mercoledì 27 gennaio 2010

Centro America, tra cielo e terra


Centroamericana 2003

La partenza è fissata proprio all’indomani di un monito di Bush al mondo che annuncia la possibilità di nuovi attacchi terroristici che potrebbero partire dall’Europa, di nuovo per mezzo di dirottamenti aerei; nonostante il pensiero razionale che nei momenti di massima allerta dovrebbe essere più improbabile l’attuazione di atti terroristici, che fanno della sorpresa l’arma migliore, la notte che trascorro alla Malpensa aspettando l’imbarco non è delle più tranquille. Trovo un paio di sedie libere dai durissimi braccioli per sdraiarmi, proprio lungo il passaggio, anche se in una zona un po’ defilata; ma il sonno, già precario di per sé, non può essere del tutto tranquillo. L’aereo, sospeso in volo a 10000 metri, sembra un po’ troppo un colpo di roulette russa da farsi esplodere alla tempia, una carcassa di metallo indifesa e in balia di ogni tempesta; sinceramente, in quel momento non ne ho troppa voglia di prendere questo rischio….
Per fortuna l’indomani mattina trovo un po’ di rassicurazione nella routine di imbarco affrontata col buonumore di Livia e Federico, e, soprattutto, nel constatare le eccezionali misure di sicurezza che sono state prese: in Italia c’è anche un posto di blocco costituito da una decina di poliziotti armati fino ai denti prima del check in, inizialmente non mi fanno passare perché il mio nome non compare nella lista e il corrispondente di Avventure non è ancora arrivato; mentre in America, ad Atlanta, fanno spogliare e controllano anche le mutande e gli occhiali da sole, perdiamo un sacco di tempo ma va bene così, l’aereo parte comunque con un’ora di ritardo; guardando dall’oblò, noto anche grande confusione negli inservienti che caricano i bagagli e infatti arriviamo a Guatemala City, Guatemala, che ne mancano 11 su 16: non il mio, come sempre sono fortunato.
Usciamo dall’aeroporto alle 23 ora locale, uscendo dall’ampia porta principale, incontrollata, mentre solo coloro che lo vogliono passano per un pertugio dove ci sono svogliati inservienti che eseguono i controlli e fanno aprire tutte le valigie; altrimenti, si può scegliere anche di passare indisturbati. Eccoci sbalzati nel nuovo mondo.
Anche a causa del fuso orario mi si chiudono gli occhi sul pulmino che in un’ora ci porta ad Antigua, mi sveglio davanti all’albergo che dormono tutti, noto appena il bellissimo albergo di diversi piani, con un elegante patio interno, su tre piani e adorno di piante rigogliose, che ci accoglie; faccio appena in tempo a toccare il letto che perdo conoscenza.
Per recuperare i bagagli, contrariamente ai piani di Antonio, dobbiamo trascorrere l’intera giornata in questa bellissima città; non è un male, perché dopo la colazione in un locale costoso e raffinato che si trova proprio nella piazza centrale, abbiamo tutto il tempo di assaporare, passeggiando lentamente, l’atmosfera ispano decadente delle strade lastricate di ciotoli, occhieggiando di volta in volta gli elegantissimi cortili interni delle case che continuamente si propongono, puliti, di una geometria perfetta, pieni di piante e fiori sapientemente disposti.
Oltre i soliti negozi raffinati che espongono la solita mercanzia per polli da spennare.
Il tempo passa senza che me accorga, trovo tutto come avevo lasciato 5 anni fa, anche la popolazione che continua ad essere di una bruttezza da primato mondiale. A parte i bambini, bellissimi.
Sarà colpa dell’alimentazione o della vita dura, non so.
Guidano grandi automobili, pick up col cassone pieno di gente e bambini, camion ammaccati e dismessi, tutta roba che proviene dall’estero, probabilmente li hanno a prezzi di saldo dagli USA; eppure ne sembrano orgogliosi, danno l’impressione di indugiarci sopra oltre il consentito, sembra che vogliano che tu rimiri la loro perlina.
Girovaghiamo per un povero mercato e alla sera vediamo la fine di una festa di piazza dove si esibisce un gruppo che suona lo xilofono, in un crepitio di fuochi artificiali che partono da una struttura rudimentale, proprio in mezzo alla gente.
L’indomani partiamo per Chichicastenango, il famoso mercato montano, per una visita di poche ore. Lo trovo esattamente come l’avevo lasciato, ritrovo esattamente lo stesso dedalo di povere baracche, con la stessa disposizione, gli stessi camion che passano dove non c’è spazio e intossicano ogni cosa, gli stessi invasati che accendono in chiesa, in ginocchio, lo stesse smilze candeline piantate in terra per ricordare i defunti, tra le stesse icone di santi vestite da indios, le stesse ossessive cantilene, le stesse atmosfere fumiganti.
Seduto sui gradini della chiesa principale, dopo che avevo trovato un piccolo spazio per riposarmi, in mezzo alla solita bolgia, con bambini lustrascarpe microscopici che insistono per pulirmi i sandali con la solita attrezzatura proveniente forse dai galeoni spagnoli, mentre decine di venditori gridano la loro povera merce in vendita per pochi soldi e un fumo acre di incenso mi avvolge proveniente dall’interno della chiesa, mi trovo d’accordo con la frase che un italiano sdraiato esala, dopo che aveva assimilato per un certo tempo, in silenzio, il profumo nauseabondo del luogo, i volti senza sorriso delle donne, il puzzo che proviene dai sacchi di mais dei venditori col cappello da cow-boys:” Questo è veramente un posto magico”.
Effettivamente è così.
C’è una magica tristezza che ti avvolge che sembra provenire dall’alba del mondo, un senso di ineluttabile durezza che, al di là delle nostre convinzioni rassicuranti, informa veramente la vita.
Mi immergo nuovamente nel fiume della folla, sospinto dalle ditate nella schiena delle donnine che spingono per andare avanti più in fretta, e finalmente arrivo nella sezione del mercato dedicata al pranzo, dove improvvisate cucine formate da attrezzi di altri tempi funzionano a pieno ritmo; alcuni siedono sotto i tendoni, chini su poveri piatti pieni di roba indescrivibile, mentre grandiose padelle friggono di tutto e signore sdentate di un’età indefinibile sorridono, tutte colorate nei loro abiti variopinti.
Gli odori e il caldo mi serrano la gola, non vedo l’ora di andare. Con Livia e Federico, usciamo dalla bolgia del mercato e andiamo in una zona periferica, più tranquilla, tutta calcinacci e desolazione. Troviamo una bottega squallida dove fanno tranci di pizza, anche se provano a metterci sopra del formaggio gratugiato sormontato da chech-up. Gli affari sembrano andare bene, l’inserviente produce una salsa di pomodoro mettendo dentro al frullatore di tutto, il padrone si fa lustrare le scarpe da un bambino microscopico, non si sa se per filantropia o per ostentare potere.
