempi della RDT; in precedenza a ridosso del muro, adesso è il “quartiere latino” di Berlino, con migliaia di studenti, attratti dai bassi affitti e dalla vivace vita notturna. Veramente questa atmosfera non è semplice da cogliere, è l’ultimo dell’anno ed è tutto chiuso. Interessante la visita al complesso dell’ex fabbrica di birra Schultheiss, alcune parti di questa struttura in mattoni gialli e rossi, costruita in stile liberty, ricordano una cattedrale e il centro culturale Kulturbrauerei (birreria culturale) sta impossessandosi di tutto il complesso. Individuiamo un posto messicano carino per mangiare, solo frequentato da giovani, ma in realtà è un posto che serve solo colazioni a buffet; ho tempo di guardarmi attorno con calma, è interessante considerare il modo diverso dal nostro di atteggiarsi dei ragazzi, c’è molta più compostezza, difficile che qualcuno alzi la voce, però mi sembra anche che ci sia poca allegria. Anche i ragazzi che si scambiano effusioni lo fanno quasi in silenzio, rari i sorrisi che solo a tratti illuminano visi di ghiaccio, sempre molto composti.&lt;br /&gt;Usciamo e continuiamo a camminare, oggi abbiamo deciso di consumare le scarpe, anche perché ogni posto che raggiungiamo è chiuso per la prossimità della festa; è anche ovvio. Anche l’isola dei musei è chiusa, riusciamo però lo stesso a girovagare tra le bancarelle che espongono spille e soprattutto colbacchi con la stella rossa che puzzano di falso lontano un chilometro; ad un certo momento, da una estremità cominciano a coprire le merci con un lenzuolino bianco risibile, passa lentissima una macchina della polizia e appena se n’è andata tolgono di nuovo i lenzuoli: possibile che i poliziotti non avessero capito che su quei tavoli c’era esposto qualcosa?  Ma se ai poliziotti non interessava nulla, perché affannarsi a coprire le merci? Misteri berlinesi.&lt;br /&gt;La sera di Capodanno è veramente piacevole, la passiamo a casa di Anna (un’amica di Sara) e Fabio, il suo ragazzo palermitano. Lavorano a Varsavia, che ci dicono in grossa trasformazione e avviata ad essere una bellissima città (ma Fabio non sembra d’accordo…); ma stanno tantando di tornare a Berlino. Così ci rilassiamo con un cenone a base di spaghetti con tonno e pomodoro, e pizza; il tutto annaffiato con abbondante vino. Verso mezzanotte arriva un gruppo di francesi e il clima della serata si fa decisamente europeo. Arriva la mezzanotte ed è uno spettacolo da non credere: ammassati sul terrazzino, col naso all’insù, assistiamo al più emozionante spettacolo di fuochi artificiali che abbia mai visto, mentre fasci di luce illuminano a giorno il cielo, come se cercassero gli aerei alleati venuti a bombardare. Secondo me ai tedeschi, in fondo, la guerra manca moltissimo e cercano di surrogarla come possono. Questa mia visione dei tedeschi tipo “sturmtruppen” diverte molto Marco e Claudio, per l’occasione ribattezzato Padre Ralph a causa del suo abito completamente nero. Io e Francesca, forse anche per il troppo vino bevuto, ci lanciamo in una serie di spirituals, ma pochi ci seguono. Comunque, una serata molto piacevole per essere l’ultimo dell’anno.&lt;br /&gt;L’1 gennaio 2001 tentiamo di nuovo di andare al Reichstag, questa volta con successo. L’architetto britannico Foster ha preservato nel suo aspetto storico solo l’involucro esterno della costruzione ma l’edificio, dal maggio 1999 ridiventato sede del Bundestag, il parlamento tedesco, è modernissimo. La sua caratteristica più sorprendente è una gigantesca cupola di vetro che sormonta l’aula dell’assemblea plenaria. I visitatori salgono in ascensore fino a una terrazza panoramica e quindi salgono con una rampa a spirale, che permette di spaziare con lo sguardo in tutte le direzioni, fino alla cima di questo scintillante alveare. &lt;br /&gt;Questo è un altro di quei posti dove si è veramente fatta la storia: dopo la prima guerra mondiale, da una delle finestre, Scheidemann proclamò la nascita della Repubblica tedesca, l’incendio qui scoppiato nella notte del 27 febbraio 1933 diede l’occasione a Hitler per attribuire la responsabilità ai comunisti e per consolidare il suo potere e, in seguito, l’immagine di un soldato dell’Armata Rossa che innalza la bandiera in cima all’edificio in fiamme ha fatto il giro del mondo. Particolarmente bella la mostra di foto in bianco e nero sulla storia del Reichstag alla base della rampa a spirale e particolarmente impressionanti le foto di Hitler in divisa in un parlamento di baffoni, il parlamento del periodo hitleriano tutto pieno di buffi tipi coi baffetti e con lo stesso taglio di capelli di Hitler e una foto di militari russi in cima alla cupola, uno dei quali esultante con una luger: qui si avverte proprio il sapore acre di quello che stava accadendo in quei momenti. Ma ora, proprio in questo stesso posto, si è appena riunito il congresso dei popolari europei, perché adesso la storia della Germania è ritornata ad essere la storia d’Europa.&lt;br /&gt;Usciamo che è un gran freddo; io e Marco abbiamo però deciso ugualmente di andare a piedi al Pergamon e non ci facciamo dissuadere. Dopo un tragitto veramente un po’ difficoltoso, in mezzo a ghiaccio, deserto e vento, arriviamo verso le 17, peccato, abbiamo solo un ora per ammirare le bellezze che sono qui contenute. Soprattutto l’Altare di Pergamo (165 d.C.) proveniente dall’Asia Minore, un gigantesco santuario di marmo alto come un palazzo a tre piani; il fregio di 120 metri disposto sulle pareti della sala rappresenta la battaglia tra gli dei e i giganti. La Porta di Mileto, gigantesca e spettacolare, costruita sotto l’imperatore Adriano agli inizi del  II secolo dopo Cristo, è splendidamente conservata. Passando attraverso questa porta si passa improvvisamente in un’altra cultura e in un’altra epoca: Babilonia, durante il regno di Nabucodonosor II (604-562 a C.) e il pezzo forte di questa collezione è la Porta di Ishatar, affiancata da 30 metri della “strada delle processioni”. Le pareti della porta e della strada sono ricoperte di mattonelle smaltate blu cobalto e ocra con rilievi di leoni in cammino, cavalli, draghi e unicorni. Sopra ci sarebbe anche il museo di arte islamica, ma ci cacciano fuori.&lt;br /&gt;Alla sera, ceniamo in un ristorante cinese dove ci servono porzioni gigantesche.&lt;br /&gt;Il giorno dopo, io e Marco, i camminatori per eccellenza, partiamo per un’altra lunga camminata a Kreuzberg, il quartiere turco. Dopo un lungo peregrinare arriviamo alla collina Kreuzberg, alta 66 metri e sormontata dal Viktoriapark, un parco piuttosto selvaggio e tortuoso, molto bello nella neve, che può essere scalato con alcuni rapidi e corti sentieri. In cima, troneggia  il monumento di Kreuzberg, dedicato alle guerre di liberazione combattute contro Napoleone nel 1813, somigliante ad una guglia di cattedrale e sormontato da una croce. Croce in tedesco di dice kreuz, quindi il monumento ha dato il suo nome a tutto il quartiere.  Adesso è tutto cosparso dei rimasugli della notte di capodanno, bottiglie vuote, nastri, fuochi d’artificio ovunque, la neve ha mille colori, perché è qui che si radunano tanti berlinesi per guardare i fuochi di mezzanotte. &lt;br /&gt;Giriamo un po’ per la zona, passiamo per certi rioni rimasti inalterati dagli anni ’30 e poi, insieme a Claudio che ci ha raggiunto, andiamo a vedere la sezione più lunga e famosa tuttora esistente del “muro”, circa 1300 metri lungo Muhlenstrasse, da Warschauer Strasse fino quasi alla stazione ferroviaria di Hauptbahnhof. Il tratto è coperto di 111 dipinti realizzati da 52 artisti tedeschi e 59 stranieri le cui opere riflettono lo spirito euforico del 1989, l’anno nel quale cadde il muro. Alcuni dipinti contengono messaggi politici, altri mostrano immagini surreali e altri ancora sono semplicemente decorativi. Si trovano alcune immagini celebri, come quella della Trabant che sfonda il muro con su Honecker e Breznev che si baciano; ma le più belle sono quelle surreali.&lt;br /&gt;Non c’è nessuno, la giornata è grigia, le macchine ci sfiorano indifferenti, ma siamo entusiasti; tutti la riteniamo la cosa più bella vista fin qui. Dopo altre ore a piedi, finalmente mangiamo un panino in un locale tipico newyorchese, o che almeno si spaccia per tale. &lt;br /&gt;Non è che un preludio a quello che ci aspetta alla sera, finalmente un vero ristorante tedesco, sembra che quelli di qui se ne vergognino quasi, è il Preter restaurant in Kastanienallee. Molto essenziale, in legno, e molto grande. Ci sono Anna e Fabio ad aspettarci, arriviamo molto tardi e in ordine sparso. Finalmente mangio i miei würstel con patate, crauti e una verdura a base di spinaci: buonissimi! E’ anche un piatto enorme. Questa serata passata con Anna e Fabio e decisamente meno divertente, si scopre che Fabio fa parte di quella sinistra più disgustosa e certi suoi discorsi fanno venire il voltastomaco. Mi concentro sui würstel.&lt;br /&gt;E’ arrivato il momento di tornare. Puliamo la casa di Ralph, facciamo gli ultimi acquisti (salame, würstel, pane) e torniamo all’aeroporto di Tempelhof, deserto eppure carico di storia, come un libro dimenticato e coperto di polvere.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-6001641881208225664?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/6001641881208225664/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/berlino-capodanno-2000-anche-se-non-e.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/6001641881208225664'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/6001641881208225664'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/berlino-capodanno-2000-anche-se-non-e.html' title='Berlino, check point charlie'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-2087271040282279313</id><published>2010-01-24T22:33:00.005+01:00</published><updated>2010-01-30T16:17:37.064+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='basket'/><title type='text'>Gianluigi Porelli, l'Avvocato</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/c/c1/Porelli.jpg/368px-Porelli.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 368px; height: 599px;" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/c/c1/Porelli.jpg/368px-Porelli.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;                  Gianluigi Porelli, l'Avvocato&lt;br /&gt;Se uno è nato a Bologna, è logico che si senta bolognese.&lt;br /&gt;Ma se uno è nato a Mantova, è meno logico.&lt;br /&gt;Se poi uno diventa un personaggio eminente della goliardia universitaria, alla sua epoca, allora diventa qualcosa di più di bolognese: è uno che, da forestiero, ha tuttavia vissuto pienamente la città, nel suo cuore più pulsante e giovane, e ne riverbera i fasti di una dimensione colta e antica.&lt;br /&gt;Ecco, Porelli fu da subito qualcosa di più che un bolognese: lui stesso incarnava in modo irripetibile un'idea di bolognesità che rappresentava un punto di riferimento anche per qualsiasi vero bolognese.&lt;br /&gt;Nella mia ignoranza fanciullesca, lo percepivo come qualcosa di simile del Dottor Balanzone.&lt;br /&gt;Una maschera, un emblema, un simbolo di un qualcosa mai pienamente definito.&lt;br /&gt;E scorbutico. Ti faceva desiderare di non doverci mai avere a che fare.&lt;br /&gt;Fu un capo della goliardia, ma non ricordo di averlo mai visto ridere.&lt;br /&gt;Ma anche sorridere era rarissimo: un ghigno burbero a lui sembrava più che sufficiente.&lt;br /&gt;Non amava il consenso pubblico, per niente, e tendeva a vivere nascosto.&lt;br /&gt;Ma si sapeva che c'era, si intuiva sempre la sua presenza.&lt;br /&gt;Sui giornali compariva due o tre volte all'anno: nonostante dicesse poche frasi, dove sempre si avvertiva un retrogusto di uno un pò scocciato perchè teme di parlare troppo, le sue parole avevano la potenza del Verbo.&lt;br /&gt;Mai una parola scontata, ma mai neanche una parola fuori posto.&lt;br /&gt;Poi scompariva di nuovo... e la gente a chiedersi se non avesse sognato.&lt;br /&gt;In questo silenzio carico di attese, si andava al Paladozza a vedere una squadra rigorosamente bianco nera, senza insegne pubblicitarie di nessun tipo, con un solo sponsor e introdotta dalle dolci melodie di un organo.&lt;br /&gt;Era tutto bellissimo; ma era come se tutto il vero sapore provenisse dal fuoco di quegli occhi fiammeggianti, dai macigni di parole quasi non dette eppur presenti, dall'incedere un pò strascicato di un'interferenza divina.&lt;br /&gt;Si respirava un senso di potere indefinibile e carico di significati, perchè le sue parole e i suoi silenzi si avvertivano essere non casuali, ma il distillato di un turbinio di concetti.&lt;br /&gt;Il suo tranciare le cose di netto, non dava mai l'impressione di essere arbitrario: era solo l'estrinsecazione di un potere ancestrale e patriarcale, che tutti riconoscevano all'istante e la cui logica nessuno osava porre in discussione.&lt;br /&gt;Tutto per lui era o bianco o nero.&lt;br /&gt;Le cose le diceva in faccia, a chiunque, perchè interiormente aveva l'assoluta convinzione che nessuna autorità, qui sulla terra, stava sopra di lui.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così, se qualcuno si chiedeva cosa fosse la Virtus, cosa significassero le quattro F e il senso di colori così impegnativi sulla maglia come il bianco e il nero, bastava guardare lui, la luce tenebrosa, il faro sicuro nella notte, la calma tempestosa: ed era sempre bello vedere come i giocatori interpretassero alla domenica l'arduo compito di materializzare, sul campo, quell'idea di nobiltà, di fierezza e di sfida.&lt;br /&gt;Sembrava, a prima vista, un compito improbo: invece, un grande senso di famiglia e il calore di quell'ambiente, faceva sì che tutto diventasse possibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Purtroppo, non ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona.&lt;br /&gt;Ricordo però un episodio, durante un play-off, non ricordo l'anno e l'occasione: eravamo tornati in pullman, euforici, da una trasferta importantissima, vinta, una partita memorabile. Scesi in Piazza Azzarita, ci apprestavamo a passare la notte davanti alle biglietterie, per acquistare i biglietto che avrebbero messo in vendita alle 9 del giorno dopo. Avevo già il mio preziosissimo abbonamento, ma lo facevo per altri. Era una cosa abituale e anche divertente. Canti, urla, schiamazzi.&lt;br /&gt;Ad un certo momento, arriva Porelli, con l'aria di chi è lì per caso..&lt;br /&gt;La gente, ancora più euforica, grida e saluta. "C'è Porelli, c'è Porelli!", col tono di chi ha appena visto il Messia.&lt;br /&gt;"Siete appena tornati e adesso volete star qui tutta la notte? No, no...ho già telefonato, tra mezz'ora aprono le biglietterie.." fa lui, paterno.&lt;br /&gt;Tutti esultano come se Brunamonti avesse segnato il canestro dello scudetto!&lt;br /&gt;" Sì, ma adesso poco casino!!!" Fa lui, istantaneamente imbronciato.&lt;br /&gt;E se ne va.&lt;br /&gt;Accompagnato, nell'improvviso silenzio, dallo sguardo di decine di ragazzi a cui non sarebbe importato nulla il disagio di trascorrere la notte in piedi; e ora, invece, si ritrovavano, benedicenti, a guardare lo svanire di un'apparizione immeritata.&lt;br /&gt;Così io ricordo l'Avvocato Porelli.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-2087271040282279313?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/2087271040282279313/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/gianluigi-porelli-lavvocato-se-uno-e.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/2087271040282279313'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/2087271040282279313'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/gianluigi-porelli-lavvocato-se-uno-e.html' title='Gianluigi Porelli, l&apos;Avvocato'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-1759216621323539017</id><published>2010-01-24T16:28:00.009+01:00</published><updated>2010-02-06T17:34:37.520+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggi'/><title type='text'>Sudafrica, spazi e libertà</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.cercandoulisse.it/images/fotografie_sudafrica_2003/sudafrica1-4.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 800px; height: 541px;" src="http://www.cercandoulisse.it/images/fotografie_sudafrica_2003/sudafrica1-4.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;                                         Sudafrica, 2002&lt;br /&gt;Un volo verso orizzonti di spazi sconfinati, fuga sulla cresta di un’onda che si materializza dagli abissi, animali senza più catene, urla di umani feriti nella caccia, silenziose radure solcate dalle orme di felini, gemiti di venti polari che solcano i mari, l’ebbrezza di riti ancestrali affogati nella modernità: forse erano queste le cose che avevo in mente quando ho scelto la destinazione di questo viaggio.&lt;br /&gt;O forse erano semplicemente voci provenienti dall’intimo, dall’anima,, e alla ricerca di qualcosa di concreto su cui appigliarsi.&lt;br /&gt;Ripiombando nella realtà, lo sbarco a Johannesburg è stato un po’diverso da come lo immaginavo, in verità anche parecchio sofferto provenendo dall’estate italiana; infatti, mentre scendo le scale che mi portano al bus, tra il vento e il sibilo dei motori, un brivido mi percorre…ci sono 7 gradi, non l’ideale da affrontare con l’abbigliamento estivo. &lt;br /&gt;Inoltre, sono abbastanza rimbambito dalle poche ore che ho dormito le due notti precedenti; quella che ho passato in buona parte alla stazione ferroviaria di Bologna, nel corso del trasferimento a Linate, e quella che mi ha portato da Francoforte, trasvolando attraverso tutto il continente, fino alla capitale sudafricana.&lt;br /&gt;Comincio a fare conoscenza con gli altri viaggiatorii, mentre ci dirigiamo all’Europcar per affittare i pulmini che ci accompagneranno nel viaggio; dopo un’accurata ispezione dei nostri due mezzi nell’autorimessa, in un freddo intenso,eccoci in strada. &lt;br /&gt;Ci dirigiamo subito fuori dalla città, ho un po’ freddo e ho sonno, per adesso non guido. Dopo una breve sosta per mangiare, dove prendiamo contatto coi generosi piatti sudafricani e con l’abitudine di portare il conto insieme a una manciata di caramelle, forse nell’intento di addolcire l’animo di colui che deve pagare, proseguiamo per un’ampia strada verso Sabie. Dovrebbe essere una strada spettacolare, ma pioviggina, si vede poco; per di più, senza nessun entusiasmo, scopriamo che alle 5.30 comincia il tramonto e che alle 6.00 è tutto buio. &lt;br /&gt;La luce è vita, il buio il suo contrario. Per cui, in pulmino, pur eccitati per la novità del viaggio e per i nuovi amici appena conosciuti, navighiamo dentro un sottile velo di tristezza. &lt;br /&gt;Arriviamo al lodge che ci ospita, è molto carino, stile baita svizzera, e lì assaporiamo la prima cena a base di ottima carne e di ottimo vino che serve veramente a rinfocolare gli animi, anche perché fuori fa proprio freddino. &lt;br /&gt;Il giorno dopo, alla luce del sole, riusciamo finalmente ad apprezzare la bellezza montana dei luoghi. Tutto trasmette una riposante quiete, il paesaggio sembra vagamente canadese. &lt;br /&gt;Andiamo subito alle Bridal Veis Falls, che raggiungiamo dopo un breve sentiero tra i boschi. Al ritorno, cominciano i primi acquisti alle povere e legnose bancarelle di souvenir locali; è una specie di frenesia, di brama di possedere chincaglierie del luogo assolutamente inutili, che non capisco e non sento. &lt;br /&gt;E poi siamo solo al secondo giorno. &lt;br /&gt;In seguito, attraverso una strada panoramicamente molto bella, raggiungiamo le Mac Mac Falls, altre belle cascate; si vedono di lontano, dopo un sentiero guidato tracciato sulla vetta di una collina, ma forse la cosa più interessante è un variopinto mercatino di oggettistica che sta all’inizio del sentiero, dove assistiamo ad una folcloristica discussione di due donne tra grida, sceneggiate e schiamazzi. Proseguiamo per Pilgrim’s Rest, un grazioso paesino di ex cercatori d’oro, oggi molto turistico; saltiamo la visita ai musei e alle case degli antichi coloni, invece ci concediamo una lenta passeggiata lungo il paese, fino alla chiesetta sull’altro lato, e quando torniamo scopriamo di aver parcheggiato i pulmini proprio nell’area di un fatiscente car wash, li hanno lavati e così paghiamo il servizio. &lt;br /&gt;Dopo una sosta, piacevole ma non troppo breve, per il pranzo, su due assolate tavolate a Mpumalanga, percorriamo la Blide River Canyon Nature Reserve, molto bella, che culmina nella visita alle Three Rondavels, una conformazione montagnosa veramente spettacolare che consiste in 3 particolarissimi e grandiosi coni schiacciati, ai cui piedi si trova un bel lago, in un luogo spazioso, che noi osserviamo frontalmente, dalla cresta di una ripida montagna; ma abbiamo poco tempo per contemplare la selvaggia bellezza che ci circonda, facciamo appena in tempo a vedere il velocissimo tramonto prima che un velo di buio impenetrabile scenda su di noi e sui nostri pulmini. &lt;br /&gt;Per dormire ci portiamo a Phalaborwa, dove, in un’accogliente “steak house” scopro la squisita, tenerissima ed economicissima“T-bone”, che sarebbe un pezzo di carne, spalmato di un velo di salsa dolciastra, a metà strada tra la nostra bistecca e la fiorentina, servito con patate o riso. ( Perché da noi non c’è?)