All’ora stabilita ritorniamo al pullman, quasi tutti hanno fatto qualche acquisto, per lo più camicie dalla strana foggia e dagli improbabili colori; qui si compra di tutto a prezzi veramente imbattibili, per di più quasi sempre trattabili, non si può guardare nessuno in faccia che già parte la trattativa sulla merce che trasporta.
Naturalmente non compro nulla.
Ripartiamo per Panajachel, sul lago Atitlan, dove abbiamo deciso di passare la notte. L’albergo si trova un po’ defilato dal corso principale, sempre pulsante di vita, proprio di fronte ad una chiesa dove provengono incessanti cori gospel.
E’ sempre un lago bellissimo, adagiato dolcemente ai piedi dei vulcani.
Questo posto sembra sempre una cartolina ben riuscita.
Ci sono ancora maturi hippy che cercano di vivere vendendo collanine, ci sono ancora quelli che si godono il lago in canoa e tornano estasiati per la scoperta di deliziose spiaggette e quelli che si perdono perlustrando i mille simpatici baretti e ristorantini, alcuni anche italiani, cercando i prezzi più convenienti o i cibi particolari. Sembra di stare più in Europa che in Guatemala, anche a causa dell’insolito numero di turisti, c’è un’atmosfera lievemente chic che apprezziamo da un raffinato locale, sorseggiando una cerveza, proprio sul lago da dove si gode una vista splendida.
L’indomani, gita mattutina piuttosto frettolosa, in barca, ai tre pueblos che si trovano lungo le rive del lago. A San Antonio assistiamo ad una specie di cerimonia in cortile di tutta la scolaresca che, dopo aver cantato l’inno nazionale, mentre viene innalzata la bandiera, osserva in silenzio una specie di prova di ballo di tre bambine. Sempre le solite venditrici di stoffa che ti inseguono fino alla barca per venderti qualcosa, le solite discussioni sui prezzi. Nel maggiore di questi villaggi, Santiago, l’assalto dei venditori ai turisti è veramente impressionante e organizzato militarmente in forma di varie ondate che ti assalgono e non si rassegnano al tuo “no”. Il paese sembra una cittadina del far-west diroccata che la gente non si rassegna ad abbandonare, i magrissimi cani si arrampicano come non ho mai visto fare in vita mia per tuffare il muso nel bidone dei rifiuti, gli anziani ci guardano di sbieco dalle panchine, all’ombra perché fa un caldo tremendo, tutti i bambini si propongono per accompagnarti a vedere “Maximom”, l’idolo locale mezzo santo e mezzo brigante, un fantoccio con un sigaro in bocca che ho già visto l’altra volta in una casa mezzo bombardata, per cui passo la mano e convinco gli altri, senza fatica, che non ne vale la pena. Meglio una passeggiata in questo far-west guatemalteco dove gli sguardi ti fanno sempre sentire un intruso e i cani si azzuffano furiosi per qualcosa, in piazza va in scena una partita di basket di bambine che non fanno nessun palleggio ma in compenso si prendono a pugni sul viso, in una zuffa continua. Nessuno interviene, si vede che da queste parti si gioca così. Sono il primo a tornare alla barca, mentre driblo il cancello che hanno messo sul pontile, appendendomi verso l’esterno, e una vecchia mi insegue maledicendomi perché ho buttato via una lattina vuota. La raccatta e mi guarda torvo. Finalmente mi trovo da solo, rimirando le barche tipo canoa dei pescatori che galleggiano nelle tranquille acque del lago.
Ce ne andiamo di corsa, è già tardi, abbiamo completamente fallito i tempi prefissati e l’autista ci aspetta un po’ impaziente; raccogliamo gli zaini il più velocemente possibile, ed eccoci in rotta per Rio Dulce, dopo aver fatto scorta di ghiaccio per il bere durante il lungo trasferimento. Arriviamo infatti a notte inoltrata, dopo una veloce sosta per la cena e per raffreddare il motore che accusa le salite, siamo troppo stanchi per apprezzare il rustico ricovero, gli scarafaggi che corrono sui muri, il tanfo umido dei lenzuoli, la mancanza d’aria delle camere, il bagno scrostato.
Però al mattino, dopo che la pioggia notturna ha fatto spazio ai già impetuosi raggi del sole, tutto ci sembra più bello, immersi nel verde della foresta pluviale: Un breve trasferimento all’imbarco dove una lancia ci porta correndo a Levingston dove giungiamo sul mezzogiorno; il caldo è veramente opprimente, però l’atmosfera di questo posto è sempre piacevole, anche se meno musicale di quando l’avevo lasciata e assistiamo all’uscita di una scuola femminile, tutte ragazze di colore fasciate da una divisa impeccabile. Passiamo la maggior parte del tempo aspettando all’ombra ventilata l’arrivo di camarones che si fanno decisamente desiderare, socializzando con gli altri clienti e gustandoci l’esibizione di un gruppo musicale alquanto sgangherato e dall’aria improvvisata che si basa quasi esclusivamente sulle percussioni. Al ritorno rimaniamo due volte senza benzina, l’ultima proprio sotto l’ampio ponte del paese dove restiamo per un certo tempo in balia della corrente prima di un provvidenziale soccorso. Possiamo proseguire per una veloce occhiata al castillo, attracchiamo proprio dietro al complesso fortificato mentre ricomincia un po’ a piovere; ma siamo già di corsa verso Tikal, anche qui arriviamo che è già buio, alloggiamo proprio all’interno del parco e facciamo in tempo a mangiare una bistecca su un tavolaccio completamente al buio per non attirare troppo le zanzare e gli animali. Arriviamo in camera proprio quando, per lo stesso motivo, tolgono la luce e ci dobbiamo arrangiare con una candela. L’indomani mattina sveglia un po’ tarda, vorremmo vedere l’alba sul tempio numero 4 ma finiamo di scalare la ripida scalinata che il sole è già alto; comunque è bellissimo ugualmente. Salgo anche se non si può in cima al tempio G dove, prima che non morissero persone precipitando giù, si poteva dormire sopra per assaporare in pieno il fascino della giungla notturna. Sempre bellissima la piazza centrale, anche qui non si può più salire da nessuna parte.