&lt;br /&gt;Il giorno dopo, entriamo al Kruger Park, il parco più grande e famoso del Sudafrica. Debbo dire che la consapevolezza di entrare in un luogo vastissimo e popolato da ogni genere di animali, anche i più grandi e feroci, che si muovono nella più completa libertà, dà una notevole emozione. &lt;br /&gt;Procediamo pianissimo, cercando di individuare qualsiasi cosa che si muova tra il bush. &lt;br /&gt;Siamo abbastanza fortunati, perché subito ci imbattiamo,vicino alla strada, in una giraffa, in qualche zebra, in un branco di impala; fotografiamo come forsennati, poi diventeremo più esigenti cercando l’animale meno usuale, la situazione più interessante. &lt;br /&gt;In una deviazione verso il fiume, alla ricerca di un qualche incontro più ravvicinato, il pulmino si pianta nella sabbia, nonostante gli sforzi di Dario, che sta alla guida; dopo un attimo di angosciosa incertezza, prendiamo l’unica decisione possibile: scendiamo a spingere, anche se scendere è proibitissimo! C’è molta tensione; per fortuna in un attimo risolviamo la situazione e risaliamo in corsa sul pulmino. Dopo una sosta all’Olifant’s Camp, dove mangiamo qualcosa di fronte ad uno scenario grandioso di un sinuoso e ampio fiume che si perde nell’immensità della pianura, e una successiva a Letaba per un’altra visione panoramica, puntiamo decisamente al Mopani Rest Camp, dove abbiamo deciso di passare la notte.&lt;br /&gt;Ma le avventure non sono ancora finite: prima, in una nuova deviazione sul fiume per osservare da vicinissimo un bel branco di ippopotami che fa il bagno a pochi metri dalla riva, riusciamo nell’incredibile impresa di tamponare in retromarcia, per fortuna solo leggermente, una vettura che si era piazzata proprio dietro di noi per assistere alla stessa scena; poi, trovati un gruppo di elefanti sull’altro lato della strada, a pochi passi da noi, Luciana ha la brillante idea di scendere per fotografare meglio, ma uno alza le orecchie, si imbizzarrisce, fa il gesto di venirci contro, è vicinissimo…per fortuna, Luciana è già risalita, Dario parte più veloce che può, sembra tutto risolto; ma, arrivati al Mopani, veniamo presi a male parole da un’inglesina che si trovava nella macchina dietro alla nostra, si era trovata bloccata tra noi e altre macchine che la seguivano, e adesso è sconvolta dalla paura e dalla rabbia per la sciocchezza che Luciana ha commesso: ”Don’t you know, that is a wild animal!” &lt;br /&gt;Non si può dire altro che aveva ragione; temiamo multe salate o, magari, espulsioni sopraggiungenti, ma ce la caviamo con una bella lavata di capo al nostro tour leader, il buon Domenico. In compenso, il lodge che ci assegnano è bellissimo, in pratica un appartamento, per giunta di altissimo livello, e ottima anche la cena, quando riusciamo a trovare il ristorante disperso nel labirinto delle strade, reso ancor più inestricabile dal buio fitto che ci avvolge. &lt;br /&gt;Alcuni vorrebbero fare una escursione mattutina nel campo, a piedi. Si possono fare, accompagnati da due guardie armate, una davanti e una dietro il gruppo; ma è tutto prenotato, non è possibile. Così ci accontentiamo di una sortita fuori dal campo, coi nostri mezzi, prima di colazione, durante la quale riusciamo a scorgere soprattutto una famigliola di iene al risveglio, vicino alla strada.&lt;br /&gt;Partiamo, ma dopo poco ci dobbiamo dividere perché Domenico ha smarrito il cellulare e così il suo pulmino ritorna in un posto dove abbiamo fatto una certa foto e dove quindi potrebbe essergli caduto. &lt;br /&gt;Noi proseguiamo, ho già preso il possesso del nostro mezzo, guido io, sembra che tutti preferiscano così. &lt;br /&gt;Seguiamo una jeep scoperta dove alcune guide portano alcuni visitatori per l’avvistamento degli animali. Ad un certo punto, costoro abbandonano la strada asfaltata e prendono una strada sterrata che indica 70 chilometri a Satara, il luogo dove siamo diretti. Per la strada asfaltata ce n’erano sì e no 30, per cui sono piuttosto restio a seguirli. Però andiamo. &lt;br /&gt;Ci inoltriamo sempre più in questa macchia infinita di savana. Sembra non ci sia nessuno oltre noi. E se perdiamo la strada? E se da qui non si va da nessuna parte? Non si può andare molto veloce, solleviamo un mucchio di polvere, dietro. I luoghi sono sempre più belli. Lasciamo anche la jeep, che si inerpica per una strada secondaria. &lt;br /&gt;Ok, andiamo avanti da soli. &lt;br /&gt;I continui sali scendi e la strada sconnessa richiedono un frequente uso del cambio. Avvistiamo diversi animali, tra i quali un bel gruppo di giraffe disseminate tra le colline e più alte degli alberi. Ma è soprattutto il paesaggio ad essere bellissimo. Alla fine, su un terreno ancora collinare, scorgiamo un grande gruppo di gnu che si sta avvicinando ad una pozza per abbeverarsi. Ci fermiamo e li guardiamo scendere da molto lontano. A volte li perdiamo di vista, finchè eccoli, sono arrivati, preceduti di poco da alcune zebre, dopo che molti impala si erano allontanati. Uno spettacolo naturale bellissimo. Completiamo il magnifico giro, vedendo soprattutto coccodrilli, e un branco di centinaia di zebre che ci attraversa la strada; poi sosta a Satara, dove ci stendiamo un po’ sull’erba mentre frotte di uccelli scendono in picchiata per strapparci letteralmente di mano quello che stiamo mangiando o quello che si è lasciato sui tavoli. &lt;br /&gt;Usciti da lì, dopo gruppi di elefanti e di scimmiette che stanno sulla strada e non scappano al nostro arrivo, vedo una macchina che si ferma a parlare col pulmino di Domenico, indicando qualcosa. Scopro di che cosa si tratta quando arriviamo in un luogo dove alla nostra destra si trova una bella pozza d’acqua, con un elefante solitario. Sulla strada scorgiamo qualcosa. &lt;br /&gt;Sono proprio loro! I leoni! &lt;br /&gt;Dapprima due cuccioli, poi tre leonesse che puntano la pozza, forse cercando qualcosa da cacciare. Evidentemente non c’è, e si sdraiano di traverso sulla strada. Giampaolo dice che è pericoloso proseguire, quelle stanno ancora puntando, ma dopo un po’ di tempo decido che comunque bisogna muoversi. Gli passo pian piano davanti e mi fermo. La ruota del pulmino non credo si trovi a più di 10 centimetri dalla sua zampa, eppure la leonessa non accenna al minimo movimento. Mentre gli altri fotografano, i suoi occhi di smeraldo sono fissi nei miei, vicinissimi. &lt;br /&gt;E’ incommensurabilmente calma, mi guarda ma non pare quasi vedermi, il suo sguardo mi trapassa il cranio perdendosi in luoghi misteriosi. Le nostre vite appartengono a piani troppo diversi. &lt;br /&gt;Rotto l’incantesimo, ci lanciamo precipitosamente verso Skukuzza perchè improvvisamente capiamo che è tardi, dobbiamo assolutamente essere là prima delle 18.00, l’orario di chiusura dei cancelli. Infrango decisamente i limiti di velocità, cerco di mantenere i 90-100 orari, dobbiamo arrivare e calcolo che andando così ce la dovremmo fare. La strada sarebbe meravigliosa, ma non c’è tempo per soffermarsi a guardare. Alcune volte trovo elefanti e giraffe che mi tagliano la strada, mentre il sole sta scendendo. Il buio è un problema perché è veramente totale e i cartelli, quando ci sono, non sono in nessun modo illuminati. Abbiamo un piccolo margine di sicurezza, che però perdiamo quando ci imbattiamo in un gruppo di decine e decine di scimmie che stanno attraversando la strada, ma poi decidono di improvvisare un sit-in di protesta. &lt;br /&gt;Maledizione! Fatevi da parte, bestiacce! &lt;br /&gt;Quindi, mi sfugge un cartello, gli altri me lo segnalano con gli abbaglianti, torno indietro; mi accodo ad un pulmino che mi porta direttamente nel campo (alle 17.58…), poi si ferma, scendono, e… mi accorgo che non sono loro! &lt;br /&gt;Poco male, torno verso la reception, e li trovo che fanno benzina. Skukuzza è molto grande, un reticolo di viuzze che ci crea diversi problemi, sempre soprattutto a causa del buio pesto. Quando, dopo il ricco buffet del ristorante, decido di tornare verso il mio bungalow, lo trovo per puro caso e dopo diversi tentativi che si basano più che altro sulle stelle come punti fermi di orientamento.&lt;br /&gt;Il mattino dopo usciamo dal Kruger a Malelane e da lì, attraverso il Piggs Peak, un passo montano molto bello con spettacolari scorci panoramici, tipo svizzero, raggiungiamo lo SWAZILAND, un piccolo stato monarchico tra le montagne. Per strada incontriamo un grandissimo numero di bambini e ragazzi che, nelle loro divise scolastiche, camminano verso casa e ci salutano, invadendo anche un pò pericolosamente la strada. Non ci sono mezzi pubblici e tutti si trasferiscono a piedi, anche gli scolari, anche per molti chilometri, anche nel buio più completo, senza nessuna luce personale. A volte passeggiano soli, ma più spesso sono almeno in due: sicuramente dev’essere un buon modo per stringere amicizie…&lt;br /&gt;Arriviamo a Manzini, dove c’è stato segnalato un bel mercato. L’albergo è il peggiore del viaggio e anche la cena indiana che ci viene lì servita è di livello decisamente scadente. Il mattino ci svegliamo prestissimo ma questo mercato si rivela essere molto meno interessante di quanto era stato detto; sui banchi si trovano grandi quantità di cipolle ed arance, poi c’è il reparto degli “oggetti” africani, tutti più o meno fatti in serie. Mentre mi aggiro per le bancarelle, noto un nero africano molto carismatico con certi strani abiti in mano; anche lui mi nota e mi saluta con grande calore.&lt;br /&gt;Dopo un po’, mentre ritorniamo, lo incontriamo nuovamente, tutto bardato da nero africano selvaggio e col costumino per giunta, tutto intento a simulare, scalzo e per strada, una danza propiziatrice. Ha un sorriso ammaliante e contagioso.&lt;br /&gt;Partiti da lì, ci fermiamo di fronte ad una scuola elementare, tutti i bambini sono vestiti di rosso e quando ci vedono scendere verso di loro accorrono tutti con grandi schiamazzi verso la rete che ci divide; essendo sopraggiunta la maestra, li fa cantare. E’ un canto molto dolce. Per ricambiare, cantiamo (malissimo) l’inno di Mameli. Loro applaudono divertiti mentre Giampaolo, individuando un soggetto particolarmente simpatico nel gruppone schiamazzante di bambini, gli chiede serafico :”What’s your name?” &lt;br /&gt;Ci fermiamo anche più avanti, in aperta campagna, anche lì una decina di ragazzini accorrono immediatamente uscendo da povere baracche, ma lì c’è molta meno allegria; di corsa circondano i pulmini chiedendo qualcosa da mangiare o qualche soldo, quasi con violenza. Non c’è nessun sorriso nei loro occhi, solo l’impulso della necessità. Qualsiasi cosa gli offriamo è sempre troppo poco e non fa che aumentare l’insistenza nel chiedere. Ripartiamo guardando scomparire dietro di noi le loro povere capanne che si perdono in quegli spazi sconfinati. &lt;br /&gt;Rientriamo in Sudafrica e visitiamo la MKUZI GAME RESERVE, un bel parco non tanto grande, dove si trovano alcuni luoghi nei quali è possibile scendere dai mezzi per raggiungere a piedi delle postazioni fortificate e dissimulate nella boscaglia, nei pressi di pozze d’acqua artificiali, dai quali dovrebbe essere più semplice avvistare animali. Non abbiamo molta fortuna, a parte quella di non essere assaliti durante l’avvicinamento, poiché non mi è chiaro perché lì si possa andare a piedi mentre altrove no; gli animali sarebbero poi gli stessi, fino a prova contraria…forse da queste parti sono più buoni.&lt;br /&gt;Usciti dal parco, con qualche difficoltà, nei pressi di MKUZI, troviamo l’Abumadi Game Reserve, dove abbiamo deciso di dormire; i lodge sono ottimi e, dopo una buonissima, abbondante e piuttosto intima cena casalinga, preparataci dalla cuoca di colore della famiglia, l’indomani mattina abbiamo il piacere di scoprire la bellezza del luogo alle prime luci del sole, mentre un branco di facoceri staziona sotto la piscina e la zona abitativa. Il proprietario terriero, una figura che ricorda molto più Hemingway che un contadino, ci conduce a fare un giro del suo podere a bordo di due gipponi; impieghiamo un’ora e mezza, vediamo molti più animali qui che nel precedente campo, è veramente bellissimo, ogni tanto incontriamo degli inservienti che curano le piante, è come un grande giardino rigoglioso e pieno di vita. E’ un po’ come trovarsi in un Jurassik Park senza pericoli.&lt;br /&gt;Ripartiamo un po’ a malincuore da questo posto così curato, ordinato, bello e fresco. Ma il luogo dove siamo diretti ce lo fa dimenticare alla svelta: Sodwana Bay, dove vediamo il mare per la prima volta… bellissimo! E’ qui che vediamo per la prima volta le onde dell’Oceano Indiano del Sudafrica e ne rimango immediatamente colpito. &lt;br /&gt;Le provo anche nell’unico bagno in mare, molto divertente, del viaggio: bellissime e potenti! Ti spazzano via facilmente, sono lunghe e profonde. E’ un bellissimo posto, le dune formano una specie di baia che si estende all’infinito e poi degradano dolcemente in mare, che manifesta la sua presenza in un continuo ruggito di spuma. Al largo si trova anche la barriera corallina, dalla spiaggia si parte coi gommoni per il diving. Restiamo tutte le ore più calde, c’è il sole che è piacevole e sopportabilissimo, il cielo è completamente azzurro; quando ce ne andiamo, verso le 16.00, la marea sta crescendo ad una velocità impressionante e sconosciuta per noi europei, cancellando le orme umane e riducendo la spiaggia ad una perfetta tavola. &lt;br /&gt;Non è come da noi, la natura qui è veramente protagonista, e ti ci senti dentro. E’ bellissimo! &lt;br /&gt;La sera, dopo aver trovato una pizza tutto sommato decente, dormiamo a Richard’s Bay in un albergo della catena “formula uno”, siamo in tre in una camera miniaturizzata, il bagno sembra quello che c’è sul treno, arredamento compreso; è facile trovare motivi per una risata.&lt;br /&gt;Il giorno dopo lo spendiamo interamente dentro l’Hluhluwe-Umfolozi Park, un parco bellissimo non tanto per gli animali, perché sinceramente ne vediamo pochi, ma soprattutto per il paesaggio, per lo più collinare, solcato da tre grandiosi fiumi; bellissimo soprattutto l’ultimo giro che decidiamo di fare, è una specie di anello, sono una quindicina di chilometri discretamente in quota, il paesaggio è totalmente cambiato, è una macchia strana con tanti colori sotto un bellissimo sole, affascinante; la strada è quello che è, debbo tirar fuori tutto quello che so sulla guida…ma lo sguardo corre per spazi infiniti!&lt;br /&gt;Dormiamo a Mtubatuba, all’Hotel Paradiso, che conduce una gentilissima signora portoghese che ha sposato un italiano; per questo, dopo che l’avevamo contattata telefonicamente il giorno prima e dopo che lei, non avendo posto, si era lo stesso preoccupata personalmente di trovarci la sistemazione, ci accoglie nella nostra lingua come meglio non si potrebbe; a cena scelgo gli “spaghetti alla pummarola”, sono anche ottimi, e del pesce, per variare la pur buonissima carne.&lt;br /&gt;La mattina andiamo in barca al St.Lucia Park,( io in canotta, gli altri vestiti come si andasse sulla Marmolada ), un bel parco marino dove abbiamo soprattutto modo di vedere abbastanza da vicino e a lungo sia i coccodrilli sia un ingombrante e placido gruppo di ippopotami. &lt;br /&gt;Quindi proseguiamo per Durban, che raggiungiamo dopo una lunghissima digressione interna, in uno sconfinato e dolcissimo paesaggio collinare. &lt;br /&gt;Si tratta veramente di una tra le più belle e grandi città del Sudafrica, con una bella e travagliata storia che annovera avvicendamenti di olandesi, boeri e inglesi, con una skyline degna di una moderna città americana; qui si trova una grande comunità indiana, qui c’è una lunghissima spiaggia ideale per il surf, qui Ghandi svolse una parte della sua lotta in difesa dei deboli. &lt;br /&gt;La sera andiamo subito sul bellissimo lungomare, prima di scegliere un buon ristorante portoghese. Il giorno dopo visita ad una bella mostra d’arte africana e alla moschea, dove troviamo una solerte guida religiosa che vorrebbe spiegarci tutto, ma proprio tutto, sia di quella moschea sia dell’islam; ma abbiamo poco tempo e con una scusa ce ne andiamo. Dopo una breve visita al mercato indiano, dove si troverebbe proprio di tutto, tra cui, in un banco di spezie, una piramide di peperoncino in polvere che esibisce il cartellino “Osama Bin Laden super”, il mio desiderio e quello di altri è di passare almeno qualche ora sul lungomare; non è una giornata di sole, ma è il luogo è bellissimo e pieno di vita, di ristoranti, di negozi. Mangiamo qualcosa ammirando le evoluzioni di decine di surfisti.&lt;br /&gt;Riparto un po’ dispiaciuto da questo posto, ma l’itinerario propone già la prossima tappa: Port St.Johns. &lt;br /&gt;Dopo un tratto d’autostrada che corre sulla costa, prendiamo una statale che si inoltra nell’interno; attraversiamo luoghi panoramicamente stupendi, ancora in territori collinari, la strada sale e scende dai pendii dritta come un fuso o con dolci semicurve, sembra infinita, ogni tanto si incontrano piccoli paesi con le case rade e basse, gente a piedi in spazi sconfinati. E’ incredibile costatare quanto sia più bassa la temperatura rispetto alla zona costiera: è come se in pochi chilometri si fosse veramente piombati nell’inverno, c’è un vento freddo che taglia i vestiti. Ripieghiamo nuovamente verso il mare e dopo circa venti chilometri di sterrato, impegnativo anche a causa del buio e senza quasi cartelli, arriviamo alla nostra meta; ma non è facile capire dove si trovi il nostro lodge, l’indicazione “second beach” sembra quasi una presa in giro, le indicazioni dei locali sono contraddittorie. Ma alla fine ci arriviamo e troviamo sulla porta la signora che ci aspetta sorridente e a braccia aperte, evidentemente consapevole di come non sia proprio facile muoversi da quelle parti. Entriamo nel locale che è un freddo maledetto. E’ uno stanzone molto accogliente e su di un tavolo troviamo già imbandita la cena a buffet: tra le altre cose, una distesa di 15 aragoste tanto grandi, perfette e arancioni che sembrano finte. Finite queste, ne usciranno altre 15, e poi altre 15, finchè imploriamo pietà. In compenso non c’è l’acqua, la debbono andare a prendere e nel frattempo ci offrono quella piovana, lievissimamente giallognola. Dopo cena ci vengono assegnate le camere, ognuno di noi ha un lodge personale molto carino e curato; quindi facciamo un salto in spiaggia, dove, anche al buio, apprezziamo la bellezza della baia sotto la luce lunare e calpestando la sabbia bianca pulita dalla marea che si è ritirata. Due giovani lupetti corrono e saltano con noi.  &lt;br /&gt;La mattina dopo, finalmente alla luce del giorno, posso ammirare la bellezza del luogo dalla balconata dell’albergo, tra il fragore delle onde; non tento neanche di descrivere la bellezza di quello che vedo perché è impossibile. Però fa freddo. &lt;br /&gt;Scorgo due tedesche che fanno il bagno, ma poi le focalizzo meglio e scopro che sono due ragazze del gruppo, Maura e Stefania; vorrei seguirle, ma decido di aspettare un poco, nella speranza che si apra un po’ il cielo. Dopo colazione, con Giampaolo vado per certi sentieri ad esplorare la zona: indescrivibile! Ma il cielo non migliora, anzi. Con Domenico ci trasferiamo dalla parte opposta della baia, dove un gruppo di pescatori con la canna sta tirando su dal mare degli enormi pesci per me sconosciuti. All’orizzonte, come sempre, non si scorge nessuna imbarcazione. &lt;br /&gt;A malincuore parto da questo paradiso. Il tempo è proprio brutto, sembrano quelle nostre tediose giornate invernali, con quella pioggia fine, deprimente. Cominciamo a salire verso un passo montagnoso e verso Libode, nel pulmino tutti cantano ma io sono notevolmente preoccupato perché abbiamo poco carburante e non si trova nessun distributore di benzina; fortunatamente, riusciamo in qualche modo ad arrivare fino a Umtata, ancor più nell’interno, quando non credo sarei riuscito a fare 10 chilometri in più; scendiamo a pranzare in una specie di Mc Donald, in una stazione di servizio molto trafficata, fa veramente molto freddo e anche se è solo mezzogiorno fa quasi buio; sembra pieno inverno. Quando ripartiamo, manovrando col pulmino in retromarcia, dobbiamo chiedere gentilmente ad una gran massa di gente di colore di spostarsi, sono in fila per comprare la paraffina.&lt;br /&gt;Arriviamo a East London che è ormai buio, siamo alloggiati in un bel B &amp; B con camere mansardate. Usciamo la sera per andare a cena, il tempo è bruttissimo, veramente diluvia. Siamo sul lungomare, sotto raffiche inclementi di pioggia, vicinissimi al mare che sembra ancor più minaccioso, troviamo per caso un posto molto raffinato frequentato solo da afrikaners. Cena ottima a base di carne e di buon vino, come quasi sempre del resto.&lt;br /&gt;Il mattino dopo la colazione è presso un albergo adiacente, a poche decine di metri, non ho preso niente da coprirmi e naturalmente vengo brutalizzato da un acquazzone tropicale, sia all’andata che al ritorno.&lt;br /&gt;Facciamo rotta per Grahamstown, una città veramente interessante perché luogo di frontiera tra i coloni inglesi, i boeri e gli Xhosa, una popolazione locale, quando si affrontavano, nel XIX secolo, rubandosi vicendevolmente terre e bestiame, in una lotta per la sopravvivenza non nota a noi europei. Sarebbe un luogo piacevole da visitare a piedi, un posto dal fortissimo sapore d’Europa, ma diluvia e il cielo è molto grigio; decidiamo di entrare in un museo, a dire la verità forse più per ripararci dal tempo inclemente che per altro. Il museo però è interessante, ripercorre un po’ tutta la storia del Sudafrica. &lt;br /&gt;In particolare mi colpiscono alcuni quadri, tra cui uno che raffigura una barca che porta degli inglesi a sbarcare da queste parti; sono tutti sul ponte, hanno lo sguardo attonito tra le onde veementi, non è difficile per me immedesimarmi dietro agli occhi di quei temerari che fronteggiavano, in quel momento, quell’ignoto così affascinante e così senza ritorno. &lt;br /&gt;In fondo, come la vita di tutti.&lt;br /&gt;Tira vento e fa freddo. Chiediamo al simpaticissimo nero che soprintende al museo, un posto dove rifugiarci per pranzo. Tra mille sorrisi, ce ne indica uno nella strada principale del posto, lo troviamo, è proprio carino, c’è il camino acceso, ( per fortuna, perchè ci vuole tutto ), e anche tanta gente; miracolosamente, si liberano i tavoli che ci permettono di sedere, si sta veramente bene, finalmente un po’ di tepore, le pareti sono ricoperte di bei murales. Ad un certo momento, ad un tavolo vicino, ad una giapponese che compie gli anni viene augurato “ happy birthday to you…”, così anche noi ci uniamo cantando, con impeto, la versione italiana. La vecchia che conduce il locale approva silenziosamente, sorridendo. Si sta bene. Di fronte al locale si troverebbe anche la chiesa più importante della città, sarebbe bello andare, ma la pioggia rende persino indistinta l’immagine della chiesa, nessuno ha voglia di fare l’eroe. Ci concediamo un po’ di tempo a gustare l’atmosfera del locale, raccontandoci qualcosa di noi.&lt;br /&gt;Ripartiamo, fradici di pioggia, per Port Elisabeth. Il tempo non migliora, arriviamo all’albergo che è identico a quello di Durban, dalla finestra della camera si vede il mare impetuoso e plumbeo, anche qui si sta bene solo col riscaldamento acceso. Per cena andiamo in una vivace steak house dove salutiamo Dario, un tipo molto in gamba, simpatico e buono, che è in partenza per l’Arabia Saudita per motivi di lavoro. L’indomani lo portiamo in aeroporto, a tutti dispiace la sua partenza e i liguri gli dedicano una commovente canzone d’addio.&lt;br /&gt;Proseguiamo per Jeffrey’s Bay, l’ennesimo posto bellissimo di mare, l’ennesima baia colossale, è qui che si sono svolti più di una volta i campionati mondiali di surf. Adesso ci troviamo in inverno, è nuvoloso, la spiaggia è deserta e battuta dal vento. Ma tutto questo forse ne aumenta il fascino. Ci sparpagliamo, ognuno a cercare la sua propria conchiglia.&lt;br /&gt;Andando avanti, la strada si fa sempre più spettacolare, ogni tanto superiamo viadotti altissimi, ci fermiamo per una foto e soltanto a camminarci sopra ad alcuni vengono le vertigini, finchè ecco che entriamo al Tsitsikamma National Park. &lt;br /&gt;Come al solito guido io, e dopo una curva sono costretto a fermarmi per la bellezza del luogo; siamo su una costa selvaggia, le onde grandiose si infrangono sulle rocce con un rombo di tuono. E’ semplicemente meraviglioso. E’ un posto che suscita fortissime emozioni. Prendiamo possesso dei nostri lodge, bellissimi ma gelati, a non più di 10 metri da dove si infrangono le onde. E’ stupendo, anche se l’umidità penetra profondamente nelle mura e anche nelle ossa. Facciamo in tempo a fare un breve trekking che ci porta a superare un ponte tibetano sul mare, bellissimo. Per l’indomani mattina, abbiamo deciso di fare un piccolo tratto dell’Otter Trail, un sentiero scosceso e famosissimo in Sudafrica che costeggia il mare, tra gli scogli e una frondosa foresta; per questo mi sveglio prestissimo, al mattino, anche a causa di un poderoso rombo di tuono che credo essere un furioso temporale ma poi scopro essere semplicemente il mare. &lt;br /&gt;Partiamo, di buona lena, che è ancora buio. La bellezza che ci circonda invoglia a cantare. Dopo un tratto piuttosto difficoltoso sopra gli scogli, aggrappandoci con mani e piedi, dopo un paio d’ore, arriviamo ad una bellissima cascata di un fiume che si getta direttamente nel mare, in uno di quei posti dove la natura dà il meglio di sè. Il ritorno è ancor più bello, alla luce del sole che sta sorgendo. Però arrivo che sono sudato fradicio, il maglione è insieme indispensabile ma di troppo. Dobbiamo lasciare le camere alla svelta, ed è piacevolissima la colazione nel punto di gran lunga più bello del parco, col sole che ci accarezza lieve. &lt;br /&gt;Siamo già dentro la bellissima e famosissima Garden Route, lo sguardo scorre veloce tra ondulate colline, immense e piene di verde, a coste schiumose. Ogni tanto, è impressionante il contrasto tra le case verso il mare, a sinistra della strada, villette curatissime tra il verde che ricordano molto Beverly Hills, e incredibili baraccopoli di legno e lamiera a destra della strada, un universo di profonda miseria e povertà; spesso è possibile scorgere schiene ricurve di neri seduti sulla porta, la testa ciondoloni. E’ una cosa che lascia interdetti.&lt;br /&gt;Questi due mondi si fronteggiano da chissà quanto tempo, divisi solo dal nastro d’asfalto della strada.     &lt;br /&gt;La prossima tappa è Mossel Bay, un posto molto tranquillo con una bellissima baia fantastica per il surf. I primi visitatori furono Bartolomeo Diaz nel 1488 e quindi Vasco de Gama nel 1497; da allora molte navi si fermavano qui per fare i loro rifornimenti e per fare baratti coi Khoikhoi. La baia è bellissima, anche se appare quasi deserta, disabitata. Di particolare qui c’è un albero antico che era usato come luogo di raccolta della posta, gli equipaggi delle navi che andavano verso est depositavano qui le loro lettere che poi erano raccolti dagli equipaggi di quelle navi che tornavano in patria. Ma non si vede veramente nessuno in giro. Sembra quasi una città fantasma, mentre la superiamo osserviamo la bellezza e la misura della chiesa principale. &lt;br /&gt;Cominciamo ad essere notevolmente a sud, il paesaggio comincia a farsi ancor più grandioso e più bello. &lt;br /&gt;Arriviamo a Swellandam, il luogo dove abbiamo deciso di passare la notte. L’albergo è un piccolo gioiello in miniatura dove si respira un’atmosfera molto raffinata, con tanto di piscina nel patio. Ottima cena al tepore di un caminetto e a lume di candela e ancor più spettacolare colazione, curatissima, con un cameriere di colore che ci propone cocktail spettacolari con lo yogurt e i corn flakes; si sta proprio bene in quell’ambiente prezioso e raccolto, anche perché il tempo fuori è proprio invernale. &lt;br /&gt;Ma partiamo, la meta è un nuovo parco marino: De Hoop. Guido io, il tempo pare pessimo. Prendiamo una strada sterrata e in pochissimo tempo i nostri mezzi si ricoprono di fango. Il paesaggio che ci circonda è sempre più stupendo e affascinante, lo sguardo si perde in prati infiniti, spesso cosparsi di gialli fiori. Il tempo migliora un po’, almeno non piove più. Improvvisamente scorgiamo alla nostra destra prima uno struzzo, poi qualcuno di più; ci fermiamo e scendiamo per vedere da vicino questi curiosi e grandi animali. Quello che accade poi è difficile da descrivere: evidentemente gli struzzi pensano che siamo lì per dargli qualcosa da mangiare, corrono da distanze incredibili, li vediamo arrivare da lontanissimo in una corsa a perdifiato, quasi volando sulle smisurate e stecchite gambette, c’è qualcosa di strano e di estremamente inconsueto in questa scena, sembra quasi di essere dentro il film “Jurassik Park”, con tutti quegli animali stravaganti. &lt;br /&gt;In breve tempo sono moltissimi che ci guardano da pochi passi, sono curiosissimi e buffissimi, ci guardano fissi mentre li fotografiamo tra mille schiamazzi. Poi ancora via, in mezzo a questi campi gialli, in un paesaggio di colline ondulate che ricorda un po’ una toscana ciclopica, c’è quella stessa bellezza però infinitamente moltiplicata. Ogni tanto troviamo un ranch, nel vuoto e nel silenzio. La strada corre in un fiume di bellezza dipinta fuori dal tempo. Mentre il pulmino corre davanti alle nuvole di polvere, mentre si snocciola davanti ai miei occhi il nastro dello sterrato che vola in mezzo e sopra a sguscianti colline, mi trovo di correre a piedi nudi ai bordi della coscienza. &lt;br /&gt;Entriamo nella riserva di De Hoop, accolti da un simpaticissimo guardiano di colore. Scendiamo verso il mare e scorgiamo le caratteristiche dune di sabbia di questo posto, sembrano piccole montagne di neve, nonostante la giornata grigia. Arrivati nel punto di avvistamento, mentre stiamo ancora procedendo per il sentiero, nella brughiera, verso il mare, le scorgiamo; sono proprio balene! Basta un po’ d’attenzione, sono tantissime, si vedono chiaramente le loro schiene che di volta in volta emergono dall’acqua, le soffiate di vapore caratteristiche, di tanto in tanto qualche tuffo spettacolare; è bello stare lì, sia per la bellezza del luogo sia per lo spettacolo a cui stiamo assistendo, senza pericoli. Dall’ultimo scoglio, raggiunto con qualche rischio di essere travolto dagli sbruffi delle onde ruggenti, mentre fisso il mare per cogliere il momento nel quale la balena si rende più visibile, è molto facile perdere lo sguardo nella grandiosità naturale che ci sovrasta, è molto facile respirare una dimensione grandiosa ma, nonostante questo, certo non estranea dalle profondità del cuore. &lt;br /&gt;Mentre le ragazze ci richiamano con grida e ampi cenni per andarcene, io, Gianluca, Domenico e Giampaolo le guardiamo di tanto in tanto, per un po’, senza per questo vederle, senza muoverci, navigando in uno spazio mentale che, spalancato così d’improvviso, ci assorbe.  Alla fine ritorniamo ai pulmini, scavalcando la piccola duna di sabbia imbiancata e voltandoci frequentemente indietro, verso il mare, tentando di scorgere ancora i grossi cetacei che infatti, di tanto in tanto, sbuffano acqua vaporizzata.&lt;br /&gt;Percorrendo la strada a ritroso, usciamo da De Hoop e ci immergiamo totalmente in un paesaggio tanto spettacolare quanto infinito, fatto di rettilinei polverosi senza fine gettati tra due colline, di verdi pascoli recintati, di silenzio e di bellezza, mentre i mezzi corrono veloci, cercando di ridurre distanze che si ripropongono continuamente dopo ogni curva, dopo ogni collina; sembra proprio di trovarsi in “Overland”, coi pulmini-camion che corrono in modo spettacolare verso l’essenza del viaggiare. &lt;br /&gt;La meta è Cape Agulhas, vale a dire il luogo dove si incontrano oceano indiano e oceano atlantico. Lì, proprio lungo l’immaginaria linea spartiacque, sulla terraferma, si trova una targa che segna il confine; secondo alcuni, si vede una differenza netta tra i due mari, però io non sono stato capace di vederla. Mah. Boh. Forse. A me sembravano la stessa cosa. Però il posto è veramente speciale, si avverte benissimo qualcosa di particolare, che si è nel punto più a sud dell’Africa; il paese a me ricorda moltissimo un paesino norvegese, le case sono piccole e colorate, poca vita attorno, non mi è difficile ricordare Capo Nord, l’atmosfera è più o meno quella, c’è anche il grande faro. Qui le foto sono di prammatica, c’è il sapore di una meta raggiunta. &lt;br /&gt;C’è anche il brivido pensando che al di là di quelle onde, parecchio più in là, c’è soltanto il Polo Sud.&lt;br /&gt;Ma il viaggio non prevede pause e, dopo una breve sosta per uno spuntino eccoci di nuovo in marcia; stavolta la meta è Hermanus. Dopo molti chilometri nel bellissimo paesaggio più volte descritto, incomincia lo sterrato che si fa sempre più impegnativo; finchè arriviamo in un punto dove il terreno, nei tratti ombrosi, si fa decisamente fangoso, si scivola e noi arriviamo lì proprio sull’abbrivo di una velocità sostenuta, in discesa; il pulmino sbanda notevolmente, per un attimo mi si ghiaccia il sangue, ma con un deciso controsterzo riesco a controllarlo senza problemi. Negli specchietti, vedo che Gianpaolo fa lo stesso col suo. Dopo un po’ arriviamo in paese, è quasi l’imbrunire quando prendiamo possesso delle stanze. Il nostro albergo è particolarissimo, le camere appaiono antiche e un po’ malmesse, i servizi appena decenti, però il complesso non c’è male, c’è una specie di salotto con camino molto particolare dove si respira una bellissima atmosfera. Dopo la serata in una specie di steak house sul mare (che non vediamo perché è troppo buio), ce ne andiamo a dormire perché il giorno dopo è prevista un’alzata mattutina per scorgere le balene: infatti Hermanus è uno dei più famosi posti di avvistamento del Sudafrica. Giampaolo ed io usciamo che è ancora buio. Pian piano, mentre mi avvicino al punto panoramico, mi rendo bene conto che quello che mi si presenta è probabilmente il luogo di mare più bello che io abbia mai visto! &lt;br /&gt;Fantastico! &lt;br /&gt;E’ una specie di baia gigantesca circondata da un circolo montano spettacolare; il mare, di un blu cobalto, lievemente increspato, riflette la luce del sole che cerca di ergersi da dietro le vette prospicienti. Noi ci troviamo su una specie di pianoro di roccia soprelevato, a circa 50 metri sul livello delle acque, e il vento ci porta il fragore delle onde schiumose che si infrangono. &lt;br /&gt;E’ una visione mozzafiato. Anche perché, sopra di noi, sta prendendo corpo un cielo blu intensissimo che scolorisce le stelle e, dopo diversi giorni, completamente senza nuvole; finalmente…&lt;br /&gt;Per di più, in breve scorgiamo attorno a noi la presenza di certi enormi e grassi topastri, (alcuni li chiamano nutrie), che si materializzano in cerca di qualcosa da mangiare; mentre a poco a poco, alla spicciolata, arrivano anche gli altri componenti del gruppo, a mano a mano che si svegliano, mentre scorgiamo le schiene delle balene, lontanissime da noi, non si può evitare di pensare alla bellezza di tutto ciò che ci circonda, alla bellezza del mondo che troppo spesso dimentichiamo o affoghiamo nell’indifferenza.&lt;br /&gt;Inebriati da tutto questo, dopo colazione, decidiamo il programma della giornata; purtroppo, a maggioranza, a causa delle tante possibili mete che ci si presentano, viene bocciato il giro in barca per vedere da vicino le balene. &lt;br /&gt;Troppe donne votanti. Pazienza.  &lt;br /&gt;Arriviamo a Bettys’s Bay, a Stony Point, dove c’è una colonia di pinguini; anche questo posto è bellissimo, come ho già capito che è lo standard da queste parti, però i pinguini che si trovano qui sono una mezza delusione; vivono trincerati in un’area delimitata da un reticolato, come dimensioni sono circa la metà rispetto ai pinguini artici e per di più se ne stanno immobili, mezzi ingobbiti e tristi cercando anche di ripararsi dal vento furioso che batte senza posa sulla spiaggia; per di più assistiamo impotenti ad un pestaggio selvaggio di un piccolo, dal manto tutto rovinato, messo in pratica da adulti impietosi. Chissà perchè.&lt;br /&gt;Me ne vado ripensando alle balene perse. Ne vediamo altre dalla strada, mentre passiamo per zone costiere sempre più spettacolari.&lt;br /&gt;Siamo nella zona vinicola e ci fermiamo per pranzo a Blaauwklippen, un posto carino, un parco erboso dove si trova una cantina e dove c’è la possibilità di mangiare all’aperto e di degustare molti ottimi vini; dopo pranzo scherziamo anche un po’ sul prato, un pochino alticci, prendendoci tutto il sole di questa meravigliosa giornata. &lt;br /&gt;Tutto bello, ok. Ma i vigneti che dovevamo visitare dove sono? &lt;br /&gt;Boschendal è un posto molto piacevole da vedere, dove si trova un’antica casa coloniale olandese perfettamente conservata che visitiamo; anche questo è un importante luogo di produzione vinicolo. &lt;br /&gt;In serata siamo a Stellenbosch, una cittadina molto carina e vivibile, con una specie di piazza rettangolare abbastanza insolita per questo paese e con una fiorente università; fondata del 1679, è la città più antica del Sudafrica dopo Cape Town, ed è uno degli insediamenti meglio conservati, piena di palazzi in stile olandese del Capo.  &lt;br /&gt;Dopo una cena in un locale raffinato, eccoci, il mattino dopo, in partenza, per la meta conclusiva del viaggio: Cape Town, oppure Città del Capo se la vogliamo chiamare all’italiana. &lt;br /&gt;E’ una splendida giornata di sole e così possiamo apprezzare al meglio gli splendidi scorci di grandiosa bellezza che si susseguono lungo la costa; appena entrati in città, ci dirigiamo subito alla partenza della funivia, al momento purtroppo fuori uso, per la Table Mountain, ovvero quella grandiosa montagna che sovrasta tutta Cape Town e che si trova in tutte le foto panoramiche. Da lì, mentre già si comincia ad apprezzare la bellezza del luogo, decidiamo di dividerci in due gruppi, ciascuno col suo pulmino, perché ci sono due diversi programmi sulla giornata che si prospetta. &lt;br /&gt;Io sono con quelli che decidono di salire a piedi sulla montagna. &lt;br /&gt;C’è un sole caldissimo, la salita sembra ad occhio molto ripida e così, prima di affrontare la salita e di caricarmi sulla schiena lo zaino, mi denudo il petto suscitando l’ilarità dei soliti freddolosi. Effettivamente il primo tratto è proprio piuttosto duro, per di più il sentiero sassoso è fortemente irregolare, si cammina un po’ a fatica; però, ogni volta che mi fermo e che guardo la baia e che mi si staglia sotto di me sempre più nitida, col procedere del sentiero, mi sento abbondantemente ripagato di ogni fatica. E’ semplicemente bellissimo! Arrivati ad una biforcazione, proviamo ad andare a sinistra, nella speranza di raggiungere la vetta; purtroppo però, confrontandoci anche con un gruppo di americani che stanno tentando la nostra stessa impresa, scopriamo che è impossibile, bisognerebbe essere veri alpinisti per superare l’ultimo tratto di roccia perpendicolare. Così ritorniamo indietro fino al bivio, stavolta andiamo a destra per raggiungere una specie di spiazzo di roccia, proprio sul crinale est della montagna, a pochi metri dalla vetta; da lì si ha una veduta panoramica immensa, non soltanto sulla città e immediatamente capisco che quello che sto vedendo è una delle cose più stupefacenti che mi sia mai capitato di vedere in tutta la mia vita. &lt;br /&gt;Un’immagine di una tale meraviglia che non dimenticherò mai!    &lt;br /&gt;Riprendiamo il pulmino e, attraversando la città, ci dirigiamo verso il Capo di Buona Speranza (Cape of Good Hope); è una giornata magnifica, il cielo è blu intenso mentre cominciamo ad ammirare ogni curva della stupenda costa della penisola del Capo. Ad un certo punto sbagliamo strada, o forse era la strada giusta ma al momento impercorribile perché interrotta forse da una frana, e ci troviamo dentro al set di un film; infine dobbiamo ritornare indietro, non prima di aver apprezzato un magnifico scorcio panoramico. E’ una giornata veramente molto piacevole, e scorre a fiumi l’allegria e il buon umore. Dopo una sosta per un toast, finalmente, nel pomeriggio, arriviamo al Cape of Good Hope Nature Reserve; qui si trovano anche zebre e scimmie. E’ un parco molto bello che declina in mare, noi lo percorriamo veloci, senza incontrare nessuno fino alla punta del capo. Qui si trova un punto nel quale tutti vogliono farsi la foto, c’è la fila, mentre attorno romba il mare spumeggiante. &lt;br /&gt;Ci troviamo in uno di quei luoghi che, come Capo Nord, occupano uno spazio nella mente, uno spazio di confine, un limite di coscienza: qualcosa di memorabile, c’è qualcosa che non ti permette di dimenticare quello che stavi pensando quando eri lì o cos’hai fatto.   &lt;br /&gt;Dopo aver sostato un attimo, salgo sulla cima di una montagna lì vicino, c’è una vista mozzafiato sulla zona di mare circostante, ci sono anche alcuni ragazzi che stanno sdraiati e si sporgono sulla cima per guardare giù. Sembrano molto divertiti; ma, in effetti, è una vista quasi da capogiro!&lt;br /&gt;Respiro a pieni polmoni, mi perdo fin dove si spinge il mio sguardo, sognando di vedere, al largo, qualche nave in balia delle onde; ma, come ovunque in Sudafrica, non si vede nessuna imbarcazione all’orizzonte. &lt;br /&gt;E’ lo stesso, è bellissimo lo stesso.&lt;br /&gt;Riprendiamo il pulmino per raggiungere Cape Point, un luogo meravigliosamente panoramico dove si trova il faro, c’è anche una bella passeggiata in salita per andare su. Da qui lo sguardo abbraccia spazi ancora maggiori, in quest’altra vista mozzafiato crediamo di vedere anche la Table, è sicuramente lei, in mezzo a tantissime altre montagne che danno sul mare. Siamo proprio sotto il faro che tanti marinai hanno sognato di vedere.&lt;br /&gt;Dribblate alcune scimmie che, nel parcheggio, digrignano i denti abbastanza spaventosamente alla ricerca di cibo, ritorniamo felici, abbronzati e con la consapevolezza di aver vissuto una bellissima giornata. &lt;br /&gt;Per la sera ci vogliamo proprio concedere una full immersion nella realtà africana e così decidiamo di andare in un ristorante tipico, l’African Cafè, uno di quei posti molto caldeggiati da una guida intelligente come la Lonely Planet. &lt;br /&gt;Il ristorante si trova vicino a casa nostra, lo raggiungiamo in un attimo, per strada non c’è nessuno; ci sono due guardie armate che ci aspettano, ci fanno parcheggiare e ci assicurano la loro supervisione. &lt;br /&gt;Il posto è proprio carino, ci sono solo neri, ci fanno accomodare nella sala in alto e, prima di mangiare, viene una bambina con un po’ d’acqua dove dobbiamo lavarci le mani; sembra sia una specie di usanza africana prima del pasto. Ci servono 15 portate a prezzo fisso, ognuna viene da un particolare stato dell’Africa, così sembra quasi di poter usufruire di una cucina cosmopolita; sinceramente mi avvicino a questa cosa con molti pregiudizi, ma alla fine debbo ammettere che non è male, ci sono cose buone, cose meno buone e cose decisamente povere e scadenti come le ali di pollo fritto. Sarebbe giusto, l’Africa è anche questo, anzi, soprattutto questo. Però, ad un certo punto, si sente come un canto che proviene dalle stanze adiacenti, prima incerto, poi sempre più convinto; sono i camerieri che, simulando movenze feline e voci vellutate, fingono una danza africana: questo mi fa andare di traverso tutto quello che ho mangiato e mi fa desiderare fortissimamente di non essere mai andato lì. &lt;br /&gt;Roba da villaggio turistico. Va beh, peccato.  &lt;br /&gt;Il giorno dopo ancora bel tempo e decidiamo di visitare il Kirstenbosch Botanical Gardens, bellissimi, situati in una posizione insuperabile sul versante orientale della Table Mountain, pieno di una miriade di piante diverse; si passeggia in questo campo enorme, fortemente declinante, ammirati ad ogni passo per qualche fiore esotico, per qualche albero strano. Sotto si stende la città; un posto che si fa fatica, poi, ad abbandonare. Quindi, un breve giro della città per vedere che non ci sono particolari bellezze architettoniche, al massimo si trova qualche palazzo del ‘700 non particolarmente attraente, come la biblioteca nazionale o il palazzo del governo. &lt;br /&gt;Sul tardo pomeriggio saliamo a Signal Hil per vedere il tramonto e per fare un brindisi al nostro viaggio che volge al termine; è una delle colline che domina la città, dalla cui vetta si gode di un panorama praticamente a 360° su tutta la zona; memorabile anche il tragitto di ritorno, con la strada che scende a precipizio sul Cape Town, illuminata dalle luci notturne.&lt;br /&gt;L’ultimo giorno visita a Waterfront, la stupenda e folcloristica zona portuale, dove si trova anche la zona più nuova di negozi; lì, accanto al ponte girevole, abbiamo la sorpresa di vedere le otarie sdraiate sulle banchine e accanto alle navi che, dopo essersi un po’ stiracchiate, si tuffano in mare e nuotano con graziose evoluzioni nell’acqua per la verità non molto bella del porto. Giampaolo ed io visitiamo anche l’acquario (non grandissimo ma molto completo, termina con uno spettacolare vascone tipo piscina, che è possibile visitare anche percorrendo canali interni all’acqua, dove è possibile ammirare da vicinissimo poderosi squali che nuotano senza un movimento attraverso tantissimi altri pesci giganteschi) e il museo marittimo (per la verità non bellissimo, uno stanzone enorme tipo hangar dove si trovano molti modelli di barche e navi, qualche foto dell’epoca e pezzi di sommergibile). &lt;br /&gt;Quindi ci troviamo con gli altri nel luogo che avevamo prestabilito, presso il ponte, e ci imbarchiamo per Robben Island, un’isola a circa un’ora dalla costa ora dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità nel 1999, non perché sia bella, ma perché qui si trovava il più importante e famoso campo dei prigionieri politici del Sudafrica ai tempi dell’apartheid. E’ anche una giornata nuvolosa, ventosa e freddina, quando sbarchiamo siamo un po’ stralunati, anche perché sui muri che racchiudono il porto si trovano bellissimi murales fotografici che ritraggono i prigionieri ispezionati all’arrivo: non so perché, forse per il grigiore che mi circonda, sento vagamente il clima del giorno che arrivai a Como, per il C.A.R.&lt;br /&gt;Senza che nessuno ce lo dica ci infiliamo su un pullman che ci attende, un ragazzo di colore prende la parola e ci spiega, quasi metro a metro, quello che stiamo vedendo; è forse un racconto fin troppo dettagliato, in realtà non c’è tantissimo da vedere a parte una serie di baracche e una specie di cava dove i prigionieri andavano a spaccare le pietre.&lt;br /&gt;Finiamo in un cortile dove una ex-ergastolano di colore, con una gestualità teatrale e un accento inglese per me, francamente, assolutamente incomprensibile, ci spiega qualcosa della vita di laggiù; certo, doveva essere dura. Ma cosa c’era da aspettarsi, del resto? Era una prigione. L’ex-ergastolano finalmente termina il suo soliloquio, mi avvicino ad una grande foto appiccicata al muro del cortile che sembrava ritrarre qualcuno parlare in quel luogo con Cassius Clay; macchè, vedendolo da vicino mi accorgo che non è lui. &lt;br /&gt;Poi entriamo tutti a visitare la cella dove per 18 anni è rimasto rinchiuso Nelson Mandela; non c’è praticamente niente da vedere, è un posto piccolissimo e spoglio, ma tutti sono in fila per fare la propria bella foto. Mi sembrano quelli che sbarcano in qualche bella spiaggia per rubare la sabbia. Una cella vuota è solo una cella vuota, la storia è già passata.&lt;br /&gt;Usciamo tutti un po’ a capo chino, effettivamente è un luogo triste, soprattutto perché trovo sia svanita anche l’atmosfera che avevano promesso di farti respirare.&lt;br /&gt;E’ semplicemente un luogo morto.&lt;br /&gt;Da lì me ne vado volentieri, sulla barca veloce resto fuori per respirare il vento gelido che mi frusta, guardando certe onde che improvvisamente si materializzano minacciose e il profilo di Cape Town che pian piano si avvicina. &lt;br /&gt;Nelle facce di tutti vedo un velo di smarrimento per la fine di uno di quei viaggi che riempiono l’anima di tante cose difficili da dimenticare.&lt;br /&gt;Resta solo il brindisi e i ringraziamenti, in un bellissimo locale sul Waterfront.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-1759216621323539017?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/1759216621323539017/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/sudafrica-2002-un-volo-verso-orizzonti.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/1759216621323539017'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/1759216621323539017'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/sudafrica-2002-un-volo-verso-orizzonti.html' title='Sudafrica, spazi e libertà'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-7106953010454946277</id><published>2010-01-23T22:25:00.006+01:00</published><updated>2010-01-30T16:21:41.720+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggi'/><title type='text'>Turchia e Giordania 2001, camminando tra le rovine</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/00/13/5f/93/family-chimney.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 550px; height: 412px;" src="http://media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/00/13/5f/93/family-chimney.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;                                                             Turchia e Giordania 2001&lt;br /&gt;Dopo non poche pene, scelgo finalmente come destinazione del viaggio di quest’anno la Turchia e la Giordania. Anche se non sono convinto fino in fondo, sono comunque luoghi che non conosco per niente e che ritengo meritino senza dubbio la visita.&lt;br /&gt;Fatta conoscenza col gruppo alla Malpensa e raccattati quelli che erano partiti da Roma a Istanbul, atterriamo in serata ad Ankara, la capitale turca, situata già nell’altipiano anatolico. Mentre sul pulmino cerco inutilmente di fare funzionare il telefono, butto uno sguardo sulla città che si adagia in un luogo collinare; c’è abbastanza verde e spiccano subito gli affusolati minareti. Dà l’impressione di essere un luogo tranquillo, anche se ormai vivono qui circa 3 milioni e mezzo di abitanti, e si possono scorgere ville abbastanza lussuose accanto ai gecekondu, quei quartieri fatti “in una notte” e che sono il frutto dell’imponente crescita demografica. Già alla cena dell’albergo mi accorgo dell’esagerata gentilezza che circola da queste parti, ti aggiustano anche la sedia quando ti siedi, ma è una cosa poco naturale e che sa di falso. Usciamo dall’albergo per fare due passi, sento per la prima volta l’odore del kebap (carne cotta infilzata in uno spiedo verticale e servita spesso in morbidi panini con un po’ di verdura, a volte con peperoncino) che si sparge per le strade; la lingua turca, così gutturale, i visi, l’espressività, l’abbigliamento di queste persone, mi danno immediatamente l’impressione di essere capitato in un mondo decisamente più belluino e animalesco di quello da cui provengo.&lt;br /&gt;Pazienza, mi ci dovrò abituare.&lt;br /&gt;La notte fa un caldo infernale e si dorme a fatica fin verso le 4, quando i muezzin gracchiano dai loro altoparlanti a tutto volume il loro lamentoso richiamo per uno dei 5 momenti di preghiera della giornata: “Allahu Akbar” cioè Dio è grande (ma se n’è mai visto uno piccolo?), ancorchè anonimo, sconosciuto e senza faccia. Ci svegliamo del tutto, discretamente rintronati da queste tristi nenie che si diffondono sul buio della città; sembra di stare in quei mondi globalizzati, seppur piccoli microcosmi, di Orwell, dove c’è un potere che ordina dall’alto ogni cosa, secondo i suoi dettami, non importa quanto assurdi: chissà se nel nostro mondo occidentale, pur così permissivo, sarebbe tollerata una tal ingerenza della sfera religiosa…&lt;br /&gt;Scendo per la colazione e trovo quello che mi accompagnerà per tutto il mio soggiorno in Turchia: oltre il pane, burro e marmellata, ci sono olive nere, yogurt, formaggio salato simile al pecorino e uova sode. Mi abbuffo.&lt;br /&gt;Cominciamo con la visita al Museo delle Civiltà Anatoliche, ai piedi della cittadella, da dove si gode una bella vista sulla città sottostante. E’ molto ricco, si va dai reperti risalenti al Paleolitico, provenienti da un insediamento datato 9000 anni fa, alle teste di toro in bronzo appartenenti appunto all’età del Bronzo (3000-2000 anni fa), alle testimonianze del periodo Ittita (1750-1200 A.C.). Cambiamo i soldi in una banca, operazione un po’ laboriosa, e cominciamo a prendere contatto coi milioni di lire turche. Usciamo e passiamo per un luogo dove alcuni bambini, accompagnati dai genitori, attendono di essere circoncisi.&lt;br /&gt;Quindi partiamo per Hattusa, l’antica capitale ittita; la strada s’inerpica sempre più su fino ad arrivare su di uno sperone di roccia a picco sull’altipiano anatolico, lungo circa 2 chilometri. Il luogo è molto suggestivo. Adesso c’è solo vento, sole e montagne dove prima sorgeva questa importantissima città che rivediamo ricostruita nel suo aspetto esterno in un disegno: era imponente e massiccia, doveva proprio incutere rispetto! Rimangono in piedi la Porta dei Leoni, la Porta Reale e qualche fondamenta di case e templi. Visitiamo anche Yazilikaya, un luogo nei pressi anticamente adibito a cerimonie, con un bellissimo santuario rupestre e bellissimi bassorilievi di carattere militare e religioso. &lt;br /&gt;Usciti da lì, l’autista e l’albergatore ci portano in un posto dove si comprano tappeti, non entro neanche perché non mi piace il tè che bisogna per forza bere, non mi interessano i tappeti e non mi interessa mercanteggiare sul prezzo; dopo oltre un’ora la coordinatrice esce con un tappeto che le è costato 700.000 lire italiane…mi sembra un prezzo folle per la Turchia! Me ne intendo poco, ma credo che la percentuale che spettava a quelli che ci hanno portato lì abbia molto influito sul prezzo!L’albergo nei pressi di Hattusa è molto carino, però alla sera, dopo cena, scoppia un notevole casino per una incomprensione, non si sa quanto involontaria, sul costo delle camere; la gentilezza di quei loschi figuri si tramuta subito, attraverso un vociare e un gesticolare intimidatorio, in un atteggiamento di ipocrita ambiguità, di sibilante disprezzo …va beh, in qualche modo ne usciamo. Facciamo due passi per il paese polveroso e dall’aspetto quasi abbandonato, sembra di essere in un’altra epoca, qualche casa ricorda vagamente quelle tirolesi ma è in condizioni pietose, non c’è nessuno tranne qualche animale, è tutto buio; ci sono solo 2 negozietti aperti dove entriamo cercando qualcosa da bere, qui sembrano autenticamente gentili, soprattutto uno che parla in tedesco con Angela dei suoi trascorsi come lavoratore in Germania.&lt;br /&gt;Il giorno dopo siamo a Kayseri, anticamente un centro nevralgico dell’impero ittita, poi divenuta nel mondo romano la celebre Cesarea, città natale di San Basilio. &lt;br /&gt;Arriviamo verso mezzogiorno, fa molto caldo, in giro si vedono molte donne completamente vestite, con solo gli occhi scoperti, come prescrive il corano per gli integralisti; cominciamo a visitare la cittadella fortificata che adesso all’interno contiene un bazar che la guida dipinge come straordinario: a me sembra invece molto ordinario (sarà perché non mi interessa fare acquisti…); mi sembra di stare in quei mercatini rionali, di provincia, senza pretese ma, in compenso, troppo affollati. La fortezza forse sarebbe bella, ma è tutta coperta da tende e negozi. C’è un bel sole, ecco tutto. Visitiamo anche un paio di mosche poco attraenti e poi un caravanserraglio (cioè i luoghi dove i beduini si fermavano con tutta la loro carovana) non tenuto e poco interessante. Lì incontriamo un ragazzo simpatico e gentile che sa bene l’inglese; immediatamente arrivano diversi anziani a curiosare, lui fa da interprete e così parliamo un po’ anche con loro che raccontano volentieri le loro cose, essendosi spezzata la barriera di diffidenza. In molti ci fermano per strada, sembrano veramente cortesi, io trovo un ingegnere in pensione che mi sembra una persona squisita; però, quando si entra in un negozio, spesso cercano di fare i furbi. Continua il gran caldo. Ci sarebbero da vedere anche i mausolei ma tutti abbiamo voglia di andarcene e così decidiamo di non fermarci lì per la notte, ma di proseguire per Goreme, anche se la distanza è notevole, soprattutto per “Solimano”, che sarebbe Soliman, il nostro autista, un vero mito per tutti noi; come al solito non sa la strada e capisce forse, a malapena, il 20% di quello che gli diciamo. Noi gli parliamo in inglese e lui risponde in un turco difficile da comprendere anche per i suoi simili, notiamo, perché parla come se avesse sempre una patata in bocca; alla fine del discorso immancabilmente ride e ogni volta ci si chiede cos’abbia capito. Così c’è una vera sollevazione di popolo nel pulmino quando ci pare che abbia preso una strada lunghissima, lo costringiamo a fermarsi in una stazione di servizio; lui allora chiama a testimonianza il benzinaio, ed è visibilmente incavolato per la nostra mancanza di fiducia; dopo un lungo consulto pare che abbia ragione lui e allora decidiamo di costituire, seduta stante, il “Solimano fans club”, di cui mi candido subito come uno dei vicepresidenti. &lt;br /&gt;Per complicare ulteriormente un poco le cose decidiamo di visitare, strada facendo, il caravanserraglio di Sultanhani, un “gioiello” dell’arte selgiuchide costruito attorno al 1230, una specie di fortezza per i beduini che vi giungevano, dotato di ambienti separati per i cavalli e per i cammelli, con acqua calda per riscaldarsi in inverno e un piccolo oratorio adornato con leoni per le preghiere verso la Mecca.&lt;br /&gt;Entrando in Cappadocia il paesaggio cambia via via, da dolcemente collinare e con campi cosparsi di colture dai bei colori (tento anche qualche foto dal pulmino) si fa più brullo e roccioso, fin quando scorgiamo i primi “camini” che caratterizzano tanto questa regione e che la rendono famosa e particolare in tutto il mondo: in effetti, questa fama è pienamente meritata. Anche se arriviamo a Goreme all’imbrunire, il paese subito si mostra decisamente bello e particolare, tutto costruito dentro questi “camini” e alla bianca roccia calcarea. Ma l’albergo non si trova, Solimano si ficca su per un budello polveroso in fortissima pendenza finchè deve fermarsi, puntellando con sassi le ruote del pullman, e scende a chiedere dove dobbiamo andare. Finalmente localizziamo l’albergo, è in una posizione sopraelevata e stupenda, da lì si domina tutto il paese e la vallata; però ci dobbiamo arrangiare in 6 in una stanza, c’è un solo bagno per tutti, alcuni per andare a dormire si debbono improvvisare mezzi alpinisti, coi bagagli appresso, la doccia va solo quando le pare e nessuno rigoverna le camere; in compenso la ragazza che conduce la baracca e prepara i pasti è molto dolce e carina, e c’è anche un cagnino bianco simpatico e socievole .