Lasciamo un po’ asciugare gli indumenti fradici di sudore al sole del nostro bellissimo e ombroso accampamento, ci aspetta un lunghissimo trasferimento per avvicinarsi alla frontiera, la strada continua a correre faticosamente sotto di noi finchè ci troviamo a Chiquimula, una cittadina senza particolari attrattive se non il caos, lo sporco e il fatto di permetterci di far tappa prima di passare in Honduras. Il mattino seguente, assaggiati per strada un po’ di paste dolci locali, eccoci di nuovo sulle nostre posizioni, in pulmino, c’è un bel sole e la Sierra de las Minas, col suo mare di colline irregolari e verdeggianti, ci accompagna fino alla frontiera. Data qualche monetina ai chicos, sopportiamo il primo assalto dei “cambiadores”, sostituiamo i quetzales che ci troviamo ancora in tasca con le lempiras e paghiamo il balzello di entrata anche se un cartello all’entrata della casetta dell’immigrazione avverte che la corruzione è ben lontana da quel luogo…( evidentemente quando il furto assume sembianze legali cessa di essere tale ) ed eccoci nel nuovo paese. C’è aria di contiguità; il paesaggio di colline irregolari e frastagliate, di un verde lussureggiante, mi fa percepire la tensione lacerante che deve aver percorso la terra dagli albori dei tempi nel suo movimento continentale.
Verso mezzogiorno raggiungiamo Copan, il sole è implacabile, c’è poca gente in giro ma il paesino appare subito molto tranquillo e grazioso, c’è la piazza quadratica centrale con lunghissime palme e altra vegetazione da cui si dipartono piccole stradine, le case sono basse e multicolori, si passeggia volentieri. Visitiamo il sito maja, con la sua bellissima piazza centrale, molto ampia, ricoperta da un praticello verde all’inglese nel quale si trovano conficcate alcuni steli. Ancora benissimo conservata la “Scalinata dei geroglifici”, in generale i templi appaiono un po’ troppo sepolti e devastati dagli alberi; però, probabilmente, questo ne costituisce oggi il suo più grande fascino. Alcuni decidono di visitare un tunnel fantomatico molto segnalato e molto costoso, ma il tutto si rivela essere una incomprensibile e gigantesca truffa: non c’è praticamente niente da vedere. Ritorniamo in paese a piedi, per un ombroso sentiero, osservando da vicino due tori che sbuffano e si minacciano dai loro rispettivi appezzamenti di terreno.
E’ molto piacevole passeggiare nel paese, è molto piacevole, il mattino seguente, la colazione in un locale molto carino con patio, amache ombrose e ottima musica.
Di nuovo una lunga tappa di trasferimento attraverso il paese, molto rigoglioso e molto verde.
Alla sera, col buio, arriviamo a Tegucicalpa, la capitale, scorgendo in un primo momento le sue luci dall’alto, tra le montagne; ma il percorso di avvicinamento risulta più lungo del previsto, dopo aver saltato un’uscita che ci costringe ad una lunga deviazione seguendo una specie di tangenziale.
Non è certo un luogo molto rassicurante, passiamo attraverso un mercato di povere baracche; in particolare mi colpisce la macelleria, la carne all’aperto appesa ai ganci proprio sulla strada. In giro è tutto sprangato, Antonio che è uscito per comprare qualcosa ritorna un po’ teso per il modo di squadrare dei locali, quando usciamo per la cena ci vengono ritirate obbligatoriamente le chiavi delle camere e la porta di ferro si chiude a chiave, greve, dietro di noi.
Ceniamo in un ristorante molto tipico dove si trova anche un altro gruppo di Avventure col quale non leghiamo per nulla, c’è una specie di Lucio Dalla locale che si esibisce e saluta il nostro arrivo. Verso le 22.20 siamo praticamente allontanati dal locale che sta chiudendo, per strada non c’è nessuno, quando stiamo per tornare all’albergo veniamo raggiunti da un auto dalla quale ci sputano addosso.
L’indomani mattina visitiamo i dintorni, il mercato, il fiume, la cattedrale e la situazione, alla luce del giorno, sembra un pò più rassicurante. In giro però non ci sono turisti.
La prossima tappa ci porta in Nicaragua. Arriviamo alla frontiera proprio attorno al mezzogiorno, fa veramente caldo e veniamo subito attorniati da una vera folla urlante di cambiadores che si battono gli uni contro gli altri per cambiarci le lempiras in cordobas, la moneta locale. C’è un po’ di nervosismo, Antonio ci vuol mostrare un po’ troppo enfaticamente che sta controllando la situazione. In realtà, in mezzo a questo vociare e gesticolare frenetico sotto al naso, mi aspetto sempre qualche brutto scherzetto da parte di un malintenzionato; invece niente, tutto ok, solo perdiamo un po’ di tempo con l’addetto che maltratta per lungo tempo i documenti perché abbiamo cercato di trattare sulla tassa clandestina. Nell’attesa, scherzo un po’ con un paio di bambini locali, insegnandogli varie forme di saluto occidentali.
Finalmente si può ripartire, la strada diventa sterrata, i dintorni si fanno meno lussureggianti, le case più misere, è un’immensa pianura selvaggia costellata da poca vegetazione su cui si erge, imponente, il primo classico cono di vulcano, il San Cristobal, che in pratica circumnavighiamo per giungere a Leon, una delle città simbolo della lotta sandinista. Mentre cerchiamo l’albergo, percorriamo una vasta zona periferica un po’ devastata, tutta casette basse e malmesse, hanno tutte la porta aperta per cui è possibile vedere gli interni, piuttosto tetri; in genere, in ogni casa c’è almeno una sedia a dondolo che culla quando si guarda la tv o semplicemente ci si riposa, ma è difficile continuare a scherzare come stavamo facendo prima vedendo questi posti. L’albergo che ci aspetta è veramente di buona qualità; il patio ampio, verde e colonnato fa veramente sentire in colpa se lo si paragona alle abitazioni dei locali.
Andiamo un po’ in esplorazione e giungiamo alla piazza quadratica che dista pochissimo dall’albergo. Spicca la bellissima chiesa bianca dell’Assunction, coi le sue due imponenti campane incastonate, in maniera inconsueta, sul frontale della struttura architettonica della chiesa; girovagando qua e là, tra la quasi totale mancanza di turisti, si avverte un clima non propriamente tranquillo, o forse è semplicemente l’espressione dura dei visi a provocare questa sensazione. In un angolo della piazza, visitiamo un piccolo museo rivoluzionario realizzato e gestito da un personaggio abbastanza speciale, una strana via di mezzo tra un rivoluzionario, uno della beat generatio e un ubriacone; sicuramente è un ubriacone. Ha raccolto a sua spese tutta una serie di cimeli, per lo più foto in bianco e nero, che riguardano il periodo della lotta sandinista. Tra le foto che spiccano, si vede Sandino a colloquio cordiale con Somoza poco prima che fosse ucciso e un’altra che ritrae un figlio dei fiori che, da dietro, fa pipì sulle scarpe di un grassone vestito da uno importante che legge il Wall Street Journal. Ci sono un sacco di cianfrusaglie e dei grossi “raton” che sfrecciano nella penombra.
Il mattino dopo è domenica, c’è il sole, la cittadina appare quasi deserta, così che è ancor più piacevole passeggiare ammirando i bellissimi murales che si trovano qua e là; le chiese più belle sono sprangate per evitare di fornire asilo ad ospiti indesiderati: Finiamo visitando uno strano museo di miti e leggende popolari locali, per lo più quadri e pupazzi, ricavato nei locali di una ex-prigione; giocando a calcio con un sasso con Federico, riesco a cadere e a procurarmi una distorsione al braccio. Nel primo pomeriggio ripartiamo con due mezzi; in 13 stanno in un pulmino mentre io, Antonio e Gianni siamo su una jeep, non si può dire che di dietro si stia molto comodi, per di più non so proprio dove appoggiare il braccio che mi fa un gran male. Lungo la strada riusciamo a scorgere diversi vulcani prima di arrivare a Granada, una bella città anche se l’albergo dove alloggiamo sembra Alcatraz, sia per le sbarre un po’ ovunque sia per l’arredamento e la disposizione delle celle… pardon… stanze. Però è gradevole passeggiare per questa città, andiamo un po’ tutti in centro dove si trova una piazza a forma quadrata e una notevole folla che segue un incontro di pugilato, mentre alcuni uomini, sostenendo simbolici tori disegnati da luci, rincorrono i passanti. Ceniamo sotto a un portico, proprio sulla piazza, in giro non c’è più nessuno, solo magri cani che si disputano gli avanzi.
L’indomani gita al vulcano Masaya, composto da diversi crateri di cui uno attivo e fumante; è possibile giungere fino all’orlo di uno di essi da dove si può distinguere perfettamente l’orrido buco che spalanca le porte dell’interno della terra. Le antiche popolazioni locali credevano che questa fosse la porta dell’inferno. Il fumo grigio che proviene dall’interno ne aumenta l’effetto diabolico. Nel corso dei secoli, varie sono state le eruzioni, alcune devastanti, come apprendiamo nel piccolo museo. Molto bella la passeggiata tra i crateri, per un ventosissimo sentiero che ci permette di arrivare in un punto di osservazione veramente spettacolare per tutti i 360 gradi, fin dove l’occhio può arrivare; scorgiamo da lì diversi laghi, tra cui il l’immenso lago Nicaragua, e diversi “pueblos blancos”, piccoli paesini dalle case bianche o comunque chiare, sommerse da tantissimi fiori e piante, che in seguito visitiamo. Questi sono i luoghi più turistici che ho visto nel paese, dappertutto si trovano venditori di souvenir, soprattutto sui “miradores” perché il panorama costituisce la più grande attrattiva di questi posti.
La sera,dopo aver cenato in un piacevole locale, vorremmo andare a fare una passeggiata sul lungo lago, perché Granada sorge proprio sulle sponde del lago Nicaragua. Ritorniamo in albergo che alle 22.00, come tutte le altre abitazioni, era già sprangato e chiediamo se si può andare a passeggiare senza troppi timori:”Por favor, no!”, è la laconica risposta dell’inserviente che spranga sempre la porta dopo che qualcuno dell’albergo è entrato. L’indomani mattina, dopo una piacevole colazione solitaria passata a parlare con un attempato tedesco di New York e una lunga passeggiata per la città, dopo essermi confuso in un mercato, in varie chiese e, infine, tra la folla di un assolato funerale, decido poi di dirigermi verso il lago; effettivamente, anche di giorno, il pur largo viale alberato incute non poco timore, ci sono strane presenze che sbucano ovunque, sguardi poco rassicuranti, silenzi pieni di tensione quando incroci qualcuno, poliziotti che stazionano sulla bicicletta nei pressi di un ubriaco. Sul lago è tutto completamente deserto, c’è solo un locale che sembra vuoto a parte una tavolata all’esterno di brutti ceffi, non entrerei lì neanche se mi pagassero.
Dopo aver fatto fuori qualche banana sotto una palma, ritorno abbastanza frettolosamente sui miei passi.
Partiamo di lì nel primo pomeriggio, dopo un trasferimento in taxi alla stazione dei bus, c’è un caldo tremendo solo mitigato dai “refrescos” che ti servono in un sacchetto di plastica con cannuccia. Passando per Rivas, raggiungiamo San Jorge, dopo che riusciamo a salvare da un temporale tutti gli zaini che avevamo caricato sul tetto ottenendo di spostarli all’interno del pulman; appena in tempo, poi si scatena il finimondo.
Arriviamo al luogo dell’imbarco che piove, fa anche un po’ freschino, il clima tra noi non è ottimale. Ci aspetta l’isola di Ometepe, che raggiungiamo su un barcone locale paurosamente inclinato verso destra, le onde non sembrano scuoterlo per niente mentre fende le onde improvvisamente veementi del lago, siamo tutti ammassati di sotto coi bagagli, al riparo del vento e della pioggia. E’ abbastanza divertente, purchè non si affondi…
Arriviamo al paesino di Moyogalpa, sbuca il sole e una frotta di bambini sciama rumorosamente dentro la nave, almeno quelli che riescono a resistere dalla voglia di tuffarsi in acqua, saltando dentro anche dalle finestre e per offrirsi di portare le valigie.
Ecco Ometepe, coi suoi due bellissimi vulcani, Conception e Maderas. E’ un pomeriggio piacevole come piacevole sembra il posto, raggiungiamo a piedi il nostro albergo e ci rilassiamo un po’ in giardino mentre decidiamo il programma dei prossimi giorni; le camere sembrano subito particolarmente anguste e senz’aria, ma ci si diverte un po’ ascoltando gli incedibili versi del pappagallo di casa.
Faccio due passi da solo, risalendo la strada centrale del paesino, fino alla solitaria e deliziosa chiesetta, cercando qualcosa da mangiare. L’atmosfera è deliziosa, mi sento particolarmente bene. Poi incontro gli altri e si parte in esplorazione, fino alla periferia del paese, fino ad un campo da basket dove la banda di una scolaresca sta provando il suo pezzo. Ritorniamo che sta calando il buio, i campi si accendono di centinaia di piccolissime lucciole. Per la cena, Livia scopre una piccola pizzeria dove servono una pizza più che decente, però quando ritorniamo in camera sospetto subito che dormire in tre, in quel pertugio nei muri senz’aria, sarà durissima. Infatti, verso le 3 mi sveglio in un bagno di sudore e così, esasperato, strappato quella specie di lenzuolo appiccicoso che copriva il letto, mi catapulto fuori, e lo getto sull’amaca. C’è veramente molto vento, e anche parecchia luce, in certi momenti parecchio baccano; però, finalmente, riesco a dormire un poco, almeno fino alla 5.30, quando mi sento gli occhi addosso dell’inserviente che sta scopando il pavimento.