&lt;br /&gt;Il mattino occorre un po’ di tempo per abituarsi alla luce del posto, veramente accecante. Subito si parte per visitare il Museo all’aperto, un luogo particolarissimo e costellato di chiese rupestri più o meno riccamente affrescate; qui si rifugiarono i cristiani che fuggivano le prime persecuzioni dei romani e poi degli arabi, formando delle vere e proprie comunità, dapprima sotto l’impulso del vescovo Basilio di Cesarea che li invitava a non disperdersi. Alcune di queste chiese non contengono raffigurazioni umane, testimoniando il periodo iconoclasta anche all’interno della chiesa di quel periodo, diciamo tra il VIII e il IX secolo A.D. Il resto l’hanno fatto i mussulmani distruggendo i volti raffigurati perché essi non ammettono sembianze umane al divino. Questo posto tra le rocce è ancor oggi estremamente suggestivo, pur essendo setacciato palmo a palmo da orde di turisti. Verso le 13, sotto un sole che martirizza, cominciamo la visita a Zelve, una vera e propria città rupestre scavata dentro la roccia vulcanica rossastra di una spettacolare vallata e abitata da tempi immemorabili fino, praticamente, al 1952; gran parte degli ambienti che ora si vedono sono il frutto di erosione, frane, terremoti, alluvioni che li hanno portati alla luce. Molto bello, specie al tramonto, coi colori che cambiano verso il rosso più intenso. Ma il tramonto vero e proprio abbiamo deciso di vederlo sui famosi “camini delle fate”; il problema è che non c’è grande chiarezza sulla loro ubicazione, anche tra i locali, per cui cambiamo posto diverse volte. Comunque, ognuno dei luoghi che ci viene di volta in volta indicato è sempre bellissimo. La sera, dopo cena, saliamo a piedi il monte che sovrasta Goreme per scrutare la vallata che sta dall’altra parte; è piena di camini incontaminati, illuminati, quasi dipinti dalla luce lunare e dai riflessi che si scambiano vicendevolmente. &lt;br /&gt;Stiamo per un po’ in silenzio, finchè Luciano profetizza:” Quello che stiamo vedendo non lo dimenticheremo per tutta la nostra vita”. Chissà, magari sarà proprio così. Anzi, ne sono sicuro, perché è veramente bellissimo!&lt;br /&gt;Terminiamo la serata camminando sui crinali vicini, sotto la luna, inseguendo ciascuno la propria stella.&lt;br /&gt;Il giorno dopo rotta su Derinkuyu, una delle città ipogee che si trovano in questa zona; sono praticamente dei reticoli di cunicoli sotterranei, a diversi strati, dove si rifugiavano le popolazioni in pericolo tra il VI e il X secolo. Sono come i cunicoli dei viet-cong, sempre più stretti, profondi e bui, si scende, si scende, poi si risale. &lt;br /&gt;Sì, insomma, se si ha qualcos’altro da fare si può lasciare tranquillamente perdere. Guardando le campagne adiacenti la strada, si scorgono a perdita d’occhio, qui come altrove, degli spettacolari sistemi allineati di irrigazione, a testimonianza di una grande disponibilità d’acqua nonostante l’apparente siccità che ci circonda. &lt;br /&gt;Proseguiamo per la valle di Soganli, veramente un posto magico e memorabile! Anche i turisti sono pochi tra queste montagne, magari ci sono ma si perdono un po’ tra i sassi delle montagne, tra le bamboline di pezza che i bambini tentano di vendere e le ombre polverose del luogo. Decidiamo di salire per l’altro versante, in modo poi da discendere dove ci aspetta il pulmino. Non c’è nessuno e il paesaggio è spettacolare. Attraversato un ruscello, il sentiero è costantemente fiancheggiato da piante di albicocche, piccole e dolci, ma veramente buone! Mentre cammino ne raccolgo manciate, le spazzo alla buona della terra e me le gusto mentre salgo. Le chiese rupestri qui sono un po’ più rovinate, mi sembrano proprio lasciate un po’ in malora, i visi dei santi tutti fustigati dai punteruoli mussulmani. Il paesaggio ricorda quello di alcuni film western. Scendiamo attraverso il paese che appare poverissimo di tutto tranne che di antenne tv.&lt;br /&gt;Arriviamo in seguito a Mustafapasa, un piccolo borgo che la guida definisce “incantevole”; in effetti è carino, ci sono pochi turisti, è pulito e ordinato, si potrebbe forse anche definire “caratteristico”, a certi balconi stanno appese un po’ di gradevoli decorazioni, magari anche dipinte. Giunti in piazza, ci sono 2 bar popolati di soli uomini che fissano quasi con incredulità le donne del gruppo, probabilmente, per loro, spregiudicatamente vestite; ci appostiamo in un bar deserto, sotto una pensioncina, immersa nel verde, condotta da una simpatica ragazza occidentale, da dove possiamo scrutare la piazza. Canta il muezzin e notiamo che nessuno di quegli uomini sembra minimamente toccato dalla cosa. La Turchia non si può certo definire un paese integralista, ognuno è lasciato libero di aderire all’islam nella misura che crede opportuna. C’è un senso di calma che contagia un po’ tutti e che ci fa distendere. &lt;br /&gt;L’ultima tappa della giornata ci porta a Uchisar, uno dei luoghi più noti di tutta la Cappadocia; giustamente. Il paese si erge in un paesaggio lunare, arroccato su un pinnacolo di tufo tutto bucherellato dalle cavità abitative prodotte dall’uomo nel corso dei secoli; si dice che ci siano 25 piani tutti collegati tra loro da un reticolo di vie inestricabile. Il colpo d’occhio, salendo dal basso dove ci lascia Solimano, è veramente stupendo. Saliamo per un erto sentiero ancora affiancato da alberi di albicocche (altra scorpacciata…), raggiungendo il rustico centro, ancora abbastanza incontaminato e poco toccato dal turismo, e poi fin su alla sommità del castello che svetta a strapiombo sulla roccia; rimaniamo per un po’ attaccati, al suo culmine, alla bandiera turca frustata dal vento, per scrutare tutta la regione che si trova ai piedi. Scendiamo proprio al tramonto, mentre il pinnacolo roccioso si tinge di un rosso molto delicato e particolarissimo. Senz’altro, il luogo più suggestivo che ho potuto vedere qui in Cappadocia.&lt;br /&gt;Il giorno dopo, un pochino a malincuore, lasciamo Goreme e il nostro rudimentale alloggio per giungere a Peristrema, una vallata lussureggiante e costellata di chiese rupestri in rovina. E’ una gola profonda, ci sono circa 400 scalini per raggiungere il fiume Melendiz che in altre stagioni la rende impraticabile; è una passeggiata molto carina soprattutto dal punto di vista naturalistico, in certi punti il sentiero si fa difficile, occorrerebbe guadare il fiume di tanto in tanto, finchè procedere diventa oltremodo complicato. Torniamo costeggiando il fiume finchè Matteo e Iris danno una bella prova di equilibrio guadando il fiume scalzi su un tronco strettissimo gettato tra le due sponde.&lt;br /&gt;Dopo una breve sosta di riposo, partiamo per Konya, una città dal carattere notevolmente integralista che sorge attorno ai 1000 metri di altitudine, al centro della steppa anatolica. In questo luogo insegnò il poeta mistico di formazione persiana Djalal al Din al Rumi, (soprannominato “Mevlana”, cioè “nostro padrone”) che fondò il movimento dei dervisci rotanti; ora è rimasto il mausoleo, il Mevlana Meydani, che visitiamo. E’ un bell’edificio dalla cupola conica ricoperta da ceramica verde dove si trovano, tra le altre cose, numerose tombe di discepoli e membri della famiglia del poeta. La sala del sama, dove i dervisci ballavano, presenta una ricca collezione di strumenti musicali, abiti, libri, corani miniati e antichi tappeti da preghiera. I dervisci erano una sorta di setta all’interno dell’islam, monaci mussulmani che ritenevano che tutto, nel mondo, gira, per cui anche loro giravano su se stessi in una specie di danza incosciente, quasi per smaterializzarsi e assurgere in lato, fino al piano divino. Durante questa danza, la veste bianca si trasforma in un cono capovolto, in un calice di un bianco fiore; mentre le mani, disposte come coppe una verso l’alto l’altra verso il basso, stanno a significare la sapienza divina che il derviscio cattura in questa sua ascensione e che fa ricadere a pioggia sul popolo. Certamente è una teoria che suscita curiosità. L’islam ortodosso non ha grande simpatia per i dervisci che in qualche modo sembrano ammettere la reincarnazione. &lt;br /&gt;La sera, dopo aver inutilmente cercato il centro di questa città, arrivo al ristorante piuttosto affamato e faccio fuori parecchio kebap di capra; mi rimarrà sullo stomaco per giorni e da qui mi affido, più che altro, al digiuno. Dopo cena, ritorniamo presso il Mevlana Meydani, riccamente illuminato e quindi molto bello; è sabato e notiamo che una folla di pellegrini integralisti si stanno radunando sotto il porticato della vicina moschea e si apprestano a passare la notte.&lt;br /&gt;Il giorno dopo visitiamo Aspendos, nell’antica Licia, e il suo fantastico teatro romano del II secolo A.D., che, grazie alla scarsa attività sismica della zona, è pervenuto fino a noi quasi completamente intatto, con tutto l’edificio di scena, con nicchie e frontoni scolpiti e con le gallerie superiori in ottimo stato di conservazione; arriviamo intorno all’una del pomeriggio, il caldo è soffocante. Questo però non ci impedisce di inoltrarci tra le rovine lì attorno per giungere allo splendido acquedotto, che poggiava su due vallate. &lt;br /&gt;Non paghi del sito visitato, la tappa successiva è Perge, la città fondata dai greci dopo la guerra di Troia. Rimangono ancora in piedi due grandi torri mozzate diagonalmente che erano l’antica porta difensiva ellenistica, la via di portici disegnata da colonne ioniche, il teatro, lo stadio, il ninfeo con i resti di una fontana monumentale che riforniva d’acqua un vascone che percorreva tutta la città. Il caldo è ancora più tremendo, il minimo movimento costa fatica e si capisce la funzione di questa fontana. &lt;br /&gt;Riprendiamo, finalmente vediamo il mare, la strada si fa stretta e piena di tornanti, è l’imbrunire, è tutto un susseguirsi di piccole e piccolissime baie tutte simili, l’acqua è pulita e invitante, ma proseguiamo, ormai è tardi, Solimano va forte, a volte anche troppo…finalmente siamo a Demre, l’antica Myra, e troviamo anche un buon albergo a prezzi contenuti. Sembra che qui sia nata la leggenda di Babbo Natale. Nel secondo secolo dopo Cristo un uomo molto buono chiamato Nicola eredita una grossa fortuna e poi diventa vescovo; userà questa fortuna per aiutare i più poveri, in particolare lascia cadere dal camino 3 sacchi pieni di monete d’oro a un vecchio che ha 3 figlie in età da marito ma senza dote. Nicola diventa il patrono dei poveri e dei bambini: così nasce la leggenda di Babbo Natale. &lt;br /&gt;Il giorno dopo gita in barca: per 100 milioni di lire turche ne affittiamo una bellissima e salpiamo di buon mattino, diretti verso gli isolotti al largo, nel braccio di mare che separa la Turchia da Cipro. L’acqua è limpidissima e calda, ci tuffiamo in diversi posti, era ora…è piacevole. Ad un certo punto, ancorati nella rada di un isolotto che io credo sperduto, in brevissimo siamo affiancati da un motoscafo di un gelataio che ci porta i gelati e da una più rustica barca a remi, condotta da due anziane del posto, che ci vogliono vendere veli e collanine. Capisco che lì non esistono luoghi sperduti. Il bagno però è bellissimo, seppur in mezzo ad altre barche. Ci muoviamo mentre la più vecchia sta concludendo la trattativa con Elena, si aggrappa alla nostra barca, il volto sofferente, gli occhi scavati, il barcaiolo la vede ma non si fermerebbe neanche se non glielo dicessimo noi. Proprio animali.&lt;br /&gt;Dopo la sosta pranzo in un’isoletta piena di sepolcri antichi (alcuni spuntano anche dall’acqua), evitando il ristorante che ci è stato indicato per un piccolo market dove ci trastulliamo una graziosissima bambina, proseguiamo la nostra gita con altri tuffi e altri bagni; finchè giungiamo in una stretta lingua di mare tra due montagne, in alcuni punti l’acqua è ghiacciata a causa di sorgenti sotterranee, qualcuno individua un serpente subacqueo. &lt;br /&gt;E qui me la sento, tuffarmi di testa dal tetto della barca è una cosa nuova per me ma improvvisamente ho i movimenti in testa come se l’avessi fatto da sempre. C’è solo una piccola incertezza quando percepisco la distanza tra la mia testa e la superficie dell’acqua, se sbaglio mi potrei fare del male, sto per ripensarci quando il barcaiolo, che forse mi stava guardando, a gesti mi invita a provarci. Ok. Con una leggera spinta di gambe sono in volo. L’adrenalina non mi fa sentire l’acqua, mi riprendo da questa specie di ipnosi quando inizio a risalire in mezzo a una corrente di ghiaccio. Dal tempo che impiego a risalire, capisco che ero andato abbastanza a fondo, quindi penso di essere entrato abbastanza in verticale. Dev’essere così, perché non sento alcun dolore.  Preso dall’euforia, lo ripeto. Come prima. Rientriamo sdraiati al sole sul tetto della barca, si starebbe benissimo ma in poco tempo siamo al porto. Provo di riproporre la visita al sito dell’antica Myra, come si era stabilito in precedenza, ma nessuno fiata a parte Piero, tutti sembrano stanchi; lo sono poi anch’io.&lt;br /&gt;La sera ottima cena all’aperto su una tavolata piazzata proprio in mezzo al corso principale, deserto. Lì ho modo di osservare un tavolo vicino al nostro composto solo da donne, le anziane sono tutte bardate di nero, come monache, e hanno il chador, le più giovani sono sempre più occidentalizzate, nei vestiti e nei modi di fare.   &lt;br /&gt;Il giorno dopo partiamo per Termessos; in pullman, con qualche preoccupazione, leggiamo sulla guida delle difficoltà che implica la visita, poiché questa antica città sorgeva in una posizione montana quasi inaccessibile, tanto da richiamare il paragone con Machu Picchu (ma Termessos è più estesa, occupando i fianchi di diverse colline). In seguito poi la cosa si ridimensiona un attimino, ma sicuramente il luogo è proprio selvaggio, travolto dalla vegetazione: e in questo consiste poi, ora, la sua bellezza. La città fu assoggettata da Alessandro Magno solo con molta fatica. E’ crollato quasi tutto tranne un magnifico teatro posto sopra uno sperone di roccia e sotto un’aspra montagna, seppure un po’ franato nel vuoto. Si prosegue attraverso un’incredibile necropoli costituita da centinaia di sepolcri in pietra, tutti rotti o comunque aperti, decorati con sculture, una specie di visione apocalittica, per giungere, sulla sommità della montagna, alla casupola di due guardie forestali che danno l’impressione di essere ormai creature con poco di umano e che ci vorrebbero parlare, come al solito, di Fati Terim, il nuovo allenatore del Milan. &lt;br /&gt;Anche qui caldo atroce, per cui in pullman siamo molto attratti dalla piscina termale che ci aspetta nell’albergo di Pamukkale; in realtà, in questo luogo iper-turistico, scopriamo che si tratta solo di una pozza maleodorante all’interno di questo ristorante pretenzioso, dove ceniamo ad un buffet da dimenticare. In compenso, il nostro albergo, insieme ad altri, è colpevole del drenaggio dell’acqua calcarea delle vasche, per cui adesso la maggioranza sono vuote. Nonostante questo, moltitudini multietniche si avventurano di giorno su per i vasconi, camminando scalzi sui ciottoli e su dolorosissime superfici screpolate, espiando così ciascuno proprie segrete colpe; e sperando, nel contempo, di essere gratificati da questo grande spettacolo naturale. &lt;br /&gt;Beh, insomma, che dire? Sì e no. Magari, se ci fosse più acqua nelle vasche e meno gente che fotografa…arrivati sopra ci sarebbe anche un bel sito da visitare, Hierapolis, ma qui sembra che tutti abbiano perso l’amore per l’archeologia, o almeno quello che hanno simulato fin qui, volgono le terga, quasi con disprezzo, e ricominciano a discendere per la stessa strada; arrivo giù bagnato fradicio di sudore, non tanto per il caldo quanto per la tensione a causa della tortura cinese a cui ho sottoposto i piedi!&lt;br /&gt;Ma è facile ritrovare interesse per l’archeologia in uno dei posti più belli che ci siano a ricordo del mondo antico e che rappresenta la nostra tappa successiva: Efeso. Fu città importantissima sia in epoca greca che romana e anche i resti che  vi si trovano sono veramente qualcosa di sublime; per di più, danno un’idea abbastanza precisa di come doveva essere la città. Gli abitanti si erano principalmente affidati al culto di Artemide, e fu proprio qui che l’apostolo Paolo affrontò a scena aperta gli efesini in un pubblico dibattito famosissimo svoltosi nel magnifico teatro, capace di accogliere 25.000 spettatori, che ancor oggi è perfettamente conservato; tanto da ospitare ancora manifestazioni musicali, l’ultima importante in ordine di tempio è stato il concerto di Ray Charles. Sopportando il solito caldo torrido e il fiume di gente che visita il luogo, non si può non apprezzare la Via di Marmo, colonnata e con marmi risalenti al IV secolo, ma soprattutto la celeberrima Biblioteca di Celso, (vicino alla Porta di Adriano), una delle meraviglie della città, eretta nel II secolo dopo Cristo e benissimo ricostruita da un gruppo di archeologi austriaci. Era una delle prime 3 al mondo, anche grazie ad un innovativo sistema di areazione, conservava un patrimonio inestimabile di pergamene, era decorata da cento fontane, che apparivano come teste di leone, e da fiaccole notturne. Nei pressi ci sarebbe anche una casa che una medium, con dovizia di particolari, avrebbe individuato come dimora della Madonna per alcuni anni dopo i fatti di Gesù; però gli altri non vogliono andare, anche per il poco tempo a disposizione. Invece, preferiamo visitare il vicinissimo Artemision, il tempio dedicato ad Artemide che era una delle 7 meraviglie del mondo; in effetti, qui la visita è veramente breve in quanto, di quella meraviglia, rimane solo una gigantesca colonna in mezzo ad un prato. Comunque, tutto quello che abbiamo visto lo trovo bellissimo e suggestivo, per me il più bello tra i siti visitati.&lt;br /&gt;Senza però dimenticare il successivo, Pergamo, dove passiamo la notte, (in un albergo abbastanza “spartano”, per usare un eufemismo); per cena, siamo in un locale “tipico”, quelli nei quali si è obbligati a star seduti in panche bassissime e scomodissime, nel quale i camerieri si improvvisano anche musici e assoldano, lì per lì, due discreti esemplari femminili locali che, eseguono, solo per noi, una casereccia ma gradevole danza del ventre.&lt;br /&gt;La cittadella sorgeva su un colle molto panoramico sull’intera vallata e venne fondata da Lisimaco, un luogotenente di Alessandro Magno nel III secolo avanti Cristo. Re Eumene fece costruire qui una famosissima biblioteca, qui nacque la “pergamena” e la città divenne un centro culturale e commerciale di prima importanza nel mondo, prima di diventare, sotto i romani, capitale della provincia dell’Asia Minore. Resta l’affascinante Acropoli, seppur priva del maestoso tempio di Zeus e dell’imponente lotta tra giganti che ho ammirato quest’inverno al “Pergamon museum”, a Berlino. Attraversiamo il sito a piedi, scendendo verso il luogo dove ci attende Solimano e apprezzando lentamente la bellezza del posto. Completiamo la visita con la puntata al vicinissimo Asklepieion, un luogo termale famosissimo nell’antichità dove si curavano i ricchi pazienti attraverso bagni, massaggi, riposo, diagnostica onirica. Era anche diventato un luogo di ritrovo per saggi e filosofi e l’antico anatomista Galeno vi fondò una scuola di medicina. Da qui si gode una bellissima vista dell’acropoli di Pergamo, vicinissima.&lt;br /&gt;Ma non siamo ancora sazi e allora sotto con Troia, con il ricordo di tutte quelle maledette versioni che faticavano moltissimo a prendere un significato accettabile. Una delusione. All’entrata hanno messo un cavallo posticcio che non è neanche simile a quello che avevo sempre immaginato; poi ti spiegano che dal 3000 avanti Cristo sono distinguibili ben 9 strati della città. L’epoca dell’ambientazione del noto poema omerico dovrebbe essere all’incirca quella dell’IX secolo avanti Cristo, dopo di che la città sarebbe stata rasa al suolo da un incendio. Visitando il sito, non si trova praticamente niente, se non una parte delle mura e la parvenza di una delle porte Scee; considerando anche la piccole dimensioni della cittadella, viene quasi da chiedersi perché Omero abbia deciso di scatenare un tale casino per un posto simile…ma certamente avrà avuto i suoi motivi; prova ne sia che tuttora le vicende di Elena, Paride, Ulisse, Patroclo, Agamennone, costituiscono un caposaldo della cultura e della mitologia occidentale. &lt;br /&gt;Pernottiamo a Canakkale, soltanto una tappa in vista della giornata seguente che ci porta a Istambul, ovviamente una delle mete principali del viaggio. La strada è lunga, anche perché ci fermiamo in un paesino dell’entroterra, molto “turco” e reale, in quanto Solimano deve raccogliere il figlio, la figlia e la moglie; prendiamo il solito tè nel bar del paese dove i vecchi ci guardano allibiti, poi ci sorbiamo tutti i baci, i bacetti e le coccole tra nipoti e nonni; finchè l’allegra famigliola con tutti i bagagli si piazza proprio alla mia altezza, nel pullman, ricoprendomi di pacchi e valigie: finalmente si può ripartire. Attraversiamo uno stretto con un traghetto, una mezz’oretta di nave che ci permette di risparmiare moltissima strada e alla fine, proprio al tramonto, eccoci percorrere uno dei ponti sospesi in maniera spettacolare sul Bosforo e che uniscono le due parti della città, quella europea e quella asiatica, per una vista che ci lascia senza fiato! &lt;br /&gt;C’è tanto traffico, ma subito si intuisce che l’antica Costantinopoli conserva ancor oggi un fascino notevolissimo.&lt;br /&gt;I 3 giorni che seguono sono dedicati alla visita della città. Cominciamo dalla Moschea Blu, che, almeno esternamente sembra ricalcare abbastanza la struttura di Santa Sofia. Ci fanno inquadrare come un fiume di pecore scalze lungo un recinto interno, dentro c’è un tanfo di piedi che quasi muove al vomito, ci si guarda attorno straniati per scoprire che, a parte qualche mosaico alle finestre e un bel lampadario di forma quadrata che scende dal soffitto, non c’è niente da vedere. Di misticismo e di religiosità neanche l’ombra. Allora si esce per vedere Santa Sofia, la chiesa inaugurata nel 537 che rimase per un millennio quella più grande del mondo, prima di San Pietro, e un po’ il simbolo del trionfo dell’impero bizantino. Nel 1453, con la presa di Costantinopoli, venne subito trasformata in moschea, molti degli interni vennero depredati per far posto alla simbologia mussulmana, compreso alcuni disconi che rappresentano simbolicamente i profeti mussulmani. Quindi ricoprirono i mosaici bizantini con una bella mano di vernice: così che adesso non è più né carne, né pesce; insomma, una tristezza! Quindi, saliamo sulla torre del Galata, uno degli avanzi della cintura muraria genovese del XVI secolo, da dove si gode un bellissimo panorama sul Bosforo; poi, a piedi, attraverso un dedalo di stradine e un bazar più povero ma più vero di quello famoso, arriviamo Fethieye Camii, un’altra chiesa convertita all’islam che non ha niente da invidiare alla moschea blu, solo che il colore dominante qui è il rosso: ma almeno non c’è nessuno! Concludiamo la giornata con un giro in barca sul Bosforo, cercando di cogliere l’effetto degli ultimi raggi di sole sui minareti. Il giorno dopo, divisi in 2 gruppi per assecondare meglio i diverse interessi e le diverse esigenze, cominciamo col vedere il Museo Archeologico, ricavato in un bellissimo palazzo proprio a fianco del Topkapi, diviso nelle sezioni dell’antico oriente, della ceramica e delle antichità. Soprattutto quest’ultima parte è molto bella e di qualità; qui, tra altri pezzi bellissimi dell’arte classica, si trova un sarcofago risalente al IV secolo avanti Cristo, trovato in Libano ed erroneamente identificato in un primo tempo come quello di Alessandro Magno, decorato con scene di guerre e di caccia veramente stupende. Usciti di lì andiamo alla Cisterna-Basilica, costruita da Costantino e fatta ampliare da Giustiniano, lunga 140 metri e larga 70, capace di contenere fino a 80.000 metri cubi d’acqua, sorretta da 336 colonne alte 8 metri che si riflettono nell’acqua ora stagnante e piena di pesci. Sembra proprio di stare in una basilica sotterranea e una bellissima illuminazione, unita a un piacevole accompagnamento sonoro, rendono questa visita particolarmente gradevole oltre che fresca. &lt;br /&gt;La sera siamo in un locale per turisti all’aperto, carino anche, dove si esibiscono 2 dervisci nella loro danza rotante; sono 2 poveri ragazzi con la faccia macilenta e sofferente, che col loro girare su se stessi e le mani allungate a coppa simboleggiano il loro processo di smaterializzazione; sarà, ma si percepisce soprattutto una gran sofferenza, il pubblico assiste ammutolito, su un sottofondo musicale vagamente alienante, verrebbe voglia di dirgli:” Va bene, ora basta, abbiamo capito, state fermi, ci pensiamo noi a smaterializzarci, va là, venite qui che vi offriamo una birra…   ”ma sarebbe impossibile perché non possono servire nessun alcolico, e men che mai in presenza di una rappresentazione religiosa. Per fortuna che poi ci portano il narghilè, una sorta di alambicco con un’ampolla d’acqua in fondo e un tubo dal quale si aspira fumo variamente aromatizzato, utilissimo per passare la serata e per condire in qualche modo le chiacchiere amichevoli. &lt;br /&gt;Il mattino, come solito, mi sveglio un pochino in anticipo per gustare maggiormente l’abbondante colazione servita sul terrazzo dell’albergo e, soprattutto, la splendida vista su tutta la città, addolcita da piacevoli scelte musicali e dalla brezza mattutina. E’ il giorno del Topkapi, una specie di rito al quale non ci si può proprio sottrarre. Fiumi di turisti ogni giorno si martirizzano in file chilometriche per i 3 costosissimi biglietti che assicurano la visita a tutto il palazzo. Almeno il cielo è coperto, non fa caldissimo. Iniziamo col visitare l’harem, dove una guida annoiata ci conduce per un dadalo di stanze, con qualche magnificenza annacquata nel prevalente anonimato del luogo; ma tutti fingono interesse, che diamine, siamo nell’harem del Topkapi! Poi si prosegue per tutta una serie di varie mostre di quadri, ceramiche, armi, arazzi, ricavate nelle varie sale del palazzo; notevoli soprattutto quella dei gioielli, dove se ne trova uno incredibile, dalle dimensioni di una pesca, tutto sfavillante, quando ci si passa davanti i suoi riflessi rifulgono sopra le facce sognanti; si dice sia stato trovato da un povero in una discarica e rivenduto al sultano per 3 cucchiai; e quella delle reliquie, dove ci sarebbe un braccio di Giovanni Battista foderato in armatura medievale, il bastone di Mosè, alcuni peli della barba di Maometto e tanti altri cimeli mussulmani. &lt;br /&gt;In generale, c’è un gusto dello sfarzo che a me sembra spesso pacchiano. &lt;br /&gt;Finalmente si fa una sosta nel baretto-ristorante con vista sul Bosforo, dove per comprare un panino bisogna prima fare un mutuo. La vista però è veramente gradevole e riposante, finchè si materializzano le minacce che sentiamo da un po’ sotto forma di tuoni lontani e si scatena il finimondo; in breve, scompare dalla vista prima l’altra parte della città, poi le navi e il mare, poi non si vedono neanche i fulmini che ripetutamente squassano il cielo e cadono in acqua con fragore tremendo, a breve distanza da dove siamo noi. Grande parapiglia, risate nervose ed esclamazioni in tutte le lingue, sembra di essere ai piedi della torre di Babele! Quando tutto si calma, usciamo da quella “meraviglia” e facciamo rotta per il Gran Bazar, che è al chiuso, con belle arcate dipinte, dove ti chiedono 100 per quello che altrove ti chiederebbero 20: poi, d’accordo, bisognerebbe star lì a contrattare, almeno così dovrebbero fare coloro ai quali piace star lì a contrattare ogni cosa coi bottegai; per quelli come me che invece adorano i prezzi fissi, tutto questo fa svanire completamente la pur tenue voglia di comprare cianfrusaglie. &lt;br /&gt;E’ arrivato anche il momento di lasciare Istanbul. All’ora stabilita ci troviamo puntuali in albergo per il trasferimento all’aeroporto. Voliamo col buio e arriviamo ad Amman che è notte fonda. Noto subito che i controlli sono più severi; appena fuori dal check in mi spavento un attimo per un urlo beduino molto particolare di una donna anziana che evidentemente saluta in questo strano modo qualcuno che sta partendo. I pulmini già ci attendono, ma il nostro fatica a ripartire così arriviamo in albergo alle 3. &lt;br /&gt;Il giorno dopo ci svegliamo, ovviamente, con un po’ più di calma del solito. Per prima cosa andiamo a cambiare i soldi; siamo passati dalla lira turca svalutatissima, roba che una bottiglia d’acqua arriva a costare anche un milione, al dinaro giordano che è una specie di sterlina visto che 1 dinaro equivale a circa 3200 lire. Inoltre, presenta un sistema decimale veramente un po’ complicato, perché 1 dinaro è diviso in 1000 fil, raccolti in piastre ognuna delle quali vale 10 fil per unità; impieghiamo un po’ a capire come funziona la cosa, anche perché esistono una grande quantità di monete di diversa foggia che però hanno lo stesso valore. Il risultato è che, almeno inizialmente, noto che tutti, quando si tratta di pagare con le monete, offrono tutto il mucchietto, della serie:”faccia lei, ci fidiamo”. In compenso, sembra che questi giordani siano sostanzialmente onesti. &lt;br /&gt;La prima tappa è Madaba, un centro cristiano di grandissima rilevanza in Giordania, sia nel passato (l’antica Medeba) sia oggi, tanto che in questo luogo convivono in modo più tranquillo e pacifico che altrove islamismo e cristianesimo; noi andiamo soprattutto per gli antichi mosaici che continuano ad essere scoperti negli scavi. Il luogo più importante è la St.George’s Church; qui appunto è stato rinvenuto un mosaico datato 560 dopo Cristo dove erano stati raffigurati tutti i principali siti menzionati dalla Bibbia, con didascalie in greco; si andava dal Libano all’Egitto fino al Mediterraneo, con al centro Gerusalemme e la Chiesa del Santo Sepolcro. Fanno anche pagare un dinaro per entrare in chiesa (!). Visitiamo anche l’Archaeological Park, ovvero un luogo dove gli scavi tuttora in corso hanno portato alla luce 2 chiese, la Chiesa della Vergine Maria e la Chiesa del Profeta Elia, unite da una strada romana. La cosa più interessante da vedere anche qui sono i mosaici, molto belli, ai quali si accede attraverso un opportuno percorso di passerelle. E’ circa mezzogiorno, in cielo non si vede una nuvola, fa un gran caldo ma è molto secco e quindi più sopportabile che in Turchia.&lt;br /&gt;La strada ci porta al Monte Nebu, il monte dal quale La Bibbia tramanda che Dio concesse a Mosè di vedere la Terra Promessa; è sperabile che a quei tempi il clima fosse stato un po’ migliore di adesso, perché la vista che si gode oggi da questo punto è sì amplia e panoramica, ma anche molto desertica e desolante. Si scorgono tra la nebbia, la foschia e l’inquinamento, le vallate che corrono fino al Mar Morto e Gerusalemme, mentre una lapide mostra la direzione e la distanza veramente ridotta di tutti i principali luoghi della storia cristiana. In questo luogo non c’è nessuno, ma si respira un senso della storia diverso da quello dei siti; secondo me, infinitamente più profondo. C’è anche una chiesa, condotta in questi tempi dai francescani, col punto esatto dove sarebbe morto Mosè; la tomba però non è mai stata trovata. &lt;br /&gt;Ma la nostra vera meta del giorno è Jerash, una città che raggiunse il massimo splendore verso il III secolo dopo Cristo, quando le venne conferito lo status di colonia romana. Come al solito, arriviamo che fa un bel caldo e inizialmente c’è poca voglia di muoverci: tanto di siti ne abbiamo già visti a bizzeffe e vorremmo magari preservare il nostro desiderio di vedere i siti archeologici per l’ultimo, che è poi il motivo principale per cui siamo in Giordania. L’entrata poi è posta all’interno di un bazar e si teme di dover sopportare la solita pressione che tocca ai turisti. In realtà è tutto il contrario: non c’è nessuno, anche se il luogo è bellissimo e veramente unico. Entrati, dopo un paio di chilometri, dall’Arco di Adriano, ci troviamo quasi subito nel curioso e sterminato Foro di forma ovale; facciamo un salto al teatro e poi percorriamo tutti, seppur in ordine sparso, il Cardo Maximus, fiancheggiato da un colonnato ottimamente conservato. Non c’è veramente quasi nessuno, l’atmosfera è molto particolare. Passo un gruppo di ragazze francesi che simulano delle riprese cinematografiche e ridono. Poi salgo per le scale del Propileo e, a poco a poco, come su un set cinematografico, mi si svela, dall’alto verso il basso, il Tempio di Artemide: sono rimaste soprattutto le colonne ma il luogo, forse anche perché ormai siamo al tramonto, mostra un grandissimo fascino! &lt;br /&gt;La sera ritorniamo ad Amman, che attraversiamo in pullman, ma non sembra essere molto attraente. Il giorno dopo cerchiamo di soddisfare in nostro desiderio, ancora un po’ insoddisfatto, di mare, con una puntata per un bagno sul Mar Morto. Sono moto riluttante, si paga anche ad entrare nella spiaggia perché poi è obbligatorio farsi la doccia, visto che l’acqua è naturalmente untuosa; i dintorni poi sono desertici e decisamente poco attraenti. Invece sbagliavo, è un’esperienza divertentissima e strana lasciarsi andare su una superficie d’acqua salata, caldissima, che proprio non ne vuole sapere di farti andare a fondo! Anche dove non si tocca, stando fermi, in verticale, si rimane in emersione con tutto il busto; quando ci si sdraia per fare il morto sembra di stare su un materassino e se poi ci si sdraia di pancia i piedi sono proiettati in su, all’asciutto: roba da prendersi uno strappo alla schiena! &lt;br /&gt;Facciamo una breve visita al castello di Kerak, costruito dai crociati nel 1142 in questo luogo che si ergeva sulle antiche vie carovaniere che univano l’Egitto alla Siria, conosciuto già ai tempi dei greci e dei romani. Anche se non è conservato benissimo, però è bella la posizione in cui si erge; da lassù si può osservare, per una grandissimo tratto, tutto il territorio circostante, molto brullo e inospitale. Non è impossibile immaginare tutto il traffico di merci e di uomini che è transitato per questi luoghi nel corso dei secoli. &lt;br /&gt;Dopo una breve sosta, rifocillandoci lungo la strada, ripartiamo per Petra, dove arriviamo prima del tramonto dopo aver attraversato una lunga zona desertica, nelle ore centrali della giornata, in un’atmosfera rovente. Abbiamo deciso di prolungare la visita a un giorno e mezzo, nonostante il biglietto d’ingresso costi veramente tanto salato. Sinceramente non l’avrei fatto, ma anche qui mi debbo ricredere. Nel luogo dov’è ora Petra si sono trovati i resti di un insediamento neolitico risalente al 7000 avanti Cristo; in seguito ci furono gli Edomiti e quindi i Nabatei, un popolo di briganti che si arricchì con saccheggi e quindi imponendo pedaggi alle carovane. Il loro potere aumentò sempre più e raggiunsero il loro apogeo all’epoca di Cristo, le cui vicende si svolgevano a brevissima distanza da qui, per cui i nabatei sono ampiamente citati nel Nuovo Testamento. Nel 106 d.C. fu conquistata dai romani che cominciarono a plasmarla secondo i propri gusti, cioè introducendo il Cardo Massimo e quindi vari templi. In seguito, i crociati costruirono qui un forte; ma poi della città furono perse le tracce, fu come dimenticata, nota soltanto ai beduini della zona.&lt;br /&gt;Così, il luogo dove sorge, la bellezza dei monumenti ricavati scavando la roccia, unita a quella dei templi, in uno spazio roccioso amplissimo, fanno veramente di Petra un luogo unico al mondo e sicuramente irripetibile; oltre che ben conservato. &lt;br /&gt;Me ne accorgo subito. Entrando, percorrendo i 2-3 chilometri del sentiero che introduce nella città vera e propria, non si può non rimanere colpiti dalla bellezza di questa lunga gola rocciosa ( nella lingua locale As-Siq), i cui soli rumori sono le grida dei beduini che con asini, cavalli e cammelli offrono i loro servigi come tassisti. La gola diventa sempre più stretta finchè si spalanca di fronte al Tempio del Tesoro ( Al-Khaznet ), sicuramente il più bello e suggestivo che si trova nella città, sembra provenire da un altro mondo. Fu anche utilizzato per la scena finale di un Indiana Jones, proprio quello più “metafisico” della serie, quello della ricerca del Graal, che, nell’immaginazione dell’autore, si trovava ancora custodito da immortali crociati nelle viscere di questo tempio magico. Visitato poi il teatro, ci arrampichiamo su uno dei lati della montagna che sta diventando rossastra per assistere al tramonto. &lt;br /&gt;Il nostro albergo è a Wadi Mousa, la città che sta sorgendo in maniera disordinata a fianco del sito solo per sfruttare il turismo; più che una città sembra un cantiere aperto, stanno rifacendo tutto, anche l’asfalto, mentre molte case sono in costruzione. Una specie di cattedrale nel deserto. Però in albergo sono gentili, dopo cena ci sediamo di fuori, attorno ad un narghilè, chiacchierando con qualcuno di loro e apprendendo così molte cose del loro stile di vita. &lt;br /&gt;Il giorno dopo completiamo la visita di Petra con un’immersione totale. Rifacciamo la strada del giorno prima e vediamo il Tempio del Tesoro illuminato dalla luce mattutina, poi attraversiamo tutta la città per raggiungere il Monastero ( Al-Deir), dopo una ascensione di 800 gradini. Però anche qui ne vale la pena, sia dal punto di vista del paesaggio naturale montano, sia per la bellezza del tempio, grandioso e simile all’altro. Stiamo un po’ di tempo in un luogo fresco a rimirare il tutto e i turisti che giungono sfiatati. Discendiamo per visitare il piccolo museo, poi la chiesa bizantina con bellissimi mosaici a forma di disco e allineati, raffiguranti per lo più animali, e infine ci arrampichiamo per gli ultimi 700 gradini per visitare l’Altare del Sacrificio, un’ara sacrificale posta proprio in cima ad un colle dominante l’intera città. Un luogo selvaggio, battuto dal vento e dal sole. E’ arrivato il momento di andarcene, sembrava tanto il giorno e mezzo a disposizione e invece si è rivelato appena sufficiente per apprezzare al meglio questo bellissimo luogo. Ci sediamo ancora un bel po’ di fronte al Tempio del Tesoro, mentre Luciano, che ha stuzzicato un arabo parlando nella sua lingua, deve poi sopportarne le conseguenze sotto forma di un lunghissimo racconto storico e sociale in arabo, da cui noi, quindi, siamo totalmente esclusi. &lt;br /&gt;Il giorno seguente, dopo una breve visita alla Piccola Petra, simile alla maggiore ma in miniatura e meno sensazionale, ( però anche priva di turisti ), facciamo rotta a Wadi Rum, una zona desertica costituita da una serie di vallate larghe circa 2 chilometri e che occupano un’area di circa 130 chilometri da nord a sud. Fra le vallate si estende un paesaggio desertico di sabbia e rocce rossastre, mentre l’erosione ha trasformato le montagne che lo circondano in soffice arenaria. Attendiamo allo start point fin verso le 5, poi ci imbarchiamo su antiquate jeep per un breve itinerario sulla sabbia. Ci fermiamo per le foto e per visitare qualcuna delle incisioni rupestri di cui è piena la zona, le più antiche appartengono al neolitico e raffigurano animali che abitavano queste zone con altri climi. Lowrence d’Arabia si nascondeva da queste parti nel 1917, ai tempi della conquista di Aqaba e quindi della definitiva sconfitta dell’esercito turco-ottomano. Concludiamo la visita su un crinale rossastro, fotografando il paesaggio al tramonto.&lt;br /&gt;Per la sera è in previsione la “nottata beduina” e così ci portano in un luogo attrezzato, con tanto di toilette tipo campeggio e montagna illuminata da fari, con due disperati musicisti locali che ci allietano con una musica lamentosa, con un entusiasmo sprizzante dai volti un po’ inferiore rispetto a quello degli operai alla catena di montaggio; la cena è composta da numerose portate, una peggio dell’altra fino a degli spiedini di carne decenti. Però siamo obbligati a stare sulle panche beduine per cibarsi dal tavolo beduino; bisognerebbe amputarsi le gambe, evidentemente gli antichi beduini non erano più alti di 80 centimetri, non so. Almeno, i due disperados, quando erano già passati nella pericolosissima fase di invitare qualcuna a ballare, essendo continuamente interrotti dal telefonino di uno, devono desistere: un sollievo! Per far riprendere al corpo elasticità dopo la cena martirizzante, ci sdraiamo in cerchio per vedere la via lattea, passandoci il tubo del narghilè; infine, ci ritiriamo a dormire in una specie di stanzone all’aperto, l’uno a fianco all’altro, coperti da un tetto di arelle.