La giornata prevede la visita ad una cascata molto bella, dopo due ore di cammino piuttosto impegnativo nella boscaglia. Gli spostamenti sui mezzi richiedono molto tempo, anche pochi chilometri diventano veramente lunghi, le strade sono impossibili; non è infrequente incontrare cavalli che pascolano da soli in giro, anche nei due o tre centri abitati. E’ una bellissima giornata di sole ed è bellissima la vista sul lago, scendendo dalla montagna. Trovo anche il tempo, mentre gli altri si rifocillano, di fare una piacevole ed ombreggiata siesta su di un’amaca sapientemente posta.
Mi devono venire a cercare, che il nostro pulmino sgangherato sta partendo…Il giorno dopo escursione alla ricerca dei “petroglifi”, cioè delle pietre con incise dei disegni che si trovano qua e là in una certa parte della montagna; partiamo col cielo già molto coperto, tutti a cavallo tranne io, Federico e Livia che scegliamo la mountain bike. La schiera dei cavalieri è in breve dispersa dalla propria cattiva arte, noi almeno procediamo, anche se in maniera molto problematica a causa delle indicazioni contraddittorie dei locali. In realtà scopriamo che questi petroglifi, incisi nel 7-800, si trovano sparpagliati un po’ dappertutto. Comincia a piovere, infiliamo una strada che non sembra condurre in nessun posto preciso, mentre la pioggia aumenta e con essa il fango. Ne scorgo qualcuno, ma procediamo, incontriamo una ragazzina che accudisce gli animali e ci indica il luogo, ma piove sempre più forte e siamo costretti a buttare le bici dove capita per rifugiarsi sotto il tetto di una casa in costruzione dove i muratori, silenziosi, ci offrono le sedie. Io e Livia ripartiamo, sempre più fango, incontriamo un’altra bambina molto carina e simpatica che ci accompagna personalmente nel luogo dove se ne trovano di più. Il ritorno è veramente un’impresa, ora diluvia, pedaliamo da soli per una strada sterrata, l’acqua cola sugli occhi e impedisce di vedere, sono in costume da bagno con lo zaino sulla schiena che si impregna sempre più. Arriviamo alla stazione di partenza che sembriamo ciclisti dei primi anni del novecento, con la striscia di fango che divide la schiena. Però è stata veramente una giornata bellissima!
Al ritorno ci fermiamo su una spiaggia dove una lunghissima e strettissima striscia di sabbia si spinge per diverse centinaia di metri nelle acque del lago; dalla punta di questa striscia si ha una magnifica vista dei due vulcani.
Il mattino dopo finalmente partiamo da questo bellissimo posto. Alle 6.30 ci imbarchiamo sul traghetto, è una mattina bellissima, è indimenticabile la vista sui due vulcani mentre ci stiamo allontanando, il sole disegna incredibili presenze di nubi. Arriviamo e siamo subito assaliti dai taxi, ne prendiamo alcuni e raggiungiamo la frontiera col Costa Rica. Cambiamo subito i cordobas negli ingombranti “colones”, le procedure per l’immigrazione prendono veramente molto tempo, ci sono sempre ostacoli, controlli, file. Finalmente riusciamo a prendere il pullman, siamo finalmente in Costa Rica, il tempo è un po’ grigio, cambiamo prima a Canas e poi a Tilaran, insieme a due inglesine che viaggiano da sole, prendiamo un mezzo privato per raggiungere La Fortuna, dove dovremmo vedere il vulcano Arenal, ancora attivo, e il “Tabacones”, un luogo termale. Arriviamo che piove e c’è nebbia, non vediamo né l’uno né l’altro. Qualcuno è ammalato, cominciano problemi abbastanza seri tra noi per questo fatto dei mezzi pubblici (come prevedeva il viaggio) che sono più faticosi e richiedono più tempo, in alternativa ai mezzi privati (come aveva scelto il capo-gruppo), più comodi ma più costosi. Tutto questo è molto evidente il mattino dopo, dove girano per il centro del paese dalla pianta quadrata drappelli contrapposti, ci siamo già divisi. Il vulcano Arenal non si vede, coperto dalla nebbia, ognuno cerca di perdere un po’ di tempo per prendere il prossimo mezzo verso l’ora di pranzo che ci porta, in serata, dopo un lungo tragitto in un clima piovoso, a Puerto Vejo de Sarapiqui. E’ un paese carino dell’interno, una fila di baracche di legno lungo la strada, c’è molta vita, calano già le ombre della sera e non riusciamo a vedere il corso d’acqua da cui dovremo partire; per di più piove.
Al mattino raggiungiamo a piedi il punto d’imbarco, una bella passeggiata sotto il sole e gli zaini. La lancia sembra subito molto confortevole, molto bello il fiume. Partiamo, dapprima procediamo lentamente, in cerca di scimmie e uccelli, poi sempre più veloci; sono molte le miglia che dobbiamo coprire. Ci fermiamo solo alle frontiere, perché ritorniamo brevemente in Nicaragua per poi tornare in Costa Rica, poi presso alcune palafitte e, infine, presso una famigliola di indigeni composta da tantissimi bambini vestiti in modo molto semplice; qui, un ragazzo ripesca faticosamente, tirando su una catena, una cassa di legno dal fiume, quindi incomincia a rovistare con la mano dentro al buco per estrarre un grande gambero di fiume, sembra un’aragosta. Ne caverà una ventina, che finiscono tutti in un sacchetto del barcaiolo.
Proseguiamo, il fiume resta molto bello, ma il tutto comincia a diventare un po’ noioso, sono già molte ore che discendiamo il fiume; finchè, dopo circa sette ore, dopo aver ammirato coccodrilli, ragni giganti, delle specie di iguane, uccelli leggiadri e altri che sembravano pinguini, arriviamo al Tortughero, un paese che sorge su una stretta lingua di terra posta tra l’oceano e il fiume. Dopo che ce l’avevano indicata, io e Livia entriamo in casa di una bolognese trapiantata lì che per vivere affitta delle camere; è rimasta, affascinata dalla bellezza della natura di questo posto, ritorna a Bologna raramente, però anche lì non sono tutte rose e fiori, soprattutto lamenta il livello culturale dei locali, i cui soli argomenti sembrano essere, nell’ordine: il sesso, il gioco e il bere. E’ piacevole camminare in questo luogo, anche se molto affollato di turisti, molto bello il tramonto a cui assistiamo. Dobbiamo anticipare la cena perché siamo stati arruolati nel drappello delle ore 20 per la sortita notturna sulla spiaggia alla ricerca delle tartarughe che approdano per deporre le uova, la vera attrattiva di questo luogo da cui trae il nome. Siamo in dieci, in fila indiana dietro la guida che, grazie agli speciali occhiali, riesce a vedere i grossi pezzi di rami e tronchi da evitare e soprattutto le orme delle tartarughe che si inoltrano all’interno per una decina di metri. Dopo alcuni falsi allarmi, finalmente la guida ne scova una che sta scavando la buca; poiché vorrebbe farci assistere proprio alla deposizione, ci fa aspettare un po’ a distanza. Intanto, si accalcano nei pressi sette o otto altri gruppi uguali al nostro, con lo stesso nostro intendimento. Invece, dopo una mezz’oretta, succede che la tartaruga, veramente gigantesca, disturbata da qualcosa, se ne va, ritorna in mare, accompagnata in cerchio da una folla incredibile e un po’ ridicola. Ritorniamo in silenzio, ammirando il cielo stellato veramente spettacolare e una luce zigzagante che copre alla velocità della luce spazi immensi.