&lt;br /&gt;Partiamo di buon mattino per Aquaba, lungo un’autostrada in mezzo al deserto percorsa quasi solo da camion-cisterna che trasportano il petrolio verso il porto. La città subito si presenta molto tranquilla, circondata dal deserto, ma in una posizione particolare, proprio nel fondo di una lunga insenatura del Mar Rosso; proprio di fronte a noi c’è Israele, più in là la terra diventa Egitto. Non si può dire che il paesaggio sia molto pittoresco e le spiagge molto pulite: ma il mare è molto bello, anche se fresco, è possibile fare snorkeling e ammirare tantissimi pesci. La sera, finalmente, cena di pesce in un localino tipico ma lontano dalla città, ci vengono a prendere col taxi a loro spese. &lt;br /&gt;Il giorno dopo gita in barca, speravo di andare verso la parte israeliana, ma ovviamente non si può e così torniamo praticamente dalle parti del giorno prima. Ci cucinano anche un grosso pesce che è il fratello gemello di quello mangiato la sera prima, condito nello stesso modo con le stesse verdure. Ancora bagni e snorkeling. Al ritorno, vado in giro per la città, ci sono tanti negozi per turisti, ma di turisti ne distinguo veramente pochissimi. Forse la situazione tesa di Israele ha sconsigliato un po’ tutti di arrivare fin qui. La sera decidiamo di andare a cena in un posto proprio sulla spiaggia, di fronte abbiamo Eliat, in Israele, incredibilmente illuminata, vediamo anche gli aerei che atterrano e decollano di continuo dall’aeroporto militare. Abbiamo anche ordinato la birra e finalmente sembra che non ci siano problemi, perché gli islamici non ammettono l’uso degli alcolici, o meglio, i turisti potrebbero bere birra ma loro non possono venderla e così tocca sempre mangiare con l’acqua. Stavolta sembra che non ci siano problemi, ci piazziamo col tavolo proprio quasi coi piedi in mare, il colpo d’occhio è bellissimo, a fianco passa ogni tanto un cammello al galoppo, comincia ad arrivare la cena, poi l’acqua, ma la birra niente, sembrano non capire…poi, ecco, la portano, delle belle bottiglie fresche, con un fare da cospiratori. Poi qualcuno viene a chiederci di mettere le bottiglie sotto il tavolo, noi non capiamo subito e così, dopo brevissimo tempo, scoppia a pochi passi da noi prima una lite furibonda, poi cominciano a volare botte da orbi! Mangiamo molto preoccupati, tenendo un occhio sul piatto e un occhio alle masnade che si muovono attorno; Luciano, che capisce l’arabo, dice che gli sembra di aver captato che è per le birre: evidentemente, ad alcuni non sta bene questo commercio di alcolici. Il cameriere-chef-barcaiolo, ripetutamente si viene a scusare, sostiene che comunque non ci sono problemi; in realtà scoppiano continui piccoli tafferugli, c’è gente sul muretto che ha in mano dei sassi, la situazione è esplosiva. Per cui decidiamo di andarcene. &lt;br /&gt;Il giorno dopo, nel pomeriggio, a bordo di pullman gran turismo, ritorniamo ad Amman percorrendo una lunga strada stretta, ( non c’è anima viva se non ogni tanto qualche tenda beduina ), attraverso il deserto, di 300-400 chilometri, molto vicina ai confini tra Giordania e Israele, costeggiando di nuovo il Mar Morto. La Cisgiordania è vicinissima, solo dall’altra parte del mare salato, si vedono soldati e carri armati; a parte questo, solo acqua, polvere e sole. &lt;br /&gt;Siamo nuovamente all’albergo dal quale eravamo partiti. Finiamo gli ultimi soldi nei localini lì attorno, mangiando pizze pesantissime o hamburger improbabili. &lt;br /&gt;Raggiungiamo l’aeroporto per il volo notturno che, con scalo ad Istanbul, ci riporta in Italia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-7106953010454946277?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/7106953010454946277/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/turchia-2001.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/7106953010454946277'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/7106953010454946277'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/turchia-2001.html' title='Turchia e Giordania 2001, camminando tra le rovine'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://3.bp.blogspot.com/_3RyflmbV9I4/S1xgn8bl95I/AAAAAAAAABY/KnlT_DBY7pk/S220/02112007006.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4686650413865216544.post-5430732341175262008</id><published>2010-01-22T20:56:00.009+01:00</published><updated>2011-01-15T18:17:21.500+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggi'/><title type='text'>India 1999, full immersion</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.markos.it/india/slides/IndiaNord016.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 719px; height: 510px;" src="http://www.markos.it/india/slides/IndiaNord016.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;24/12/99       INDIA 1999&lt;br /&gt;Quest’anno, dunque, India del Nord.&lt;br /&gt;Contravvenendo ad una delle mie sciocche certezze (“ Io non andrò mai in India “) e convinto dalle gentili insistenze del capogruppo dello scorso anno in Messico, mi sono presentato a Roma quasi rapato a pelle e con un abbigliamento tipo marine della base di Guantanamo, evidenziando così lo spirito col quale intendevo affrontare le difficoltà del mese che mi si parava davanti e scatenando l’ilarità generale; eravamo in dieci, otto reduci dal Messico (anche le sorelle milanesi, sempre più alte, più magre e più temprate) e due nuovi innesti: Fausto, un ragazzo di Varese tosto e simpatico, anche se parlava solo se interrogato, grande fotografo professionale, e Gabriele, amico del capogruppo Fabrizio, al primo viaggio con Avventure nel Mondo.&lt;br /&gt;Però, appena sbarcato a Nuova Delhi dopo un breve scalo ad Amman, in Giordania, ho capito che per non farsi travolgere dal tutto ci sarebbe stato da rimboccarsi le maniche; un conto è pensare dall’Italia, nel silenzio e nella frescura della tua cameretta, cosa possa essere l’India e un conto è vederlo e saper di dovere stare lì dentro un mese!&lt;br /&gt;Noi pensiamo che qui in Italia in estate sia caldo e magari anche umido?&lt;br /&gt;Beh, prova l’India in agosto, che pure non è il mese più caldo, poi ne riparliamo!&lt;br /&gt;Usciti dall’aeroporto, mentre aspettavamo il pulmino che ci avrebbe accompagnato per una ventina di giorni, pur non &lt;br /&gt;facendo assolutamente nulla se non respirare, mi sono ritrovato come per miracolo, in dieci minuti, fradicio di sudore anche per colpa di un inquinamento che ti fa bruciare gli occhi.&lt;br /&gt;Vacche, montoni, capre, cani, scimmie, topi, scoiattoli, animali, tori vanno raminghi cercando qualcosa da mangiare tra i rifiuti, magari un bel cartone, naturalmente scagazzando dappertutto e dormendo in mezzo alla strada; del resto, anche gli uomini, se gli va di fare un pisolino, si sdraiano per terra e dormono, magari stesi di faccia, avendo come casa il mondo.&lt;br /&gt;I camion, le auto, le biciclette, i “risciò” azionati a pedali da poveri ciclisti per due lire, i “tuc-tuc” (infernali ape-car senza porte, gialli e neri come cubiche vespe dal velleitario frastuono, producenti un fumo nero che si deposita anche sul pensiero) uomini a piedi, tutti circolano a sinistra, retaggio della dominazione inglese; ma la vera regola è che non ci sono regole, tranne quella che la cosa più grossa che si muove ha sempre ragione per cui se un camion va magari anche contromano l’auto deve rifugiarsi fuori strada e così a discendere, per finire all’uomo che tutti puntano perché suppongono che si sposti, così che sono vietate incertezze fatali. L’altra regola non scritta è che è obbligatorio per tutti sempre suonare per avvertire chi ti precede che stai arrivando, anche se vai in bicicletta (molti camion sul retro portano la scritta: ”Horn, please”) e se non vuole una nuova riga tra i capelli stia accorto. &lt;br /&gt;Immagina il caos e il frastuono!&lt;br /&gt;Ovunque ti giri, storpi, monchi, bambini, vecchi, nullatenenti e anche lebbrosi ti chiedono la carità di una rupia (44 lire) e tu non gliela dai (e così ti senti in colpa), mentre improvvisati venditori cercano di venderti ogni possibile prodotto tipo cartoline, serpenti finti, scacchiere, topi a pompetta, giocattoli strani, accendini, cappelli, strumenti musicali, foulard, spezie, thè, e quant’altro si trovano in mano, magari impostando loro stessi l’intera trattativa, oppure cercano di portarti in qualche negozio per avere la percentuale sui tuoi acquisti, oppure semplicemente ti affiancano parlando di continuo anche se tu non li guardi nemmeno e poi vogliono soldi perché dicono di averti fatto da guida, oppure semplicemente ti bloccano e con un bel sorriso ti chiedono: ”Where do you come from?”-“Italy”.-“Ah, Italy…” e se ne vanno, appagati. Tutto questo dovunque e per sempre.   &lt;br /&gt;Così, durante il primo giorno a Nuova Delhi, bagnato fradicio di sudore, la testa che mi girava, la prospettiva del lungo mese davanti, ero sul punto di convincermi che il suicidio fosse un’onorevole via d’uscita ad una tale situazione; per fortuna, la sera siamo andati a cena in un posto fatiscente della “Old Delhi”, dove, in un’atmosfera incredibile fatta di miseria, sporcizia, uomini che dormivano sopra ad una strettissima aiuola spartitraffico, topi, cose rotte, di corpi maleodoranti e a brandelli che in qualche modo si rotolavano vicendevolmente addosso suonando, tra luci sulfuree tipo bolgia infernale, a bordo di un risciò a pedali che procedeva a fatica tra la folla e su un terreno sconnesso, in mezzo a vacche che cagavano indifferenti e a mille odori nauseabondi, ho capito di aver completamente dimenticato in mio nome: da lì in poi tutto è andato per il meglio. &lt;br /&gt;A Delhi abbiamo visto il Red Fort (forte rosso), bello all’esterno, meno dentro, un paio di moschee molto belle (peccato siano gestite dagli odiosi musulmani, abilissimi col loro eccessivo integralismo a creare quasi un clima di latente intimidazione, così che non si vede l’ora di uscire per andare a raccattare i sandali, sperando che il guardiano dallo sguardo poco rassicurante che sta alla porta non li abbia fatti sparire e che non ci sia poi da discutere per la mancia, ma per questo eravamo in dieci, e italiani, belli affiatati a fare da scaria-barile: ”Paga lui, no lui, forse lui, magari l’ultimo”, finché chi si è visto si è visto…), la tomba di Ghandi, il “Mahatma” (grande anima) e uno strano tempio dedicato a tutte le religioni, dalla forma di un’astronave marziana, dove siamo giunti dopo una fila interminabile sotto un sole stordente e un servizio d’ordine implacabile; dentro si scopre che non c’è nulla tranne alcune file di panche, quindi, dopo aver visto che non succede niente, si cede il posto alle moltitudini che sopraggiungono, contenti dell’esperienza.    &lt;br /&gt;Usciti da Delhi, dopo aver visto di mattina, nei campi, decine d’indiani che in ordinata compagnia, disposti secondo &lt;br /&gt;misteriose geometrie, tutti insieme defecano (chissà come dev’essere recuperare la propria postazione il giorno seguente…) arriviamo ad Amritsar, nel Punjab, quasi ai confini col Pakistan. In pulmino si procede con lentezza ed è consigliabile non sedere nei primi posti per vedere le manovre che compie un pur bravo autista per evitare all’ultimo istante gli ostacoli, usufruendo entrambi i mezzi che si incrociano il più possibile della miglior fascia centrale della strada; ogni tanto, un camion che non ce l’ha fatta si para rovesciato obliquamente, con l’autista sdraiato nell’ombra che aspetta sereno, magari dormendo, i soccorsi.&lt;br /&gt;Ad Amritsar dicevo, in questo posto sperduto fuori da molte rotte turistiche, per la cui descrizione vedi “old Delhi”, ho visto una delle cose più stupefacenti di tutta la mia vita: il “Golden Temple”, roccaforte dei Sikh, dove nel ‘500 il “guru” Nanak diffuse il suo verbo di tolleranza verso l’uomo e di rottura nei confronti del sistema delle caste e delle molteplici divinità induiste mitologiche. E’ un edificio di marmo bianco, quadrato, circa 200 metri ogni lato, porticato, con all’interno un lago pieno di pescioni clamorosi (dove i sihk s’immergono per lavarsi e per purificarsi) che fa da cornice ad un edificio arabescato tutto d’oro, dove i fedeli si avvicendano ad ogni ora del giorno e della notte per cantare le loro melense e strazianti cantilene.&lt;br /&gt;Essendo il luogo stato oggetto d’aspre battaglie con gli eserciti centrali, tuttora i sikh s’impongono di rimanere in armi, perciò anche all’estero debbono portare il pugnale o almeno una spilla tra i capelli e qui esibiscono un corpo volontario di guardie armate con spade e lance, mentre una barba a punta tipo matusalemme finisce di incorniciare il viso compresso sotto variopinti turbanti, mentre sgargianti vestiti fanno la gioia di qualsiasi fotografo. &lt;br /&gt;Si respira veramente un’aria di grande accoglienza e serenità e poiché l’ostello del tempio dove pensavamo di passare la notte non c’era parso umanamente frequentabile abbiamo steso i nostri sacchi lenzuolo (le stuoie non le avevamo) sul freddo marmo, sotto le bianche stelle; due guardie sikh, probabilmente pensando che volessimo condividere integralmente l’esperienza dei loro pellegrini, si sono amorevolmente poste ai due estremi del nostro improvvisato accampamento, menando terribili fendenti a quelli che si avvicinavano temendo che ci disturbassero.  &lt;br /&gt;Tutto procedeva per il meglio, a parte le cantilene incessanti, se non che alle 3 e 30 del mattino iniziano le pulizie e una schiera impietosa d’adepti avanza a tappeto gettando a terra fragorose secchiate d’acqua gelida, continuamente rifornite da masnade indefesse come può ispirare soltanto il fervore religioso, incuranti dell’odioso dettaglio di chi c’è o non c’è; così, pur levandomi in piedi veloce come un serpente e pur salvando zainetto e sacco lenzuolo, non ho potuto evitare una poderosa e scrosciante abluzione ai piedi assolutamente indesiderata che mi ha fatto affermare, istantaneamente, candidamente, ma fermamente e con voce tonante: ”Per me la religione dei sikh è una religione di merda !”&lt;br /&gt;Appurato che le guardie sikh non conoscono l’italiano, ammetto che quest’affermazione, pur del tutto appropriata alle circostanze, sia abbastanza sconveniente da scandire nel loro sacro tempio; ma trovo anche ingiustificati i timori espressi da tutto il gruppo da qui in avanti di misteriose ritorsioni provenienti dal cielo.&lt;br /&gt;Scendendo lungo i confini col Pakistan siamo giunti a Bikaner, una graziosa cittadina nel deserto dove abbiamo assistito ad una sgargiante sfilata di donne in costume intorno all’onnipresente forte; nei pressi di Bikaner abbiamo anche visitato il famigerato “Tempio dei topi”, dove le graziose bestiole sono ospitate a frotte, come pulcini in un recinto, e c’è chi provvede a rifocillarli con un disgustoso pastone. Si ritiene, infatti, che le migliaia di topi che popolano il tempio di Karni Mata a Desnok siano le future incarnazioni di mistici e santoni; all’interno del tempio ci sono parecchie abitazioni e i bambini giocano a terra felici, facendosi largo in questo tappeto grigio: naturalmente è obbligatorio entrare scalzi!&lt;br /&gt;Più giù troviamo Jaisalmer, per me la più bella città del Rajasthan, ai margini del deserto del Thar; il luogo costituisce un avamposto dell’esercito contro i bellicosi vicini e il forte cinquecentesco di colore giallo sabbia presenta ancora i segni dei bombardamenti effettuati nel corso di una guerra indo-pakistana dei primi anni settanta mentre l’interno è un dedalo di stradine caratteristiche ma molto sporche. Jaisalmer fu la sede di uno dei clan guerrieri “rajput” più potenti e orgogliosi, tanto che quando per la città assediata si profilava la disfatta era decretato il “jauhar”, in pratica il sacrificio collettivo degli abitanti; i mercanti divennero molto potenti e qui si può ammirare la più vasta concentrazione di magnifiche “haveli” (dimore) in legno e arenaria gialla.&lt;br /&gt;Da qui siamo partiti per un breve trekking nel deserto a dorso do cammello; la notte, accampati in circolo sotto una duna di tipo sahariano, galleggiando sulla fresca brezza non ho potuto chiudere occhio, distratto da miriadi di piccoli e misteriosi rumori e rapito dalla bellezza di un cielo mutevole.&lt;br /&gt;Trovandosi al mattino sulle strade indiane è sempre molto curioso lo spettacolo dei bambini che vanno a scuola; alcuni di loro, impettiti, sfoggiano vesti esageratamente pulite, camicie inappuntabili e cravatte splendenti, quasi a scherno dell’ambiente che li circonda, mentre carovane di mucche in fila indiana seguono o intersecano la strada secondo casuali migrazioni.&lt;br /&gt;A Jodhpur, la”città azzurra”, di notevole c’è il forte, ben conservato, su una collina da cui si gode un’indimenticabile vista sulla città sottostante mentre il vento reca con sé i rumori e le voci dei passanti; da qui si notano molte case azzurre che sono quelle dei “bramini” (la casta più elevata) ma, secondo me, devono avere ispirato una moda a giudicare da quante ce n’è. Un bel mercato circolare, molto folkloristico e variopinto, si stende attorno ad una torre con l’orologio. Terrificante la visita alla città vecchia, ma anche affascinante, piena com’è di tutto quello che si spera di non vedere mai andando in giro; spesso gli uomini in queste stradine strette sputano con rumorosa voluttà, oppure sguainato l’apposito arnese fanno pipì anche alla presenza di donne per completare la stalla a cielo aperto che hanno già impostato gli animali. &lt;br /&gt;Qui un gentilissimo ragazzo che ci ha accompagnato nella visita della città ci ha mostrato la foto della sua ragazza, (carina!); sono due anni che stanno insieme e tra un altro paio prevedono di sposarsi: cosa c’è di strano? Le rispettive famiglie non li hanno ancora presentati! Ma lui non era per niente preoccupato, lo trovava normale; per loro il matrimonio è essenzialmente un patto sociale e d’affari, l’amore se viene bene ma non è indispensabile, mentre noi discendenti della tradizione stilnovista e dell’amor cortese non possiamo concepire l’unione tra due persone disgiunto dall’aspetto emotivo e quando questo vacilla cade l’intero castello. La nostra idea del matrimonio può essere certamente più appagante, ma la loro è altrettanto indubbiamente più solida.&lt;br /&gt;Udaipur è la città più vivibile del Rajasthan, si trovano le più belle miniature e il lago sul quale si stende la rende molto romantica; qui, infatti, abbiamo gustato la cena più suggestiva di tutto il viaggio, sul tetto di un locale prospiciente e dominante il catino d’acqua racchiuso tra i monti, dove spicca l’abbagliante Lake Palace (dove è stato girato “Octopussy”, un vecchio James Bond): davvero un ricordo indelebile!&lt;br /&gt;Ad Udaipur abbiamo pure assistito all’eclissi quasi totale di sole, usufruendo dello schermo delle nuvole.&lt;br /&gt;Ad Ajmer invece ho vissuto un’esperienza decisamente meno piacevole: la visita a Dargah, un luogo sacro per i musulmani perché tomba di un loro santo. Scaricati dal pulmino fuori del paese, dopo una breve disputa con i conduttori, ci siamo imbarcati su vecchi calessi dagli sfiatati ronzini. Miseria, caos, cielo plumbeo, gran caldo.&lt;br /&gt;Scesi dai calessi, circondati da bambini pungenti come zanzare e dallo sguardo degli indigeni nello stesso tempo attonito e indagatore, ci siamo fatti largo fino ai gradini di questo posto. Il nervosismo in tutti era già alto. Avendo io osato calcare coi sandali quel marmo, certi mustafà del cavolo si sono precipitati a scaraventarmi giù; poi ancora spinte, grida, gente che ti tira, finché si capisce che non puoi entrare perché hai i pantaloncini troppo corti (ma alcuni li fanno passare), così che Fausto ed io ci accoccoliamo dove ci intimano, nella attesa che qualcuno esca e ci passi il suo pezzo di stoffa per coprirci. Caos, caldo orrido, rumori d’ogni tipo, davanti ci passa di tutto, attorno a noi mille risatine sceme e sguardi per lo più impregnati di silenzioso disprezzo, da me ricambiati di tutto cuore.&lt;br /&gt;L’interno è una specie di mercato, ci sono negozi di tutti i tipi e due enormi paioli per le offerte (col cavolo ..!), sporcizia in giro, due grandi aree per la preghiera, una per gli uomini e una per le donne.                                               