Un UFO! Incredibile!
Concludo la serata sorgeggiando con Livia e Federico cuba libre in un baretto piuttosto rustico che vende pollo fritto.
L’indomani è prevista una gita in canoa nel parco naturale, ma la canoa è in realtà una barca di legno dove si rema molto scomodamente, per vedere un po’ di vegetazione e fauna fluviale non troppo diversa da quella che abbiamo ammirato per sette ore il giorno prima e da quella che vediamo per altre quattro ore quello stesso giorno, sotto una leggera pioggia, quando ci trasferiamo con la lancia a Puerto Moin, dopo che in più punti avevamo incontrato il mare aperto, solcando diverse foci. Arrivati a Puerto Molin, saltiamo su un paio di pulmini, attraversiamo Puerto Limon, una bella cittadina priva però di particolari attrattive marittime, per poi giungere alla meta, cioè Puerto Vejo de Talamanca.
E’ un posto carino, seppur semplice e spartano, finalmente riusciamo a fare un po’ di mare e un bel bagno. Siamo alloggiati in un albergo il cui proprietario è Paolo, un siciliano che ha deciso di stabilirsi qui dopo aver viaggiato una vita per lavoro, specialmente in Africa; è un tipo simpatico e molto disponibile, ci accompagna a visitare il paese e, da come ne parla, si capisce che è ancora innamorato di questo posto. Ci racconta tantissime cose, ci introduce ai suoi amici, ci porta a mangiare un tacos, ci apre le porte di uno studio di una pittrice sua amica; anche se sicuramente non tutte le cose che dice sono vere, è comunque una persona simpatica, l’ultima sera che rimaniamo lì viene anche a cena con noi. Purtroppo, l’ultimo giorno che, nei piani, avrebbe dovuto permetterci di andare alla spiaggia di Punta Uva, (uno di quei posti dei quali la foto parla da sola), è piovoso e grigio. Per di più, perdiamo un sacco di tempo a organizzare il resto del viaggio, sia noi che dobbiamo proseguire direttamente per Panama, sia gli altri che debbono a questo punto organizzarsi bene i giorni a Bocas del Toro e alle St.Blas. Crescono i problemi di incomprensione e nel corso dell’ultima cena già si avverte un clima poco armonico nei confronti di noi bolognesi, il commiato con gli altri è abbastanza freddino. Mi spiace lasciare Livia e Federico da soli.
Il mattino dopo, io, Oscar e Savina ci svegliamo alle 4 per prendere il taxi che ci conduce alla frontiera, la strada non è lunghissima ma in pessime condizioni; per di più il tassista si presenta con un’utilitaria, riusciamo a malapena a caricare gli zaini, mentre le buche sono una vera sofferenza. Alle 6 arriviamo a Sixaola, la frontiera con Panama costituita da un ponte abbastanza malmesso che ha come pavimento delle poderose assi di legno. Passano alcuni operai e i ragazzi delle scolaresche, ma la frontiera è ancora chiusa, apre alle 7 e a noi occorrono i visti, dobbiamo comunque aspettare anche se abbiamo prenotato il volo interno delle 8.30 dall’aeroporto di Chiquinola, un po’ dopo la frontiera e i tempi non sono così larghi; per di più, scopriamo che Panama è un’ora avanti rispetto al Costa Rica.
Sembra impossibile farcela, inizia il panico.
Cominciamo a rivolgerci alla gente che passa e troviamo un tipo che si presta ad aiutarci in vari modi. Telefoniamo all’aeroporto di Chiquinola, aiutati dall’interprete e da un soldato, per avvertire del nostro probabile ritardo: ci sembra di capire che di là ci aspetteranno. Ritorniamo alla frontiera del Costa Rica, aspettiamo che apra la frontiera: finalmente arriva il funzionario ad aprire, con molta calma, dopo aver ammirato per lunghi minuti un raro animale che si scorge tra le fronde dell’albero di fronte. Ottenuti i timbri, corriamo di là, anzi vorremmo correre ma il ponte è già completamente ostruito di camion, occorre utilizzare una passerella pedonale esterna che non sembra particolarmente solida. Comunque arriviamo all’ufficio panamense, lì le pratiche sono molto più veloci e per fortuna scopriamo che il nostro amico ci ha già trovato un taxi per l’aeroporto. Buttiamo i bagagli sul pick-up, saltiamo su di corsa, proprio mentre l’autista scende per entrare in un bar. Scendo di corsa, gli spiego che sono le 8.15 e abbiamo l’aereo alle 8.30 e dobbiamo ancora fare i biglietti; ripartiamo a tutta birra, ha capito la situazione e, anche lui, telefona all’areoporto. Anche a lui dicono che ci aspettano. Arriviamo alle 8.30, dobbiamo ancora pagare i biglietti, non risulta nessuna nostra prenotazione nonostante la segretaria di Paolo avesse parlato per mezz’ora al telefono, Oscar e Savina non hanno più dollari, glieli presto io. Dopo un controllo veramente minuzioso e lungo, anche a causa di parecchie incomprensioni con le guardie, finalmente corriamo sulla pista verso il minuscolo aereo da 30 posti, mentre l’hostes ci aspetta sulla porta piuttosto spazientita. Finalmente sprofondiamo sulle sedie e decolliamo. Sono abbastanza rimbecillito, però quest’aereo mi sembra veramente volare troppo basso, a non più di qualche centinaio di metri da terra. Sorvoliamo un arcipelago di isole molto bello, ma ci abbassiamo ancora finchè…. Atterriamo! Sono passati pochi minuti dal decollo e non siamo già arrivati a Panama,(come crede Oscar ), ma a Bocas del Toro, dove arriveranno tra poco i nostri amici. Invece noi ripartiamo, stavolta voliamo alle quote consuete finchè, scorgo un bellissimo ponte su un amplissimo canale e intuisco che siamo a Panama City, sarebbe uno scorcio panoramico da sogno ma non faccio in tempo a recuperare la macchina fotografica che l’aereo, con un lieve battere di ali, atterra. Recuperato il bagaglio, usciamo dall’aeroporto cercando un taxi che ci porti in uno dei due alberghi che ci hanno segnalato. Troviamo un taxista vecchietto, da cartolina, con un cappello da cow-boy da foto, che ci viene incontro deciso:”Dove volete andare? No, datemi retta, quei posti sono cari e pericolosi, fidatevi di me che ho un posticino fantastico, mi sarete riconoscenti”. Perché no, lo seguiamo.