Tutti ci guardano di traverso, come per dire: ”Ma tu qui che cosa vuoi?” &lt;br /&gt;Poi dovresti passare per un cunicolo per arrivare alla tomba di sto santo dove spargere quei petali che dovresti avere acquistato ai negozietti; davanti alla tomba c’è un tipo che ti prende la testa e te la abbassa imponendoti di omaggiare la salma, il tutto in un fetore di sudore stagnante tipo trincea cambogiana. Usciamo mentre arriva un tipo importante con una grossa macchina e la scorta, il caos è ai massimi, quasi non si passa, mentre il guardino dei sandali non si beve lo scarica-barile e con uno scagnozzo ci raggiunge: dobbiamo pagare. Riguadagnati con estrema fatica i calessi, facciamo il percorso a ritroso verso il pulmino, guardando occhi negli occhi una bambina che ci segue correndo attaccata ad una sbarra posta sul retro del nostro mezzo, per un paio di chilometri, chiedendo soldi con una straziante litania. Ho un grandissimo desiderio di sparire, di evadere da quella situazione assurda mentre la bambina, madida di sudore, desiste.&lt;br /&gt;Così è normale che la sera, arrivati a Puskar, una tranquilla e affascinante cittadina impregnata di mistica quiete, disposta tutta attorno ad un lago circolare sacro agli indù, essendo per di più ospiti di un alberghetto recintato tra il verde, proprio sul lago, che è un gioiello di stile e di europeizzante senso d’esclusività, alcuni di noi non vorrebbero più proseguire, vorrebbero fermarsi a guardare nel tramonto gruppi splendidamente monocromatici di pellegrini mentre discendono i vari “ghat” (scalinate) per purificarsi, oppure i reduci occidentali dei figli dei fiori immersi in quell’acquario senza tempo, con i loro jeans stracciati anni settanta, le loro collane pacifiste e il loro “fumo”, oppure i “sadhu”, delle specie di santoni che abbandonano la famiglia e la vita materiale girovagando solitari in un’inesausta crescita spirituale, arrivando a tali poteri, derivanti da un’incredibile autodisciplina mentale, da poter vivere anche senza mangiare o senza bere o senza respirare per giorni, oppure da poter essere sepolti e poi riesumati dopo mesi ancora vivi!&lt;br /&gt;Ma non si può, bisogna proseguire verso Jaipur, la “città rosa”, il luogo più caotico che ho visto in Rajasthan, dove assistiamo ad una sfilata interminabile di elefanti, tutti dipinti e imbellettati come maschere di carnevale (ma quando li incontriamo nella ripida, lunga e stretta salita al forte, dobbiamo zigzagare repentinamente per evitare i compatti confetti di cacca che si sganciano dalle simpatiche e felpate bestiole e che si conficcano terra con un tonfo sordo). &lt;br /&gt;Entriamo nell’Uttar Pradesh e visitiamo Fatehpur Sikri, un villaggio-moschea abbandonato in cima ad un colle, parzialmente in rovina, dove il musulmano Akbar tentò nel ‘500 una fusione con gli induisti, i giainisti (veri filosofi che hanno costruito bellissimi e pulitissimi templi, che perseguono il bene e l’onestà e che ho imparato ad apprezzare tantissimo), i parsi e i gesuiti. E’ un bel posto, dove lunghe stuoie permettono di salvare i piedi dalla pietra arroventata dal sole e dove l’India è presente fortissimamente con tutti quegli aspetti umani e materiali che ho già descritto, tanto da farmi affermare un’altra frase assunta come emblema da tutto il gruppo e che si può considerare anche un’efficace sintesi di tutto il viaggio: ”Stiamo camminando nell’assurdo”.  &lt;br /&gt;Dopo una sconvolgente apparizione per strada di poveri e sciupati orsi, ammaestrati come scimmiette, governati tramite una corda infilata nel naso, arriviamo ad Agra dove ammiriamo il meraviglioso Taj Mahal, un mausoleo creato da un imperatore Mogul nel ‘600 in onore di una sua moglie morta, che è diventato il simbolo turistico dell’India ed è utilizzato come logo anche dalla rete televisiva mondiale CNN; il monumento, che sorge su un rilievo dominante un maestoso fiume, circondato da quattro minareti divergenti, ispira un senso di mirabile armonia mentre il marmo bianco che lo costituisce nel corso della giornata cambia varie volte la sfumatura del colore. Intorno ad Agra visitiamo anche il tempio degli “are krisna” (si scrive così?) zeppo di guardie armate a causa della frizione esistente coi soliti musulmani; seduti a terra, scalzi, sotto il tetto del tempio e le vorticose pale, ammiriamo bellissimi affreschi che raffigurano la vita di questo personaggio divinizzato perché riconosciuto come la reincarnazione di Visnù (?). Comincio ad invidiare molto quelli di noi che mostrano di raccapezzarsi in questo guazzabuglio di divinità! &lt;br /&gt;Partiamo per Gwalior, una cittadina meravigliosa con portentose raffigurazioni di Buddha incise nella roccia della montagna che sorregge il bellissimo forte, ma arriviamo che piove e quasi all’imbrunire perché abbiamo perso più di cinque ore in uno spaventoso ingorgo di camion.&lt;br /&gt;E’ un momento elettrizzante quando, bloccati su un ponte e immersi nel solito caldo torrido, per ingannare la fame, la sete e l’insorgente senso di frustrazione cominciamo a cantare; in un attimo, l’onnipresente gruppetto di silenziosi osservatori si moltiplica, sono decine che si aggrappano al pulmino per ascoltarci in uno sbigottito silenzio, come noi potremmo guardare dentro un’astronave di cantanti marziani. Esaltati da un tale sempre crescente successo e infine travolti dall’adrenalina per quella situazione dall’esito incerto, gli spariamo in faccia con tutti i decibel che abbiamo l’inno d’Italia perché conosciamo tutti le parole.&lt;br /&gt;In seguito, mentre la situazione gradatamente si normalizza, inizia a piovere a dirotto, anche dentro al pulmino, ma ormai siamo euforici come una banda d’irlandesi alcolizzati al sabato sera; la strada s’allaga sempre più ma gli indiani sotto la pioggia torrenziale non si scompongono, nessuno si agita, nessuno impreca, nessuno manifesta il benché minimo senso d’insofferenza (come non immaginare quel che succederebbe in un’analoga situazione in Italia?). Infine “Topo Gigio”, il nostro autista la cui espressone paciosa ma soprattutto le spettacolari orecchie a sventola ricordano appunto il famoso topo, risalita in qualche modo la coda, arriva in un punto dove ci sono due camion ribaltati e l’acqua sopra il ginocchio; scende a controllare “Max Gazè”, il capomacchina-meccanico-barista-guida-tuttofare, e sembra preoccupato mentre Topo Gigio non sa che fare. Di lì non si passa, ci sono grandi buche sott’acqua e si rischia di fare la fine degli altri due camion se anche, in un’ipotesi molto ottimistica, si riuscisse a passare in mezzo; intanto l’acqua comincia ad invadere il primo gradino interno al pullman: ”Ma chi ce l’ha fatto fare? Non ce la faremo mai, non torneremo mai in Italia..!”, arrivati d’un colpo all’opposto stato d’animo. Ma Topo Gigio non è Topo Gigio per niente, sembra svegliarsi improvvisamente da un incantesimo, sgasa, mette la marcia, il mondo sobbalza, batto la testa contro il soffitto del pullman, Topo Gigio in volo supera i due scogli driblandoli con un motoscafo impazzito, siamo fuori, Max Gazè come noi esulta e per la prima e unica volta lo vediamo sorridere felice, è evidente che ci credeva poco anche lui!&lt;br /&gt;Il mattino dopo ci svegliamo ad Orchha, vicino a Jansi, un paesino di campagna incastonato in un complesso di palazzi e templi ben conservati il cui stile mi ricorda quello dei Khmer cambogiani, cosa alquanto strana perché io non sono mai stato in Cambogia. &lt;br /&gt;Mentre la strada si va facendo sempre più difficoltosa, raggiungiamo Khajuraho dove si trova una serie di templi famosissima risalente all’epoca dei “Chandela” (circa mille anni dopo Cristo), esempi unici d’architettura indo-ariana; ancora più stupefacenti le grandi sculture e i fregi che ricoprono integralmente gli edifici, raffiguranti animali esistenti mescolati a quelli mitologici, divinità, guerrieri, musici e tantissime posizioni del Kamasutra, giacché quegli antichi artisti si proponevano d’offrire al popolo un’istruzione multilivello e spettacolare in grado di surrogare efficacemente la mancanza della televisione.&lt;br /&gt;Qui incontriamo un tipo molto simpatico, mezzo indiano e mezzo napoletano, perché passa ogni anno sei mesi in India e gli altri sei in Italia facendo da interprete al padre, che è un famoso santone joga, (a proposito, costui sosteneva che questa disciplina è nata proprio in quel luogo); pur avendo preferito il nostro paese a tutta Europa, ”…perché da voi la gente è di gran lunga più calda e più simpatica”, non ci pensa neppure a trasferirsi definitivamente da noi, assicura che va bene così, un po’ di qua e un po’ di là, perché se è vero che in Italia la qualità della vita è un’altra è anche vero che, pur frequentando gente miliardaria, non è mai riuscito a ritrovare qui da noi lo stesso tipo di sorriso che fa parte dell’intima natura di un indiano, anche di quello che non ha neppure i soldi per un “ciapati” (una sorta di pane indiano, molto popolare ed economico, che secondo me è una delle cose più abominevoli nell’intera storia dell’alimentazione umana). Ho visto ciò di cui parla e so che ha ragione.  &lt;br /&gt;Dopo un viaggio sempre più massacrante arriviamo a Varanasi, l’antica Benares; questo è il luogo chiave per capire il senso più profondo di tante cose che in India fanno riflettere.&lt;br /&gt;Iniziamo col visitare Saranath, il luogo dove Buddha predicò ai discepoli il suo messaggio della “via di mezzo”; lì sorge un edificio di 34 metri, chiamato “stupa”, che contiene preziose reliquie.                                                                Ma sono ormai giorni che ci stiamo preparando a ciò che sta per succedere. Seguendo un bramino amico di Avventure che ci conduce nel dedalo di viuzze molto sporche, piene di vacche e tori, dopo avere superato grandi cataste di legna, ci affacciamo sull’immenso Gange, che lì raggiunge quasi i 300 metri di larghezza; il clima si fa più pesante, il ghat è di un poetico squallore, con una mandria di grandi bisonti (?) neri immersi nell’acqua fino alle orecchie per rinfrescarsi. &lt;br /&gt;Stiamo tutti quanti per scattare una foto quando una strana litania e poi grida rivolte a noi ci fanno desistere; sta passando un morto, avvolto in un giallo velo, portato a braccia su una barella appoggiata sulle spalle di quattro uomini, non si può fotografare. Appoggiano il morto a terra a pochi metri dai bisonti che pascolano nell’acqua indifferenti e se ne vanno. Con gli occhi bassi saliamo i gradini di una casa sul fiume, passiamo per un interno dove molti anziani sdraiati o seduti ci guardano a malapena, infine arriviamo all’aperto, sul tetto e ci dirigiamo verso la balaustra dove altri anziani, vedendoci arrivare, lentamente si spostano.&lt;br /&gt;Guardiamo giù: sul Manikarnika ghat otto cadaveri stanno bruciando, avvolti in drappi colorati s’indovinano le membra, il fumo si leva in un silenzio irreale; qualcuno, che spesso è della famiglia, pensa a ravvivare il fuoco, a spostare i ceppi, finché la parte superiore del corpo è totalmente consunta poi, spostandolo con un forcone, arriva anche il momento del fagotto delle gambe. Un forte odore di carne bruciata ristagna sull’immenso fiume silenzioso. Di tanto in tanto una postazione viene liberata, ci vogliono tre ore perché bruci tutto, poi altri ceppi vengono posti a formare una nuova pira, arriva un’altra barella, una sagoma ci cade sopra, senza cerimonie.&lt;br /&gt;Siamo dieci statue di sale, ho perso la cognizione del tempo.&lt;br /&gt;La prima salma che abbiamo visto deporre vicino alla riva viene legata su una lastra di pietra, issata su una barca tipo               grossa canoa e poi scaricata nel fiume, a pochi metri da dove qualcuno si sta lavando completamente immerso, da dove   qualcun altro sta lavando le stoviglie. I bambini, le donne incinta, i bramini, i lebbrosi e quelli morti di vaiolo non possono essere bruciati.&lt;br /&gt;Ce ne andiamo meccanicamente, visi come stracci, anime come vele consunte; muovendoci in cunicoli rivoltanti, avvolti dallo sterco scendiamo il ghat seguente dove spicca un tempio immerso per due terzi e un bambino fa il bagno nel fiume giocando con un grosso topo.&lt;br /&gt;La sera ritorniamo nello stesso posto, siamo in sei a cena dal bramino, vale a dire uno appartenente alla casta umana più vicino a Dio; cominciamo col passare sotto diverse barelle funebri a causa delle strette viuzze (“Rama Rama satta iè!”= Rama l’ha detto: tutti dobbiamo morire!), ci fermiamo a pisciare contro un muro prima di salire le scale diroccate perché in casa il bagno non c’è, ci sono solo due ambienti: la cucina, che non vediamo, e una camera in pietra grezza con un armadio, un topolino e una stuoia dove ci si siede scalzi per mangiare oppure ci si sdraia per dormire. La cena è costituita da patate al forno (buone), ciapati (lasciamo perdere) e “dalh” (una brodaglia commestibile, quando si è affamati); la compagnia è buona ma ritorniamo non tardi driblando un grosso toro che nel buio non ci vuole fare passare e altri cortei funebri. A letto, per la prima volta in vita mia, mi battono i denti!&lt;br /&gt;Il giorno dopo gita su una barca simile ad una canoa, sul Gange, all’alba: bellissimo veder gli indiani scendere i ghat a bagnarsi, con ampie vesti colorate, sereni, mentre magari a fianco sta bruciando una pira funebre. I barcaioli accendono piccole candele che, racchiuse in cestini di carta simili a quelli che avvolgono i profiterole, col bordo rialzato, scendono lentamente la corrente, come se fossero tanti piccoli lumini funebri; così, tanto per rallegrare l’atmosfera!&lt;br /&gt;Bellissimo il quartiere vecchio di Benares, quasi non si cammina neppure per le minuscole stradine affollate; ovunque soldati armati a causa dei soliti “muslim”.&lt;br /&gt;Alla fine, giunti di nuovo ai ghat crematori, il bramino ci spiega che il vero scopo della nostra vita è per ciascuno migliorare il proprio “Karma”: attraverso la mente, le mani e il cuore ci dobbiamo disporre continuamente alla ricerca del bene, del giusto; in questo modo potremo godere in futuro di reincarnazioni sempre più elevate fino a raggiungere il “nirvana”, uno stato metafisico di là dal tempo dove ci sarà concesso di non reincarnarci più avendo già superato tutte le prove (ma anche Cristo non ha detto più volte che l’uomo per entrare nel Regno dei Cieli dovrà rinascere molte volte e ritornare bambino? Magari quelli che noi siamo soliti considerare come metafore di purificazione lo sono meno di quanto appare…). Mentre noi costruiamo bellissimi sepolcri imbiancati e li riempiamo di fiori continuando a identificare la salma con il caro defunto, loro considerano il corpo inanimato come un inutile vestito smesso; mentre noi concepiamo la vita come una possibilità che casualmente ci è stata data una volta sola (anche coloro che sono cristiani) e dunque siamo tesi a produrre la miglior prestazione possibile per conseguire ciò che può darci potere, importanza, piacere, (specialmente quelli che si definiscono atei), rischiando poi di non godere nulla essendo continuamente immersi nello struggimento di quello che manca, gli indiani invece interpretano l’esistenza come una tappa di un cammino iniziato la notte dei tempi per conseguire una sorta di passaporto spirituale, la vera completezza dell’essenza di noi stessi: per noi la morte non ha senso (gli antichi greci a teatro non potevano neppure rappresentarla), per loro è un semplice passaggio compiuto chissà quante altre volte. Per noi o le cose succedono adesso o mai più, per loro questo è un discorso che non ha senso: questa, secondo me, è la base di quello che veramente ci distingue da loro, da qui discende anche la divergente concezione della vita.&lt;br /&gt;Proseguiamo il viaggio per Calcutta, in treno. Giunti in stazione dopo un allucinante tragitto in tuc-tuc, affumicati letteralmente di nero smog, abbandoniamo gli zaini presso un posto di polizia; saluto un tipo dietro le sbarre che contraccambia. Due grossi topi girano per la stanza salendo anche sui piedi delle guardie indifferenti; m’affaccio sui binari dove è tutto un brulicare incredibile di centinaia di grossi “topazzi”. Un tipo si stupisce della nostra meraviglia asserendo che è tutto normale, infatti anche “Ganesh” (una simpatica figura mitologica col corpo umano e la testa di elefante) ha un topo come veicolo. Andiamo bene! Arriva il treno: guardando tra le inferriate delle carrozze si scorgono tre strati d’indiani sovrapposti e pazienti, scendono a fiumi per comprare qualcosa dai baracchini fumanti d’intrugli nauseabondi, poi risalgono, non ci sta più uno spillo, un fetore che è una presenza. Ridiamo nervosamente: ”Beh, questa è la fine, non potremo mai farcela, non entreremo mai lì dentro con bagagli!” Invece abbiamo prenotato le cuccette in prima classe che si rivelano ottime.  &lt;br /&gt;Calcutta me l’aspettavo molto peggio; se si esclude quella zona che si è guadagnata la denominazione di “città della gioia”, è caotica, c’è molto smog, ma non ci sono animali per strada, è abbastanza pulita. In un ampio centro si trovano palazzi e chiese in stile inglese: che bello entrare finalmente, dopo tanto tempo, nella chiesa di St.Paul immersa in un ordinatissimo e pulitissimo giardino, coi sandali, senza nessuno che ti assale, nella consueta quiete propizia alla meditazione e alla tranquillità mentre una bambina suona l’organo nel silenzio di imponenti scranni lignei intarsiati!&lt;br /&gt;Visitiamo la tomba di Madre Teresa, alla cui fondazione tutti lasciamo quel poco che possiamo; ci affacciamo anche sulla soglia dell’ospedale che forse ancor meglio dell’orfanotrofio ricorda l’opera di questa minuscola donnina. Qui volontari di tutto il mondo assistono vecchi macilenti, tutti rigorosamente in verde, in un’ordinata pulizia; strappati alle strade, pur nell’approssimarsi della morte, essi ritrovano nella nuova luce del volto la dignità umana di persone, così spesso bistrattata nei meandri di una vita troppo miserevole. Non è poco, se si considera che quasi prospiciente all’ospedale si trova il tempio della dea Kalì, dove ogni giorno viene sgozzata una pecora come offerta sacrificale.&lt;br /&gt;La mattina dopo, recandoci all’aeroporto prima dell’alba per trasferirci a Bombay, è impressionante vedere quante persone dormono per strada. Anche Bombay me l’aspettavo diversa, è una bella città che si snoda con palazzi moderni e imponenti su una lunga fascia di costa dove si avverte molto l’influenza dello stile di vita occidentale, perciò ci si sente già con un piede a casa. Bellissima l’università in stile inglese e bella la visita all’isola degli elefanti dove si trovano enormi statue buddiste scolpite nelle grotte.&lt;br /&gt;Il viaggio è finito, passiamo l’ultima notte all’aeroporto di Bombay buttati da qualche parte, cercando inutilmente di dormire in mezzo a frotte di arabi che si muovono all’unisono nell’attesa di imbarcarsi. Quando finalmente lo schermo del computer di bordo ci mostra che stiamo sorvolando la nostra magnifica Italia e si sente scorrere sotto le ali fiumi di buon vino, torrenti di pizza e tutte quelle altre cose sensazionali entro le quali viviamo senza vederle più, la gioia del ritorno è più intensa di qualsiasi altro viaggio mai fatto in precedenza, ma c’è anche un fortissimo desiderio nuovo di guardare le cose per quello che sono, che il problema non può essere la fila al semaforo o i soldi che non abbiamo, le cose che non possiamo accantonare; ciò che forse importa è lavorare su noi stessi, avendo nel cuore il sorriso sereno e disinteressato di chi forse non ha da mangiare ma possiede una saggezza atavica che non è raggiungibile attraverso il sentiero tracciato dalla nostra cultura.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4686650413865216544-5430732341175262008?l=faustograssithedoctor.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/feeds/5430732341175262008/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/india-1999.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/5430732341175262008'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4686650413865216544/posts/default/5430732341175262008'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://faustograssithedoctor.blogspot.com/2010/01/india-1999.html' title='India 1999, full immersion'/><author><name>Fausto Grassi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07986438316515698643</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' 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