Entrando a Panama, nonostante il fatto che credo di aver fatto una certa abitudine alla fatiscenza dei luoghi, mentre il taxista si offre di portarci subito al canale per guadagnare un po’ di più, resto abbastanza impressionato dalla povertà dei vicoli, dai muri diroccati e dal senso di latente pericolo che si respira, dall’atmosfera di piombo: penso che non ci sarebbe troppo da stupirsi nel vedere una banda di gangsters uscire da qualche parte per mitragliare qualche macchina che fugge all’impazzata. Anche qui di turisti veramente pochini, però ci sono centinaia di taxi che girano come mosconi impazziti offrendosi a prezzi veramente economici. Arriviamo finalmente nell’albergo, in calle Cuba, sono circa le 11 del mattino. Ci sono strani neon all’entrata, la tipa alla reception sembra una “metresse”; però le camere sembrano decenti ed effettivamente si risparmia qualcosina rispetto ai posti che ci avevano indicato. Saldiamo due notti, scendiamo a prendere i bagagli e risaliamo alle camere per depositarli. La mia camera resta aperta un attimo, si apre la porta di fronte e si materializza una ragazza mezza di colore, praticamente nuda; fingendo imbarazzo mi chiede qualcosa e senza aspettare la mia risposta si fionda in camera e si siede sul letto. Sinceramente rimango esterrefatto, questo proprio non me l’aspettavo, Oscar subito si avventa sulla soglia della camera, e con un risolino falso mi chiede se penso di rimanere lì o andare con loro; va beh, non è particolarmente carina, anche se abbastanza atletica, e così, in un attimo, decido di farla uscire col mio spagnolo ormai ottimamente funzionale. Se ne va, un po’ incredula, sparendo nella stanza di fronte. Avrà pensato che sono gay.
Scendiamo per strada, non c’è il sole ma fa veramente caldo, sinceramente all’inizio sono un po’ distratto dalla quasi certezza di essere un mezzo idiota; ma velocemente tutto svanisce, mi perdo guardando la vita che pulsa in questa città, passiamo attraverso una zona ospedaliera, poi arriviamo al mare e guardiamo ammirati soprattutto la zona dei grattaceli, sembra di stare a New York. Una New York annerita e devastata.
Fatta qualche foto, il caldo si fa sempre più opprimente, andiamo un po’ a zonzo finchè ci fermiamo per il pranzo in un locale molto alla buona, dove si può mangiare un bel piatto di riso, fagioli e carne per pochissimo prezzo. Quando usciamo, vorremmo andare a vedere il Canale ma anche un po’ la città e Oscar contratta con un taxi sgangheratissimo: per 5 dollari a testa ci porterà in giro per tutto il pomeriggio ovunque vogliamo andare.
Cominciamo con la visita a quella parte del Canale più spettacolare, appena fuori città, dove avviene il passaggio materiale delle navi da un oceano all’altro attraverso un sistema di quattro immensi vasconi che si riempono o si vuotano dell’acqua a seconda di dove stanno andando queste gigantesche navi per il trasporto delle merci; il livello dell’acqua del Pacifico infatti è più alto rispetto al livello dell’Atlantico. E’ veramente spettacolare vedere questi altissimi scafi, pieni di migliaia di containers, abbassarsi o alzarsi in pochi minuti. I Panamensi hanno costruito una tribuna dove la gente può assistere comodamente e nel modo migliore a questo miracolo di ingegneria, veramente non ci si annoia mai, anche per le precisissime spiegazioni di uno speaker che illustra tutte le caratteristiche della nave che stiamo vedendo, compreso il carico e la rotta, dispensando coloro che ascoltano anche molti cenni storici riguardanti il canale; il tutto in un gradevole contesto paesaggistico collinare.
Mentre assistiamo a tutto questo comincia un tremendo temporale, accompagnato da scrosci d’acqua persistenti e molto intensi. In una pausa, riprendiamo il taxi e partiamo da quel luogo; dopo aver vagato un po’ nei quartieri più popolari, mente Oscar stringe sempre più amicizia col tassista attraverso un dialogo isapno-veneto veramente buffo, decidiamo di visitare le isolette che si trovano di fronte alla città, unite da una strettissima lingua di terra che contiene solo la strada, del resto mare su entrambi i lati. Io sono di dietro con Salvina e le faccio notare il cielo che si va accumulando sopra i grattacieli, che vediamo all’altro lato della baia: sembra sempre più un cielo da uragano, con tanto di parvenza di imbuto vorticoso, e mentre guardiamo, in breve tempo, tutto il centro abitato alle nostre spalle sparisce. Sono abbastanza teso quando ritorniamo verso la terra ferma, la pioggia violentissima produce un frastuono incredibile, bisogna urlare per parlare; scopro inoltre che il mio finestrino non chiude bene, l’acqua entra abbondante per non dire delle secchiate in faccia ogni volta che incrociamo un auto in senso opposto.
C’è molta allegria quando cerchiamo di muoverci in città tra i fulmini, attraverso strade improvvisamente trasformate in impetuosi torrenti; ridiamo ancora quando l’auto, svoltata in un vicolo che sembra un fiume di montagna in piena, si spegne travolta dalla furia dell’acqua. Siamo sospinti all’indietro, proprio in mezzo alla strada principale, la batteria gracchia ma di rimettersi in moto il taxi proprio non ne vuole sapere, le altre auto incuranti passano a velocità sostenuta. Il tassista scende a spingere, non c’è altra soluzione, imitato da Oscar scalzo e da me in costume da bagno, mentre Savina si mette al volante, dietro ai vetri appannati. Sferzati da dolorose mitragliate di pioggia, ridiamo e urliamo al cielo e alle macchine per farci coraggio. Ma accade l’imprevedibile: la strada è sommersa da almeno 30 cm d’acqua per cui non si vedono le fogne saltate e una ruota sprofonda proprio in uno di questi buchi invisibili. Siamo assolutamente bloccati proprio in mezzo la traffico, nonostante tutti i nostri più poderosi sforzi la macchina rimane piantata in questo buco, mentre al coperto si va radunando una discreta folla di curiosi che assiste senza prestare aiuto.
Seguono momenti bagnatissimi e di moderato panico, finchè l’autista riesce in qualche modo a fare uscire la ruota dalla buca facendo leva sul cric e sulla forza della disperazione. Finalmente riusciamo ad accostare, finalmente un po’ di quiete e subito mi accorgo che, in tutto quel parapiglia, sono spariti gli occhiali: ma c’è troppa allegria e sono troppo eccitato per preoccuparmene.
Oscar è in cerca di un posto dove si possa mangiare l’aragosta e così il tassista, che nel frattempo si è fatto esageratamente ciarliero, ci porta al mercato del pesce perché lì, in una specie di bar al piano di sopra, si mangerebbe l’aragosta. Scendiamo bagnati fradici e a torso nudo, ci sediamo ad un tavolo e beviamo una cerveza tra gli sguardi stupiti dei locali, mentre il tassista racconta loro l’accaduto. Ridiamo di gusto, ci sentiamo bene.
Il giorno dopo partiamo per la visita vera e propria della città. Non abbiamo guide, però ricordo di aver visto in una trasmissione di viaggi in televisione, durante l’inverno, un bel quartiere spagnolo qui a Panama City. Chiediamo perciò alla “metresse” dove si trova la parte antica della città. Lei non capisce assolutamente, non sa di cosa parliamo, non è il genere di cose di cui si preoccupa. Poi finalmente ha un’illuminazione, prende una cartina e ci indica una zona costiera; arriviamo col taxi, ma scopriamo solo un museo e una serie di rovine appartenenti ai primi insediamenti. Non è quello che avevo visto, cerchiamo di entrare nelle stradine dell’interno; è una zona molto popolare e molto povera, chiediamo in giro ma nessuno sa di che parliamo, proseguiamo per quella che sembra la strada principale del quartiere, seguiti da parecchi sguardi indiscreti.
Incrociamo due poliziotti in moto, che virano e ci seguono a distanza, imitati dopo poco da altri due poliziotti in bicicletta; ci stanno veramente ala calcagna, proseguiamo un po’ così, poi ci fermiamo per interrogarli:”Cosa volete? Siete qui per noi?”.”Sì, questa è una zona pericolosissima, prendete il primo taxi e andatevene”.
Ringraziamo e eseguiamo subito, trovare un taxi qui non è mai un problema, sono tantissimi e sono sempre in movimento per le strade, inizialmente c’è qualche problema di comunicazione col grosso taxista di colore che sembra Berry White ma poi riusciamo a farci capire, specialmente lo spagnolo-veneto di Oscar riesce a fare breccia.
Passiamo la zona dei grattacieli, poi il mercato nero, infine arriviamo nella zona delle ambasciate: è il “casco antiguo”, proprio quel quartiere spagnolo che avevo visto in tv.
E’ molto piacevole passeggiare per queste strade, che sono molto ordinate e pulite, e contemplare gli edifici in stile spagnolo seicentesco, le chiese antiche riccamente adornate; c’è anche una bellissima piazza balconata che da sul mare, da cui è possibile scorgere la zona moderna.
Dopo un po’, ci infiliamo in un museo del Canale di Panama, bellissimo, ricco di foto, spiegazioni e filmati; si parte fin dai tempi di Colombo, quando già si pensava a trovare un passaggio per le Indie, passando per le discussioni al Congresso Americano sul luogo più adatto al passaggio, poi gli immensi problemi di realizzazione, le migliaia di operai provenienti da tutto il mondo, anche dall’Italia, che, in condizioni inizialmente impossibili, con le malattie che facevano strage, hanno reso possibile quest’opera. Siamo praticamente i soli visitatori, così è possibile gustarsi molto lentamente e in maniera approfondita il fascino di questo taglio tra due mondi, le due americhe, per raggiungere un altro mondo.
Usciamo, fa veramente caldo e per il pranzo ci fermiamo in uno di quei posti caratteristici, tipo mensa e molto economici, dove è possibile apprezzare in profondità il senso della vita di queste parti; poi andiamo ancora un po’ a zonzo, ritornando verso l’albergo, per questa città bellissima anche perché non ancora toccata dal turismo; prova ne sia il fatto che debbo proprio impegnarmi a fondo per trovare una cartolina, finchè la scovo in una farmacia.
Ritornati in albergo resto un po’ a contemplare la città dalla piscina, o almeno quella vasca che chiamano così, praticamente una tinozza, del settimo piano; da lì si sbircia anche dentro le case, semplici e oneste; la sera, che è l’ultima, per celebrarla degnamente decidiamo di andare all’Hotel Venezia, a pochi metri dal nostro, quello che avremmo dovuto scegliere dall’inizio, e ordiniamo “ paella alla valenciana”: pessima scelta.
Il mattino della partenza scendiamo per strada alle 4.30, dove abbiamo l’appuntamento col nostro amico taxista del giorno prima. E’ in ritardo quando da lontano si sente arrivare come uno sciame irregolare di scoppi violentissimi:”E’ lui!”, ci diciamo, e infatti eccolo comparire, un po’ trafelato, scusandosi perché l’auto ha avuto “qualche problema”.
Saliamo a bordo, sicuramente va al massimo a tre cilindri, mentre continuano a sentirsi i botti, in scia. Lui dice che non c’è problema, Oscar sostiene che non arriviamo; sul ponte quasi si ferma, mentre è squassata dai colpi che fuoriescono dalla marmitta, poi riprende un po’ d’abbrivio. Ci fermiamo al casello per pagare il pedaggio, lo paga l’autista, ma poco dopo appare chiaro che ha ragione Oscar. Anche il nostro amico si arrende all’evidenza, eppure si preoccupa solo di fermare un altro taxi, impresa per altro assolutamente facile perché anche a quell’ora del mattino la città è piena di quelle mosche che girano come impazzite. Ci aiuta a fare il trasbordo e ci saluta caramente, prima di affondare la testa sul motore fumante. Non ha guadagnato niente, ha solo perso dei soldi, però non ha dimenticato di dedicarci il suo miglior sorriso; chissà ora dove sarà….
Espletate tutte le faccende d’imbarco, eccoci sul volo diretto ad Atlanta; il pilota vuole farci l’ultimo regalo, sorvolando a bassa quota prima la gigantesca baia con le gigantesche navi in attesa, poi il ponte girevole e infine sorvoliamo tutto il canale inciso tra la vegetazione per giungere sull’Atlantico, come fossimo stati anche noi una nave, però con le ali.
Anche se non è una bella giornata è uno spettacolo assolutamente meraviglioso!
Arrivati sull’oceano, puntando decisamente verso il mare aperto, risaliamo dolcemente sopra le nubi finchè la terra alle nostre spalle svanisce.
Così che ti lascia l’impressione di aver vissuto un sogno.

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